La cosa Berlusconi

Di Josè Saramago, da El País, 6 giugno 2009, traduzione di italiadallestero.info

Non vedo che altro nome gli potrei dare. Una cosa che assomiglia pericolosamente a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un conato di vomito profondo non riuscirà a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrompere le loro vene e per squassare il cuore di una delle più ricche culture europee.

I valori fondamentali della convivenza umana sono calpestati tutti i giorni dai piedi appiccicosi della cosa Berlusconi che, tra i suoi molteplici talenti, ha un’abilità funambolica per abusare delle parole, sconvolgendone l’intenzione e il senso, come nel caso del Polo della Libertà, come si chiama il partito con il quale ha preso d’assalto il potere. L’ho chiamato delinquente, questa cosa, e non me ne pento. Per ragioni di natura semantica e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente ha in Italia una valenza negativa molto più forte che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa.
Per tradurre in forma chiara ed efficace ciò che penso della cosa Berlusconi utilizzo il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli dà abitualmente, sebbene si possa avanzare più di un dubbio che Dante qualche volta lo abbia usato. Delinquere, nel mio portoghese, significa, secondo i dizionari e la pratica corrente della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o ai precetti morali”.

La definizione combacia con la cosa Berlusconi senza una piega, senza un tirante, fino al punto da assomigliare più a una seconda pelle che ai vestiti che si mette addosso. Da anni la cosa Berlusconi commette delitti di varia, ma sempre dimostrata, gravità. Per colmo, non è che disobbedisca alle leggi, ma, peggio ancora, le fa fabbricare a salvaguardia dei suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, e in quanto ai precetti morali non vale neppure la pena parlarne, non c’è chi non sappia in Italia e nel mondo intero che la cosa Berlusconi da molto tempo è caduta nella più completa abiezione.

Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte ((Adesso siamo a quota tre (nota mia).)) per servirgli da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui vengono trascinati i valori di libertà e dignità che permearono la musica di Verdi e l’azione politica di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale dell’Europa e degli europei. Questo è ciò che la cosa Berlusconi vuole gettare nel bidone della spazzatura della Storia. Gli italiani, alla fine, lo permetteranno?

Casalinghe in piscina

Da qualche mese frequento un corso di nuoto per casalinghe, disoccupati e reietti della società in genere. Con soli venti euro al mese ho la possibilità di rimettere in sesto il mio corpo che aveva ormai rimosso la confortante sensazione di avere dei muscoli efficienti: muscoli che tengono su le ossa e fasciano le parti molli. Così adesso, quando faccio uno starnuto, non ho più la sensazione che le viscere mi schizzino fuori, restano lì, dentro il rassicurante contenitore degli addominali.

Un altro indubbio vantaggio del corso di nuoto per pensionati e disperati è che mi dà la possibilità di osservare da vicino il meraviglioso mondo delle casalinghe. Sì, perché nel mio turno sono tutte casalinghe sulla cinquantina (quando va bene) che vengono in piscina per sbanire ((svagarsi)), anche se il motivo ufficiale è ritrovare la linea prima dell’estate. Così, fatte le prime vasche tanto per quietarsi la coscienza, le sportive si ritrovano tutte in una corsia, si appendono ad un salsicciotto e passano il resto della lezione a parlottare galleggiando mollemente e spostandosi (col minor sforzo possibile) tutte assieme come paperelle in uno stagno.

Quando non c’è nulla di sensazionale da raccontare – come la storia del negoziante truffaldino che vende i lacci delle scarpe a 5 euro anziché 4.50, o i regali ricevuti da una delle loro figlie per la comunione (argomenti che possono impegnarle per una quantità di tempo inimmaginabile) – i discorsi delle casalinghe seguono una scaletta ben determinata. All’inizio si parla di capi d’abbigliamento, e c’è tanto da dire: come e dove si comprano, quando e perché si indossano, qual è il modo migliore per lavarli e stirarli. Insomma ci vorrebbero giorni per esaurire un argomento simile, se non fosse che il calo di zuccheri nel sangue costringe le nuotatrici a cambiare drasticamente oggetto di conversazione.

