Scrivere tesi di laurea su commissione è uno sporco lavoro. Durante tutte le fasi della stesura hai l’insistente sensazione di partorire una creatura triste, grigia e completamente insignificante. Sai bene che il tuo lavoro potrebbe essere svolto da una macchina, un generatore di tesi, se solo esistesse: l’incipit è uguale a mille altri; lo stile, stucchevolmente formale, non ha nulla di umano; il ritmo e lento e, soprattutto, estenuante.
Così, per non ammettere di aver sprecato tempo prezioso pur di racimolare due lire, bisogna tirar fuori qualcosa di positivo da questa bieca esperienza. Per fortuna una cosa c’è, è una storia che ho il piacere di condividere con voi in modo da sottrarla all’oblio muffoso degli scantinati di facoltà a cui era (è) destinata.
Il fascismo non riuscì mai a fare presa sulla città di Vittoria. Nonostante le parate, le visite ufficiali di importanti gerarchi e le esortazioni dei politici locali, la gente non ne voleva sapere di dimostrare fedeltà al Partito. Il motivo era semplice: Mussolini era considerato dai vittoriesi il primo responsabile della loro fame nera e della loro povertà disperata. Così anche nei periodi più bui, quando sollevare una voce di dissenso voleva dire, nel migliore dei casi, trovarsi un bel po’ di olio di ricino nello stomaco, Vittoria era fonte di ansia per le autorità locali impegnate a stanare sovversivi e ribelli. Nella piccola città delle serre nascevano continuamente associazioni clandestine con lo scopo di fare propaganda antifascista: a fondarle erano spesso uomini venuti da fuori che avevano preso contatti con i più importanti centri antifascisti all’estero, come Parigi o New York. Gli associati si preoccupavano di diffondere materiale sovversivo ricevuto dall’estero e di fare proselitismo a lavoro o con gli amici.
Anche Luciano Corallo fa parte di un’associazione simile. È un falegname squattrinato, perennemente angustiato dalle ristrettezze economiche. Vive in una casa con una sola stanza e la moglie lo ha abbandonato per darsi alla prostituzione.
Luciano non è bravo a fare discorsi, è chiuso e scontroso, ha un’andatura stanca e depressa e gli occhi sfuggenti, insomma non è tipo da ispirare fiducia. Alle riunioni, la sera, nella putìa di Filippo u quartararu, sta perlopiù zitto, e ascolta con interesse i discorsi di Michele Santonocito. Lui si che sa parlare! Le sue parole risanano gli animi e danno la speranza necessaria a tirare avanti: una volta sconfitto il franchismo i rossi francesi assieme ai russi arriveranno anche in Italia; bisogna perciò tenersi pronti ad aiutarli dall’interno.
Tutti assieme si legge la stampa clandestina e si termina la serata in osteria dove il vino completa la cura dell’anima iniziata coi discorsi.
La sera del 7 gennaio 1939 Luciano esce dall’osteria più ubriaco e più disperato del solito, e non ha nessuna voglia di rincasare e gironzola senza meta per il paese. Si accorge di avere un lapis in tasca, lo tira fuori e comincia a imbrattare alcuni manifesti pubblici con ABBASSO L’ITALIA, VIVA LA FRANCIA COMUNISTA, VIVA LA RUSSIA.
Il 26 gennaio l’intero gruppo di Santonocito viene arrestato e con loro anche Luciano, condannato a 4 anni di confino “per le sue idee sovversive mai negate, le sue azioni rivolte chiaramente a danneggiare la nazione, e per le sue amicizie”.
I 4 anni di confino li sconta tutti nonostante le due richieste di “amnistia” date le sue pessime condizioni di salute.
Nel gennaio del 1943 Luciano torna a casa ma dopo solo 4 mesi viene nuovamente arrestato. Una sera in osteria avrebbe avvicinato un soldato in licenza proveniente dalla Russia dicendogli che era inutile farsi ammazzare per l’Italia e che bisognava invece aiutare i russi a sconfiggere Mussolini.
Questa volta Luciano viene rinchiuso nel campo di concentramento di Lipari e di lui non si hanno più notizie.














