Scrivere è sempre stato un problema per me. E se dico sempre vuol dire sempre, ovvero dal primo giorno di prima elementare quando non riuscivo a fare le stanghettine precise come quelle della mia compagna di banco Pamela. La maestra mostrava spesso il mio quaderno quale esempio da non imitare a tutta la classe e saranno state migliaia le persone che m’hanno fatto notare d’avere una cacografia.
La prof di latino pittorescamente la definiva “scruoppi nturciniati” e quella di filosofia è ancora convinta che ho origini egiziane dato il mio naso e la scrittura geroglifica (mischina, non c’era molto con la testa). Ma non è soltanto una questione di grafia (cosa che ho risolto brillantemente con l’uso del pc, dove segno pure la lista della spesa): faccio sforzi immani a trasformare i pensieri in un discorso ordinato e corretto. Anche questo da sempre: il tema di italiano era per me un dramma, la prima ora e mezza (delle due) la passavo ad angosciarmi e sudare davanti a quel foglio terribilmente bianco mentre tutti intorno a me vomitavano fiumi di parole (brrr), e alla consegna ero stanca come una partoriente. Ecco, questo è scrivere per me: un parto con complicazioni. Proprio in questi giorni rivivo quel senso di impotente frustrazione che mi pigliava davanti al foglio usobollo (uau non usavo questo termine da un sacco! Ma che differenza c’è tra foglio usobollo e protocollo!?), solo che stavolta ci convivo notte e giorno, e questo grazie a quella maledetta tesi che stenta a prendere forma (dalla serie: scrivo una pagina ne cancello tre). E poi anche questo blog, suvvia è ridicolo!! Ma che vi devo dire, bisogna accettare i propri limiti, magari sono portata per qualcos’altro tipo… mmm… ah! Si, faccio ridere la gente!
[Attenzione, mi trovano buffa, non spiritosa (che sarebbe pure un complimento).] Peccato che oggi come oggi i giullari di corte hanno meno possibilità dei filosofi di trovare lavoro. [Ok il Nostro Presidente del Consiglio (di nuovo miodddiooo) fa eccezione.]