Si passa così al cibo. Le più in carne sono quelle che si buttano con maggior lena in tali discorsi, esibendo le loro migliori ricette come se si trattasse di formule magiche, capaci di regalare momenti di eterna felicità: pollo con le patate, cotolette, parmigiana, pasta coi ceci; le casalinghe si scambiano avidamente segreti e trucchetti e così arriva la fine della lezione.

Escono tutte in fila dall’acqua e, senza prendere fiato un momento, continuano a cicalare per tutto il tempo della doccia e poi ancora negli spogliatoi, senza pietà.

E quando la maggior parte di loro è corsa via a preparare il pranzo ai mariti, rimangono le più placide che si dilungano in discorsi placidi:
“Io la mattina mangio un biscotto….” piede dentro il collant.
“Già…io prendo il caffè e una fetta biscottata.” testa dentro il maglione.
“No perché, va bene la dieta ma senza mangiare nulla la mattina poi sto male.”
“Sì, io mangio una fetta biscottata col miele e sono apposto.”
“No io un biscotto, sai i tarallucci.”
E così all’infinito.

Io invidio le casalinghe del mio corso perché sono serene: hanno espressioni serafiche, sguardi imperturbabili. Arroccate nel loro micro-mondo dove tutto ha un senso e ogni domanda una risposta, non sono mai assalite dal dubbio che forse la vita non è tutta lì, né dall’inquietante sensazione che il loro universo zuccherino possa sciogliersi da un momento all’altro.
Io invece, nel mio mini-mondo vacillante, posso solo affidarmi a supporti instabili, che mi regalano pochi secondi di illusoria felicità.

Il dramma in tabella


Oggi tra i miei amici di Frienfeed girava questa tabella che mi ha subito conquistato per la sua estrema capacità di sintesi: in meno di 15 righe c’è tutto il dramma di un paese portato alla deriva dal berlusconismo. I dati sono sbalorditivi, non volevo crederci neanche io – pur considerando silvio il peggiore tra gli uomini – ma wikipedia conferma.
È agghiacciante notare che ogni volta che al governo c’è lui il PIL strapiomba come se fosse allergico alla sua presenza. È da brividi constatare che il suo miglior risultato (1,10 nel 2004) è al di sotto dei peggiori risultati degli altri governi.
Quale migliore prova della sua gestione corrotta e malata della cosa pubblica.

Quando il troppo è troppo

Non mi frega nulla della tivvù e di Mediaset; cerco di non pensare (almeno non tutti i giorni) a come silvio stia sgretolando il nostro paese, pezzetto per pezzetto. Non ho nemmeno particolarmente a cuore i temi del femminismo; non mi sento personalmente offesa quando sento dell’ennesima donna che ha scalato le vette del successo a forza di fellatio: ma quando è troppo è troppo!

Ho appreso solo ieri la sconcertante notizia della nascita di La 5, il canale satellitare Mediaset dedicato alle donne “dai 15 ai 34 anni, curiose, volitive, tecnologizzate e capace di vincere le proprie sfide personali”. Ora, pur sapendo che nulla di buono può venir fuori dall’universo berlusconi, mai la mia ingenua immaginazione avrebbe potuto concepire un canale satellitare trionfo della donna berlusconiana, un superconcentrato di stupidità e ferormoni il cui messaggio subliminale è fin troppo chiaro: ci vogliono tutte così, stronzette isteriche senza cervello.

E dato che il momento di fare la rivoluzione non è ancora arrivato (devono prima toglierci il pane come in Grecia), ho deciso di partecipare al mailbombing alla Mediaset con questa mail:

“Volevo complimentarmi con gli ideatori del nuovo canale satellitare tutto al femminile. Come se l’immagine della donna non venisse già banalizzata nei normali canali Mediaset. Pensare ad un canale interamente dedicato alla donna-prototipo del berlusconismo fatta di carne soda, bei vestiti e nulla più, è pura perversione, raccapricciante degenerazione della cultura di un paese. Per tutto ciò grazie mille.”

Sarebbe carino se la casella postale della Mediaset venisse farcita di mail simili a questa, invito perciò ognuno di voi a spedirne una.

