Zà Pippina

La faccia è una maschera tragica solcata da rughe profonde e concentriche: gli occhi piccoli e spenti dietro un enorme paio di occhiali che stentano a stargli sul naso sottile e appuntito; la bocca quasi priva di labbra sempre contratta in smorfie varie di sofferenza; la pelle secca, pallida e appiccicata alle ossa, la prima cosa che noti guardando la sua figura: un mucchio d’ossa doloranti che si trascina dentro un vestito nero, che più che indossato sembra appeso ad un manico di scopa. Questo è il ritratto (generoso) della zia Pippina, la donna più angosciante ed angosciata che abbia mai incontrato in vita mia, un memento mori ambulante.

"Tod und Leben", Klimt (particolare)

Da perfetta rappresentante della sua stirpe, i comisani, la zia Pippina è una donna che esterna tutte le sue emozioni fino allo spettacolo; così, nei momenti “normali” la vedrai lamentarsi e sospirare; in quelli tragici urlare, gemere, sbattere le mani ossute sulla gonna, e oscillare il busto a destra e sinistra o in avanti e indietro.
Ma la zia Pippina non è sempre stata così. Sembra difficile a credersi, ma anche lei è stata una ragazzina con la testa piena di sogni e speranze, almeno fino al suo ventesimo anno di età, quando le si attaccò addosso un certo male che non l’ha più abbandonata.

"La bambina malata", Munch

Fu proprio a vent’anni che Pippina conobbe Biagio, un ragazzo alto e bruno che faceva il muratore. I due cominciarono a frequentarsi di nascosto: Pippina trovava una scusa qualunque per uscire di casa, senza dimenticare mai, ci mancherebbe, di portare con sé la sorellina Nunziatina (mia nonna); e Biagio la aspettava a casa di sua cognata, che abitava dall’altra parte della strada. Trascorrevano così lieti e spensierati pomeriggi lontani dagli occhi molto indiscreti dei comisani, e alla fine, appoggiati dalla sorella di Biagio che approvava questa unione, decisero di uscire allo scoperto e chiedere alla famiglia di lei il permesso di sposarsi. Mai l’avessero fatto: non appena i genitori di Pippina vennero a sapere che Biagio era figlio di un cameriere, vietarono categoricamente alla figlia di frequentare quel morto di fame. Le inculcarono questo divieto a colpi di sedia; e, davanti alle resistenze di Pippina, fu invocata persino l’autorità dello zio d’America.

"Comiso panoramica", Biagio Castilletti

Cominciò così per i due ragazzi un periodo di lontananza forzata, interrotto solo da fugaci incontri, lettere stucchevoli e pomeriggi passati a guardarsi da dietro i vetri delle finestre. Ma si sa, l’amore giovanile divampa all’improvviso e si spegne con la stessa velocità; e Biagio si dedicò presto a nuove avventure. Di lì a poco Pippina cadde malata di un male indefinibile che la faceva sentire molto debole e apatica, tanto da costringerla a letto per intere settimane. La famiglia e i conoscenti intuirono subito che quel male era collegato a Biagio e presto si diffuse l’idea che il ragazzo, per ripicca, avesse fatto una fattura a Pippina utilizzando un fazzoletto, un guanto, qualcosa appartenente alla ragazza. I genitori sentirono il parere di molti maghi finché non consultarono un fattucchiere molto stimato che confermò la teoria della fattura: essa non era mortale ma non si poteva sciogliere perché era stata buttata a mare. Fu così che Pippina non si riprese mai più dalla sua malattia.

P.S. Alla fine la zia Pippina sposò lo zio Paolino, un noto commerciante.

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7 Responses to Zà Pippina

  1. Cateno says:

    I racconti popolari (anche quelli che ci toccano da vicino; c’è uno zio di mia mamma che fu legato al letto dalla moglie e il suo amante e costretto ad assistere) sono sempre atrocemente interessanti; mostrano la miseria in cui quotidianamente viviamo, per alcuni motivi ieri, per altri oggi.

  2. Triad says:

    Cateno, dedica un post anche tu alla vicenda cui accenni, ti prego.
    Ossidia, la storia mi ricorda l’opera teatrale di Capuana, Malìa, nella quale una presunta fattura si mette nel mezzo tra due sorelle e un uomo che sposerà una delle due…
    Un abbraccio.

  3. antonio says:

    Davvero atroce anche perchè si tratta di una tragedia lunga tutta una vita e non di un episodio singolo. Sentire o leggere di queste storie toglie il faito e lascia una duratura sensazione di sincope. Però quasi fa benedire i tempi presenti: squallidi, immorali, violenti ma non tanto squallidi, immorali, violenti di quelli passati; non almeno per coloro che sanno ritagliare isole felici.

  4. Tommy David says:

    @antonio: le ignoranze, le superstizioni e le sopraffazioni dell’epoca presente verranno alla luce e saranno irrise da spiriti peregrini soltanto nell’avvenire. Prendiamoci tempo anche noi, dunque.

    (E poi, cos’è tutto st’ottimismo? Sei davvero convinto che ci si possa ritagliare delle “isole felici”? Temo che i loro contorni — i loro estremi — saranno sempre co-stretti.)

  5. antonio says:

    Moderiamo i termini: non muoviamo infamanti accuse, peraltro senza fondamento. Quando una parvenza di ottimismo appare è solo perchè l’osservatore, indubbiamente stolto, non si avvede del fondo di solido pessimismo cui si sostiene. Solo un’isola felice infatti, e più stretta è meglio serve allo scopo conoscitivo, può consentire di vedere in maniera più perspicua a colui che la abita il mare di stordente sofferenza che lo circonda. Inoltre come si fa a individuare nel futuro un ravvedimento di quell’uomo che oggi si crogiola tra superstizioni e sopraffazioni tanto da renderlo capace, lui o il suo erede, di irridere il passato? Che vile ottimismo indegno di un filosofo! Ma ciò che mi preoccupa di più per il destino della nostra gloriosa stirpe di homo sapiens è quel sottinteso ma non per più innocuo convincimento, che vedo corrode ormai anche le menti più filosofiche, secondo cui ci si darà un avvenire.

  6. Ossidia says:

    Sisi,voglio leggerlo anch’io il post sul povero zio di Cateno, a dimostrazione che i cunti antichi possono contenere pure perversioni e non solo bigottismi:-)
    @Tommy: certo che si possono ritagliare isole felici, ed è ovvio che i loro contorni siano costretti, altrimenti non parleremmo di isole; ok forse sarebbe meglio chiamarli atolli felici.
    Comunque è vero, queste storie ci mettono davanti alla miseria umana, quella di ieri e quella di oggi. E se oggi,in confronto a ieri, abbiamo guadagnato maggiore rispetto ed attenzione per le “malattie dell’anima”; abbiamo sicuramente perso qualcosa che ieri era ancora presente: il rispetto e l’attenzione per la morte. (scusate il periodo contorto)

  7. Grazie per questo cunto Ossidia.

    @Cateno: raccontaci anche il tuo che un po’ ricorda i racconti del Decameron di Boccaccio e un po’ Le mille e una notte. Volete vedere una storia proprio da questa raccolta?

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