Monthly Archive for ottobre, 2008

Anni vigneschi

“Una parte di me vorrebbe che questa casa andasse a fuoco” ((Esclamazione sfuggitami durante l’ultima serata sitosophica – nottata balorda conclusasi con Petrarca e una salata ben documentata)): si, è vero, ma questo non significa che detesto stare alle vigne e vorrei vedere questa casa distrutta, o perlomeno non è così semplice. Per capire cosa si nasconde dietro questa espressione inquietante sono obbligata a parlarvi brevemente dei miei anni vigneschi.

Venire qui (ormai 4 anni fa) è stata una follia, un colpo di testa; abbandonare la spensierata vita universitaria a Catania per sobbarcarsi:
- una convivenza a tempo pieno;
- una casa intera da gestire (e un po’ anche pulire);
- un isolamento drastico (penso di essere passata dai 1000 abitanti per km² ai soli 2, Io e Tommy, se non consideriamo i mici e i topi);
- scomodità varie dovute al vivere in una casa in campagna: topi, insetti vari, muffe, umidità, freddo angosciante.

Le mie amiche: “Ma ti rendi conto del grande passo che stai compiendo? Ti cambierà la vita! Dovrai considerarti maritata!”. Mio padre “In quel posto isolato? Vedi, fatti squartare da un marocchino”. Mia madre non diceva nulla ma aveva il cuore nero.
E io non capivo il loro allarmismo: Catania mi aveva stufato, non mi andava più di condividere la casa con coinquiline isteriche e l’idea di rinchiudermi in un posto silenzioso immerso nel verde mi allettava parecchio. Così, con la più grande spontaneità, io e Tommy abbiamo iniziato la nostra vita vignesca.

A dispetto di ciò che si può pensare sono stati anni intensi (un sacco di volte mi sono sentita chiedere: “Ma che caspita fate per giorni e giorni chiusi lassù?”), in cui ho imparato e fatto una miriade di cose. Sono stati gli anni in cui ho studiato e letto di più; in cui ho imparato a sentire il ciclo delle stagioni;

in cui ho conosciuto (e invidiato) il meraviglioso mondo dei mici;

in cui ho capito la differenza tra le zucchine del supermercato e quelle dell’orto; in cui ho scoperto il piacere di cucinare (e mangiare), di produrre con le mie mani anziché comprare.

Tutto ciò non poteva scivolare via senza lasciare traccia, e così questi anni alle vigne mi hanno cambiata; mi hanno resa più attenta all’ambiente, più sensibile alle sue manifestazioni: il profumo dei fiori di ciliegio, il chiu dell’assiolo in lontananza, il primo sole sulla pelle dopo un lungo inverno.

E adesso che, in un modo o nell’altro dovrò riprendere contatti stabili con la società (e con la realtà) per campare, è necessario abbandonare le vigne (magari consolandosi pensando di farci ritorno ogni tanto). Quindi ditemi voi: non sarebbe più facile se questa casa andasse a fuoco?

P.S.: comunque una cosa è certa: una volta trovato un minimo di stabilità, ovunque sarò, tornerò a stare in campagna.

Pulsioni sociali

L’uomo si sa, è un animale sociale – è cioè un animale che vive e sopravvive solo all’interno di un gruppo. Per una buona convivenza sociale, è necessario controllare efficacemente l’aggressività degli individui che fanno parte del gruppo, e un buon metodo per fare ciò è l’istituzione di una gerarchia; ecco perché le comunità dei primati come quelle degli uomini presentano una struttura gerarchica in cui ogni individuo controlla i suoi sottoposti ed è controllato dai suoi superiori.
Per realizzare ciò lo sviluppo filogenetico (l’evoluzione) ha dotato gli animali sociali di due predisposizioni: una permette loro di sottomettersi a chi viene reputato superiore e l’altra li porta ad aspirare ad una posizione di prestigio nella gerarchia.
Alcuni primati, tra cui i macachi giapponesi e le scimmie rhesus, ottengono un buono status all’interno del loro gruppo, più che con la forza e l’aggressività, tramite modi affabili e socievoli, dimostrandosi tolleranti e disposti alla protezione del gruppo. Solo in questo modo essi potranno guadagnarsi il rispetto e il riconoscimento della comunità (fattore indispensabile per il raggiungimento di una posizione di prestigio).