La convivenza spiegata ad un bambino

BIMBO – Sei sposata?
IO – No.
BIMBO – Sei fidanzata?
IO – Si.
BIMBO – E quando ti sposi?
IO – Non mi sposo.
BIMBO – E perché!? – occhi sgranati, bocca sdentata spalancata.
IO – Perché già vivo col mio ragazzo, abitiamo assieme, abbiamo una casa e tutto il resto, proprio come le persone sposate.
Silenzio, il bambino sembra assorto in gravi pensieri.
BIMBO – ma allora sei sposata!
IO – No, non sono sposata, non abbiamo fatto il matrimonio con l’abito bianco e tutto il resto. Convivo. Andare a stare con una persona a cui vuoi tanto bene senza sposartela si chiama CONVIVENZA.
BIMBO – Ah – sembra poco convinto, ma cerca di abituarsi all’idea – e gliel’hai chiesto tu di venire ad abitare con te?
IO – L’abbiamo scelto assieme.
BIMBO – E fino a quando sta?
IO – Ma che domanda!? Fino a quando ci vorremo bene, si spera fino alla morte! Non devi pensare che solo col matrimonio si sta assieme per sempre, anche la convivenza può durare una vita! E poi quanti matrimoni finiscono in divorzio! – un’espressione di soddisfazione compare sulla mia faccia, sembro compiaciuta per aver spiegato bene il concetto.
Passa un altro momento di fitto sienzio.
BIMBO – E allora quando vi sposate?
IO – Il mese prossimo.

Luciano Corallo

Scrivere tesi di laurea su commissione è uno sporco lavoro. Durante tutte le fasi della stesura hai l’insistente sensazione di partorire una creatura triste, grigia e completamente insignificante. Sai bene che il tuo lavoro potrebbe essere svolto da una macchina, un generatore di tesi, se solo esistesse: l’incipit è uguale a mille altri; lo stile, stucchevolmente formale, non ha nulla di umano; il ritmo e lento e, soprattutto, estenuante.
Così, per non ammettere di aver sprecato tempo prezioso pur di racimolare due lire, bisogna tirar fuori qualcosa di positivo da questa bieca esperienza. Per fortuna una cosa c’è, è una storia che ho il piacere di condividere con voi in modo da sottrarla all’oblio muffoso degli scantinati di facoltà a cui era (è) destinata.

Il fascismo non riuscì mai a fare presa sulla città di Vittoria. Nonostante le parate, le visite ufficiali di importanti gerarchi e le esortazioni dei politici locali, la gente non ne voleva sapere di dimostrare fedeltà al Partito. Il motivo era semplice: Mussolini era considerato dai vittoriesi il primo responsabile della loro fame nera e della loro povertà disperata. Così anche nei periodi più bui, quando sollevare una voce di dissenso voleva dire, nel migliore dei casi, trovarsi un bel po’ di olio di ricino nello stomaco, Vittoria era fonte di ansia per le autorità locali impegnate a stanare sovversivi e ribelli. Nella piccola città delle serre nascevano continuamente associazioni clandestine con lo scopo di fare propaganda antifascista: a fondarle erano spesso uomini venuti da fuori che avevano preso contatti con i più importanti centri antifascisti all’estero, come Parigi o New York. Gli associati si preoccupavano di diffondere materiale sovversivo ricevuto dall’estero e di fare proselitismo a lavoro o con gli amici.

Anche Luciano Corallo fa parte di un’associazione simile. È un falegname squattrinato, perennemente angustiato dalle ristrettezze economiche. Vive in una casa con una sola stanza e la moglie lo ha abbandonato per darsi alla prostituzione.
Luciano non è bravo a fare discorsi, è chiuso e scontroso, ha un’andatura stanca e depressa e gli occhi sfuggenti, insomma non è tipo da ispirare fiducia. Alle riunioni, la sera, nella putìa di Filippo u quartararu, sta perlopiù zitto, e ascolta con interesse i discorsi di Michele Santonocito. Lui si che sa parlare! Le sue parole risanano gli animi e danno la speranza necessaria a tirare avanti: una volta sconfitto il franchismo i rossi francesi assieme ai russi arriveranno anche in Italia; bisogna perciò tenersi pronti ad aiutarli dall’interno.
Tutti assieme si legge la stampa clandestina e si termina la serata in osteria dove il vino completa la cura dell’anima iniziata coi discorsi.

La sera del 7 gennaio 1939 Luciano esce dall’osteria più ubriaco e più disperato del solito, e non ha nessuna voglia di rincasare e gironzola senza meta per il paese. Si accorge di avere un lapis in tasca, lo tira fuori e comincia a imbrattare alcuni manifesti pubblici con ABBASSO L’ITALIA, VIVA LA FRANCIA COMUNISTA, VIVA LA RUSSIA.

