“Una parte di me vorrebbe che questa casa andasse a fuoco” ((Esclamazione sfuggitami durante l’ultima serata sitosophica – nottata balorda conclusasi con Petrarca e una salata ben documentata)): si, è vero, ma questo non significa che detesto stare alle vigne e vorrei vedere questa casa distrutta, o perlomeno non è così semplice. Per capire cosa si nasconde dietro questa espressione inquietante sono obbligata a parlarvi brevemente dei miei anni vigneschi.

Venire qui (ormai 4 anni fa) è stata una follia, un colpo di testa; abbandonare la spensierata vita universitaria a Catania per sobbarcarsi:
- una convivenza a tempo pieno;
- una casa intera da gestire (e un po’ anche pulire);
- un isolamento drastico (penso di essere passata dai 1000 abitanti per km² ai soli 2, Io e Tommy, se non consideriamo i mici e i topi);
- scomodità varie dovute al vivere in una casa in campagna: topi, insetti vari, muffe, umidità, freddo angosciante.

Le mie amiche: “Ma ti rendi conto del grande passo che stai compiendo? Ti cambierà la vita! Dovrai considerarti maritata!”. Mio padre “In quel posto isolato? Vedi, fatti squartare da un marocchino”. Mia madre non diceva nulla ma aveva il cuore nero.
E io non capivo il loro allarmismo: Catania mi aveva stufato, non mi andava più di condividere la casa con coinquiline isteriche e l’idea di rinchiudermi in un posto silenzioso immerso nel verde mi allettava parecchio. Così, con la più grande spontaneità, io e Tommy abbiamo iniziato la nostra vita vignesca.

A dispetto di ciò che si può pensare sono stati anni intensi (un sacco di volte mi sono sentita chiedere: “Ma che caspita fate per giorni e giorni chiusi lassù?”), in cui ho imparato e fatto una miriade di cose. Sono stati gli anni in cui ho studiato e letto di più; in cui ho imparato a sentire il ciclo delle stagioni;

in cui ho conosciuto (e invidiato) il meraviglioso mondo dei mici;

in cui ho capito la differenza tra le zucchine del supermercato e quelle dell’orto; in cui ho scoperto il piacere di cucinare (e mangiare), di produrre con le mie mani anziché comprare.

Tutto ciò non poteva scivolare via senza lasciare traccia, e così questi anni alle vigne mi hanno cambiata; mi hanno resa più attenta all’ambiente, più sensibile alle sue manifestazioni: il profumo dei fiori di ciliegio, il chiu dell’assiolo in lontananza, il primo sole sulla pelle dopo un lungo inverno.

E adesso che, in un modo o nell’altro dovrò riprendere contatti stabili con la società (e con la realtà) per campare, è necessario abbandonare le vigne (magari consolandosi pensando di farci ritorno ogni tanto). Quindi ditemi voi: non sarebbe più facile se questa casa andasse a fuoco?
P.S.: comunque una cosa è certa: una volta trovato un minimo di stabilità, ovunque sarò, tornerò a stare in campagna.



