Avvertenza: il post che segue è lievemente pulp.
La Pasqua si sa, è la festa del sangue, della carne, del corpo martoriato e immolato.

La cucina pasquale non può certo essere da meno: ecco che allora la mia veranda si trasforma in una specie di tèmenos con tanto di: altare sacrificale (un tavolo di legno protetto da tovaglia di plastica a quadri blubianchi), sacerdote (mio padre e il suo ghigno compiaciuto ma un po’ schifato) addetto allo smembramento e svisceramento dell’animale (un mezzo agnello), assistenti premurose, vago odore dolciastro e appiccicaticcio e pittoreschi coli di sangue.
Ogni buon sacrificio prevede poi la spartizione e la consumazione delle carni dell’immolato (per gli antichi una delle poche occasioni per strafogarsi di carne, per i moderni una delle infinite occasioni per strafogarsi di carne): ecco che allora il ragusano ti inventa una ricetta golosa (perversa) per rendere più appetibili le interiora di agnello: i “turciniuna”
Il turciniune è il prodotto di un assemblaggio di interiora (una sorta di involtino); gli ingredienti che lo compongono sono in ordine:
calia (tessuto grassoso che riveste lo stomaco);
panza;
cuore;
polmoni;
fegato;
cipolla, cacio, prezzemolo.
Come spago per tenerlo chiuso si usa poi il budello (ci mancherebbe) che viene avvolto ripetutamente attorno al turciniune (da qui il nome, penso).
Se siete tanto curiosi (e avete lo stomaco forte) ho filmato il procedimento (clicca sull’immagine per vederlo).

Noto con dispiacere che la tradizione dei turciniuna sta perdendo colpi: sempre meno giovani apprezzano la pietanza, ma io non lascerò che questo accada: trasmetterò ai miei pronipoti la storia dei turciniuna, magari quando avranno voglia di un racconto terrificante.
Metto su Here come the Bastards dei Primus e una sensazione mista tra frustrazione, ira e rancore si impossessa di me. Al terzo ascolto (consecutivo) la macedonia di sensazioni si trasforma in un’accozzaglia di pensieri confusi prima e in una sentenza illuminante poi: siamo egoisti, razzisti, fascisti per natura. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che il motore del mondo è l’egoismo sotto forma di accaparramento del danaro. Non si spiegherebbe nemmeno il fatto che è così difficile “fare la differenza” tra questa massa di gente inebetita e tramortita dal proprio individualismo. Il comportamento etico e responsabile è frutto di una lotta (esasperata) quotidiana contro la nostra irrazionalità. Riusciamo ad essere “giusti” solo a patto di soffocare il nostro istinto recalcitrante, di costringere il nostro ventre che continua ad urlare “miomiomiomio a me a me a me a me”. Il che non è semplice, insomma non è roba per tutti (in realtà per nessuno). Al settimo ascolto (consecutivo) comincio a giustificare gli xenofobi e i violenti in genere (in fondo seguono solamente i loro istinti), al che mi rendo conto della degenerazione dei miei pensieri e stoppo la musica… dovrebbero vietarle, certe canzoni.
A mente fredda, dopo qualche ora dall’ascolto allucinatorio, realizzo che le mie affermazioni deliranti non contenevano poi nulla di originale, tanta tanta gente (più furba di me) prima di me ha riflettuto sulla “cattiveria naturale” dell’uomo e sulla difficoltà di gestire le proprie passioni. [Dieci minuti fa ho salvato una mosca che stava annegando in un succo di frutta melmoso, è ancora li che si ripulisce con cura, zampine testa e ali... secondo me è spacciata, non riuscirà più a volare, dite che sarebbe meglio avvisarla?] Penso ad Euripide (che sto studicchiando per la tesi): i suoi personaggi sono così afflitti perché sono ben coscienti che il male proviene loro non dall’esterno tramite demoni maligni (come per Eschilo) ma dall’interno, dalla loro stessa natura. La loro ragione non può che assistere inerme davanti all’affermazione del dramma.
Pensiamo a Medea che supplica impotente il suo thymos (una sorta di istinto):
No, no, cuor mio, non compiere lo scempio!
Lasciali, o trista, i figli non uccidere.
E poi davanti alla presa di coscienza dell’ineluttabile destino (che si è autoimposta!):
Intendo ben che scempio son per compiere;
ma più che il senno può la passione,
che di gran mali pei mortali è causa.
E mi pare che in questi ultimi versi ci sia una chiara frecciatina all’intellettualismo etico di Socrate… ma questo è un altro discorso.
Avvertenza: il post che segue è abbastanza disgustoso, soprattutto se sei emetofobo.
Internet è un’invenzione meravigliosa, non finirò mai di pensarlo. Oggi ad esempio ho scoperto di non essere l’unica pazza al mondo ad avere terrore del vomito, anzi, si tratta di una fobia comune e ben studiata: la emetofobia. L’emetofobo preferirebbe un intervento chirurgico ad una vomitata; a me basterebbe vomitare da un’altra parte del corpo… che so, dal ginocchio ad esempio: non mi spaventerebbe affatto vomitare dal ginocchio.
Gli emetofobi non vomitano mai (paradossale): io non ricordo (giuro!) l’ultima volta che m’è successo. A quanto pare riescono a trattenere i conati (mi pare assurdo a dire il vero) e non rimettono neanche nel caso in cui sarebbe consigliabile; secondo me più semplicemente non esagerano mai col cibo per evitare di stare male. Abbuffarmi equivale per me a una sorta di peccato mortale, uno scandalo, una violenza masochistica. Dopo aver visto la Grande abbuffata (in cui i protagonisti decidono di suicidarsi strafogandosi) sono stata male tre giorni: tutt’oggi ricordo quel film con angoscia di morte (brrrr).
Gli Emy (da non confondere con gli emo) hanno terrore di vomitare in pubblico, o in una situazione dalla quale non è facile svincolarsi. Io non posso prendere l’autobus o mezzi senza bagno a bordo, né stare in stanze strette piene di gente, né in mezzo alla folla tipo s. Agata.
Ma gli emy hanno anche terrore di vomitare soli. La paura del vomito mi si presenta spesso di notte (durante gli anni funesti della pubertà mi svegliavo ogni notte in preda al panicodavomito); da quando non dormo più sola la fobia notturna è praticamente scomparsa ma so che è sempre in agguato, e so che prima o poi ricapiterà di dormire sola [(brrr) non stiamo qui a pensare cosa mi comporterebbe vivere sola].
Gli emy non possono nemmeno venire a sapere che una persona vicina ha rimesso, altrimenti temono di venire contagiati: l’altro giorno mio padre ha vomitato, vi lascio immaginare che giornata ho passato.
Gli emy non riescono a parlare con facilità della loro fobia… sto per vomitare…