Il 26 gennaio l’intero gruppo di Santonocito viene arrestato e con loro anche Luciano, condannato a 4 anni di confino “per le sue idee sovversive mai negate, le sue azioni rivolte chiaramente a danneggiare la nazione, e per le sue amicizie”.
I 4 anni di confino li sconta tutti nonostante le due richieste di “amnistia” date le sue pessime condizioni di salute.

Nel gennaio del 1943 Luciano torna a casa ma dopo solo 4 mesi viene nuovamente arrestato. Una sera in osteria avrebbe avvicinato un soldato in licenza proveniente dalla Russia dicendogli che era inutile farsi ammazzare per l’Italia e che bisognava invece aiutare i russi a sconfiggere Mussolini.
Questa volta Luciano viene rinchiuso nel campo di concentramento di Lipari e di lui non si hanno più notizie.

Viva S. Agata

Raffaele Lombardo, il nostro amatissimo presidente della regione, eletto – non fa male ricordarlo – con quasi il 70% dei voti, la scorsa settimana ha sacrificato la festa della sua Patrona (di cui si riconosce devotissimo) per presenziare l’inaugurazione della nuova ala del Guzzardi, l’ospedale di Vittoria.
Come scrive il Corriere di Ragusa: “per un medico, nonché politico di alto rango, aprire un nuovo ospedale, è sempre evento sanitario d’eccezione e straordinario”. ((Mi piacerebbe sapere chi scrive i pezzi per questo giornale.))

Durante l’evento sanitario d’eccezione e straordinario, Lombardo s’è fatto i complimenti da solo per la sua scaltra politica in materia di sanità. Per ridurre le spese faraoniche ((8.436000 euri solo nel 2008 fonte “l’Espresso”)) del servizio sanitario siciliano, il saggio Raffaele ha pensato di cominciare risparmiando sui posti letto. ((Nella sola provincia di Ragusa ne sono saltati 72, fonte qui)) “Chi ha detto che più posti letto fanno una buona sanità?” è stato il suo sbeffeggiante commento e poi come se non bastasse ha aggiunto “Che ne facciamo di tanti posti letto se la gente va a farsi curare al nord o all’estero?” (( Fonte qui))
Giusto no? I siciliani preferiscono l’estero quando si tratta di cure. Anche la mia vicina di casa novantenne, quando ha bisogno di un ricovero si prenota un volo per la Francia, per non parlare del mio dirimpettaio operaio padre di quattro figli. I reparti poi sono semideserti, non si vedono pazienti manco a pagarli.
Non c’è da preoccuparsi comunque, Lombardo ha promesso che quando avrà spremuto gli ospedali fino all’ultimo centesimo, quando il paziente dovrà portarsi da casa le lenzuola, la carta igienica e perché no anche il medico, comincerà a risparmiare anche sugli appalti e sugli stipendi del personale, che rappresentano solamente il 60% della spesa sanitaria. (( Stando ai dati del 2008, fonte “l’Espresso”))

Prima eramu comu li petri

Seguendo l’iniziativa “recuperiamo il nostro dialetto ché ci piace tanto non farci capire da nessuno” promossa e incoraggiata qui, vi propongo una poesiuola che le ricamatrici e le merlettaie erano solite sbraitare durante le manifestazioni degli anni ’70, a Palermo o in giro per la Sicilia, nella vana speranza di vedere rivendicati i propri diritti. Ah, ovviamente non la tradurrò.

Prima eramu comu li petri
ittati ‘inni la via
passava u patruni, dava ‘na pidata
e la petra vulava di latu.
Ma si sti petri si iunginu,
si mettinu tutti a munzeddu,
quannu u patruni duna pidati,
si rumpi lu pedi.

Chista è a lega! ((La lega delle merlettaie, sia chiaro))

Le danzimanie, un’introduzione

Appena ieri il mio consorte pubblicò questo post, dove svergognava se stesso riportando per intero l’introduzione della sua tesi abortita nel 2006. Lo stile è stucchevole e i contenuti ingenuotti. Non ho perso tempo a prenderlo in giro (nei commenti) e lui mi ha risposto saggiamente: “prova a rileggerti anche tu” ((anch’io ho abortito una tesi nel 2006)). Così mi sono riletta e, dato che mi voglio del male, ho deciso anch’io di esporre la mia introduzione al pubblico ludibrio. Buona lettura.