Anche nell’animale uomo notiamo atteggiamenti simili: ogni arrampicatore sociale degno di questo nome è cosciente di quanto sia necessario, per raggiungere i propri obbiettivi di prestigio e potere, circondarsi di congeneri pieni di stima e ammirazione, di yesmen sempre pronti all’adulazione; riconosce altresì l’importanza di mostrarsi gentile, cortese e sempre disponibile.


Altro tipico atteggiamento dell’uomo affamato di rango è la scimmiottatura dello stile di vita e dei comportamenti di chi ricopre uno status più alto: «l’appello allo status è un efficace fattore di pubblicità perché, quando uno non ha ancora raggiunto un alto livello di rango, ne mima volentieri i contrassegni, vestendosi come gli appartenenti al livello superiore, procurandosi gli stessi tipi di auto, portando gli stessi ornamenti» ((I. Eibl-Eibesfeldt, Amore e odio, Adelphi, Milano 2007, p. 112.)). Questi semplici accorgimenti danno all’uomo medio, a colui che non ha potuto soddisfare pienamente la sua pulsione di arrivismo sociale, l’illusione di possedere almeno in parte lo status tanto agognato. Ecco spiegato il motivo, apparentemente incomprensibile, per cui una semplice commessa veste Cesare Paciotti; un meccanico si reca all’officina con la sua Audi; un liceale sniffa coca. Ecco perché ogni neonato ha diritto al suo corredino 1ª Classe di Alviero Martini – ok è parecchio squallido, lo farà pure sembrare un 40enne, ma è un biglietto d’ingresso per il meraviglioso mondo del Successo (reale o presunto).


Questo approccio etologico alle gerarchie sociali umane suggeritoci da Eibl-Eibesfeldt potrebbe darci qualche suggerimento per spiegare lo strano enigma della fame (folle) di finanziamenti che, in questi ultimi anni, ha interessato gli occidentali fino alle tragiche conseguenze finanziarie a cui assistiamo in questi giorni: sembra infatti che la pulsione di arrivismo sociale sia così radicata nell’uomo da sfidare l’istinto di sopravvivenza stesso; non importa se domani ti ritroveranno morto di freddo in una roulotte scassata, ciò che conta è dimostrare ora che tu vali, che la tua vita è degna di essere vissuta perché ricopri un ottimo status sociale.

Buone nuove

Dopo otto mesi di (più o meno) costante attività (più o meno) soddisfacente, è giunto il momento di dichiarare questo blog maturo. Diventa necessario quindi disfarsi di quel fanciullesco contenitore che fu “Il diario di Valentina”, che ha scortato l’insicuro blog nei mesi più delicati della sua esistenza. Di conseguenza ci sbarazzeremo anche dell’alter-ego Valentina in quanto (io e Ossidia) riteniamo scandaloso nascondersi ancora dietro un nome famoso ed autorevole.

Addio Valentina

Diamo quindi il benvenuto al blog adulto di Ossidia che si chiamerà semplicemente Ossidia e il cui sottotitolo OssiDiAte ha un significato ambiguo: può essere banalmente intesa come ossidiate, cioè cretinate fatte o scritte da Ossidia, oppure, se vogliamo darci un tono, la tagline diventa “Ossi Di Ate”: frammenti di follia temporanea.
La tizia spalmata sull’albero nella foto della testata evocativa zen sarei io un po’ di tempo fa. Non ho trovato foto migliori, per adesso accontentatevi.