I posti balordi non mancano nemmeno a Ragusa, la città più “normale” che conosco. Ad esempio c’è una libreria stracolma di libri buttati lì a muzzo, polverosa e caotica, dove trovi di tutto: dagli Adelphi alle edizioni fai da te; dai trattati sulla storia delle civiltà orientali antiche al libro del Kamasutra rivisitato in chiave anni ‘80.
I posti balordi sono ovviamente frequentati da tizi balordi, e allora in quella libreria potrai trovare il massone pieno d’anelli e di certezze esoteriche; l’appassionato di agricoltura biodinamica; la signora di mezza età conciata da dodicenne che non ha ancora trovato il suo “posto” nell’universo e che non vuole arrendersi davanti alla sua stupidità trionfante, atteggiandosi da “una che legge molto”.
Proprio quest’ultima mi chiese una volta, con la sua vocetta frivola: “non hai l’impressione che i libri si parlino tra loro?”. No cara, i libri non parlano, come le forchette non danzano e i letti non vanno a farsi le passeggiate mentre tu ci dormi sopra.

È possibile comunque, anzi capita piuttosto spesso, che tra un libro e l’altro si trovino delle affinità, che un libro ti aiuti a comprenderne meglio un altro, che tutti assieme collaborino alla costruzione della tua visione del mondo. Questo si, è per questo che si legge, credo.
Ad esempio in Gennariello di Pasolini trovo scritto che la prima educazione che un uomo riceve gli proviene non dai genitori né dagli amici ma dalle cose, dagli oggetti che gli stanno attorno nei primi anni di vita; è un’educazione forte che non può essere eliminata da nessuna altra educazione successiva e che forma inesorabilmente il carattere. Pasolini dice di aver avuto tra i primi educatori materiali una tenda:
“la prima immagine della mia vita è una tenda, bianca, trasparente, che pende, credo immobile, da una finestra che dà su un vicolo piuttosto scuro [...] In quella tenda si riassume e prende corpo tutto lo spirito della casa in cui sono nato”
l’educazione ricevuta dalla tenda segna profondamente le credenze del piccolo Pier:
“ho creduto che tutto il mondo fosse il mondo che quella tenda mi insegnava: ho creduto cioè che tutto il mondo fosse perbene, idealistico, triste e scettico, un po’ volgare: in una parola, piccolo-borghese”
Una tenda che educa? Non capisco, rimango perplessa.
E poi Proust mi viene in aiuto, lui che sa parlarti dell’animo umano meglio di qualsiasi letterato o scienziato. Nelle ultime pagine di Combray, dopo la descrizione dei luoghi in cui Proust bambino passava le vacanze estive, leggo:
“Ma è soprattutto come a profondi giacimenti del mio sottosuolo mentale, come ai terreni resistenti che ancora mi sostengono, ch’io devo pensare alla parte di Méséglise e alla parte di Guermantes. Mentre percorrevo quegli itinerari, credevo alle cose, agli esseri, ed è per questo che le cose e gli esseri che vi ho conosciuti sono i soli che io prenda ancora sul serio e chi mi diano ancora della gioia”
D’un tratto comincio a capire (o a credere di capire) cosa voleva dirmi Pasolini quando parlava del rapporto viscerale che si crea tra un bambino e le sue cose, continuo a leggere:
“La parte di Méséglise con i suoi lillà, i suoi biancospini, i suoi fiordalisi, i suoi papaveri, i suoi meli, la parte di Guermantes con il suo fiume popolato di girini, le sue ninfee e i suoi bottondoro, hanno formato per me l’eterno volto del paese dove amerei vivere, [...] e i firodalisi, i biancospini, i meli che ancora mi succede, quando viaggio, di incontrare nei campi, sono immediatamente in comunicazione con il mio cuore perché situati alla stessa profondità, al livello del mio passato.”

Ma si certo! Ognuno di noi possiede nella memoria degli oggetti o dei luoghi a cui si sente intimamente legato e che hanno formato inesorabilmente i nostri giudizi su cose, persone e luoghi; il nostro senso estetico e i nostri “valori”.
E se Pasolini è stato educato da una tenda, Proust dai viali fioriti di Méséglise e Guermantes, io posso dire di essere stata educata dalla timpa.

È grazie alla maestra timpa che trovo irresistibili i casolari antichi, gli alberi di fico cresciuti accanto ai muri a secco, i milicucchi solitari che dominano sui campi ingialliti dal sole e persino l’odore di cacca di mucca proveniente dalle stalle.
È la timpa con la sua bianca staticità, che mi ha reso sedentaria e poco incline ai cambiamenti, pigra e amante della vita lenta; che mi fa apprezzare le storie vecchie e venerare gli oggetti antichi.
e dato che le cose sono così importanti per la formazione di una persona vi chiedo, miei fedeli e pochi lettori, quali sono gli oggetti che vi hanno permesso di essere ciò che siete oggi.