Tanzwuth: con questo termine il medico tedesco Hecker definiva nell’Ottocento le epidemie coreutiche, ovvero forme di esaltazione mentale che coinvolgevano intere collettività costringendole ad una danza sfrenata e disperata sino allo sfinimento del corpo. Le origini del fenomeno si perdono nella notte dei tempi, e la sua comparsa è documentata in varie parti del mondo tra cui America del sud e Africa. Anche nell’Occidente sorgono, nel corso dei secoli, una vasta gamma di danzimanie: mi soffermerò proprio su alcune di queste, e più precisamente sui balli di San Vito e di S. Giovanni e sul fenomeno del Tarantismo (non mancheranno ovviamente riferimenti alle Menadi e ai Coribanti), dato che possiedo maggiori strumenti per una ricostruzione del contesto culturale e sociale nel quale nacquero.
La prima cosa che viene da chiedersi di fronte ad una turba di ossessi danzanti è ovviamente : perché? cosa spinge gente comune, con un equilibrio mentale più o meno consolidato, ad abbandonare le proprie case, i propri ruoli sociali e a vestire i panni degli invasati? Cercherò a questo proposito di dimostrare che una danzimania si presenta ogniqualvolta viene spezzato il legame fra gli uomini e la natura, fra gli individui e la vita vera; quando costrizioni sociali e culturali o avvenimenti particolarmente drammatici vietano all’uomo di manifestare la propria spontaneità.

Un esempio per tutti l’epidemia coreutica che sconvolse l’Europa settentrionale nella seconda metà del Trecento in seguito alla peste nera che spazzò via metà della popolazione europea: con la morte ancora negli occhi e la Chiesa che predicava la fine del mondo e di conseguenza la mortificazione del corpo, la gente si diede istintivamente alle danze affermando la vita sulla morte.
La seconda indispensabile questione per chiarire il fenomeno delle danzimanie è quella della danza, utilizzata per esprimere angosce e sofferenze in un contesto spesso povero di confidenze e comprensioni- pensiamo ad esempio alle contadine del Salento. Ciò che trovo più interessante è però la sua dimensione catartica: non solo la danza è un mezzo d’espressione ma, assieme alla musica, essa può guarire dal “male”. La pena che affligge il danzatore coatto non è riducibile ad una malattia somatica, né ad un disordine psichico, è piuttosto un supplizio che investe indistintamente corpo e psiche e che solo la terapia coreutico-musicale può risolvere. A tale proposito Platone sosteneva che i movimenti ritmici della musica e della danza avessero una potenza ordinatrice sui movimenti interiori dei coribanti che erano di phobos e mania.

Altro elemento su cui ho voluto porre attenzione è la commistio di Paganesimo e Cristianesimo che accomuna le forme di danzimanie che analizzerò: basti pensare alla confusa relazione, all’interno del Tarantismo, fra la tarantola e San Paolo, per cui a volte è la tarantola che porta il male col morso e il santo che guarisce, a volte è il santo che manda per punizione la tarantola a mozzicare, altre volte ancora è la tarantola-S.Paolo che “pizzica le caruse ‘nmezz’ all’anche” facendole sante (!?).
Dietro a tale macedonia di simboli pagani e cristiani stanno due fattori: l’atteggiamento della Chiesa che s’impegnò, sembra con scarso successo, a estirpare dalla sua comunità cristiana i residui di paganesimo, soppiantando feste e riti pagani con rituali cristiani, (a questo proposito possiamo anticipare che proprio l’abolizione delle feste danzanti stagionali di matrice pagana, operata dalla Chiesa, fu una delle motivazioni che portò all’esplosione delle danzimanie nell’età medievale); E e la reazione del popolo che pur di non smarrire le proprie tradizioni preferì cristianizzarle.
Concluderò con uno sguardo al presente, nessuna tarantolata fa più visita alla cappella di San Paolo a Galatina, certo è però che la necessità di evadere dagli affanni quotidiani e dalle oppressioni di vario genere è tuttora presente, e la danza si rivela ancora un ottimo strumento di catarsi. Accennerò al movimento del neotarantismo come forma di evasione alternativa allo svago preconfezionato offerto dai mass-media e al diktat del sabato sera.

Ancora su Pennavaria

A proposito di questo, m’è capitato tra le mani un libro che parla di fascismo e antifascismo in Sicilia ((La Sicilia tra fascismo e democrazia, di Giuseppe Micciché, centro studi Feliciano Rossitto, Ragusa)) in cui è riportata una testimonianza che meglio può chiarire la figura del mio stimatissimo concittadino (cambiereicittàsubito) Filippo Pennavaria. La storia è tratta da “Fascismo: inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”; un’inchiesta pubblicata nel 1921 che porta il nome del tristemente noto Giacomo Matteotti. È un elenco minuzioso degli orrori delle squadracce fasciste, compiuti in varie città d’Italia. Il documento presenta una “faccia” socialista di Ragusa che mi ha felicemente sorpreso.

L’eccidio di Ragusa

Ragusa è una città di 40 mila abitanti conquistata anch’essa dal Partito socialista nelle passate elezioni amministrative ((quelle del 1920)) con oltre 3 mila voti.
Il 3 Aprile avviene a Ragusa una concentrazione di fascisti da tutta l’isola. Ne vengono fin da Messina e da Palermo, distante oltre 12 ore di treno! Se ne raccolgono un migliaio e sfilano in parata militare con moschetti e armi varie. Il sindaco, avuta richiesta la musica, l’aveva concessa. Discorsi provocatori. Ma la massa operaia disserta la cerimonia che si svolge così senza incidenti.
Il 10 aprile i socialisti indicono un comizio elettorale ((per le elezioni politiche del maggio 1921)). La sera del 9, con una vettura, proveniente da Modica arriva L’on. Vacirca ((esponente del partito socialista)). Ai molti lavoratori andati ad incontrarlo egli dice poche parole in piazza, volto soprattutto ad un gruppetto di avversari, che, addossati in un loro club, ascoltano in silenzio. L’oratore parla dell’inutilità e della bestialità della violenza e ricordando il contegno sereno dei nostri alla cerimonia fascista della domenica precedente, s’augura che al comizio socialista del giorno dopo nulla di doloroso abbia a succedere. Appena cessano gli applausi una scarica terribile di revolverate parte dal gruppo ((degli avversari davanti al club)) verso l’oratore. Tre lavoratori cadono fulminati ai piedi del Varica rimasto incolume; una sessantina i feriti. I carabinieri, 25, a dieci passi dagli sparatori, circondano il locale da cui sparavano, poi li mandano tutti a casa, senza arrestarne uno solo. A capo del gruppo è il giovane banchiere Filippo Pennavaria, poi portato candidato non ancora trentenne e… riuscito eletto.
La notte giungono gruppi di delinquenti da Vittoria e da Comiso, armati di moschetto che hanno ricevuto dai carabinieri dei loro paesi, terrorizzano con spari la città, saccheggiano e minacciano le sedi socialiste e operaie, cantano sui nostri morti e tentano, il giorno dopo, di inscenare una dimostrazione di giubilo a suon di musica, mancata per l’assenza dei manifestanti.
Anche a Ragusa da quella notte si organizza il terrore ufficiale. Sindaco, assessori e chiunque coprisse cariche pubbliche obbligati a dimettersi sotto le canne di rivoltelle e le lame di pugnali.
Pochi giorni prima le elezioni vengono dai fascisti scoperte le schede socialiste e bruciate. Si spara contro il bimbo di tre anni Pilieri perché si chiama Lenin.
Il sabato, 14 maggio, fu impedito ai socialisti, l’accesso al palazzo comunale per presentare la scheda tipo.
Il giorno delle elezioni gruppi armati custodiscono l’entrata delle sezioni elettorali. Anche qui ((come in altri comuni)) si votava a scheda aperta. Non solo gli operai e i contadini dissertarono le urne, ma anche molti borghesi intimoriti. Si calcola che non votarono più di 1500 elettori effettivi, ma vennero fuori oltre 10 mila voti per il “blocco” e per il banchiere Pennavaria e nessuno per i socialisti. Ci furono ragazzi imberbi che votarono sino a 20 volte facendo il giro di tutte le sezioni ((le note erano mie.)).