Febbraio è un mese insignificante, il picco del letargo invernale, in cui si dorme, in cui si svolgono le basilari funzioni vitali rimandando il resto al mese dopo. È il mese in cui la pelle raggiunge il livello minimo di melanina e appare bianchiccia e malata; in cui i sensi sono intorpiditi dall’assenza di Sole e di verde, e il cervello, di conseguenza, tocca il livello minimo di serotonina sparsa tra i suoi neuroni; non si può essere felici a febbraio come non si può essere tristi a maggio, non si possono fare progetti, figuriamoci iniziarli, si può solo aspettare. Febbraio è il mese dell’attesa.

A rendermi ancor più odioso il già odiato mese di febbraio, quest’anno si sono aggiunti una serie di avvenimenti funesti e fastidiosi; una manciata di esperienze inedite che, ammaccandomi le ossa e fiaccandomi lo spirito, mi hanno messo davanti alla mia profonda ignoranza (che penso di condividere con la maggior parte del genere umano) in materia di: corpo, sofferenza e morte. Ma andiamo con ordine.
Sul corpo nascosto
Osservando la radiografia della mia mano destra mi sono quasi stupita di avere delle ossa, eppure quei bastoncini affusolati e un po’ mortiferi erano lì, proprio sotto (o dentro) la mia mano così familiare. Non abbiamo coscienza delle nostre ossa, eppure sono la parte di noi che più a lungo resterà su questa terra. Ancora più sconcertante è l’ignoranza riguardo alle nostre viscere: ok, sappiamo di avere un fegato, uno stomaco e un intestino lunghissimo, ma non abbiamo idea della loro precisa posizione, della loro consistenza, dei loro movimenti. E non vogliamo averla perché la cosa ci schifa alquanto; come mai? Perché rimaniamo sconcertati al solo pensiero di avere un contatto diretto con le nostre interiora ((Il discorso ovviamente non vale per i medici che si sono esercitati per anni sui cadaveri, penso non senza qualche riluttanza iniziale.))? Quelle stesse interiora che sono parte essenziale di noi, che rappresentano forse la maggior parte di noi stessi?

Sul Dolore
Fissando il solco profondo che mia madre ha avuto al posto della bocca per le prime 24 ore dopo l’intervento (normali dolori post-operatori li definivano), ho capito di non sapere che cos’è il dolore, anzi il Dolore, quello che riduce l’uomo ad un fascio di nervi contratti. Io che porto sempre con me una nimesulide perché non si sa mai, e che mi angoscio alla minima sofferenza fisica, come potrei affrontare il Dolore? È giusto essere impreparati al dolore ed evitarlo ogni volta che si può o dobbiamo dare retta ai cattolici secondo cui la sofferenza va coltivata perché importante mezzo di espiazione (io lo dicevo in quei giorni a mia madre: “mammina consolati, stai espiando tutti i tuoi peccati” ma lei non sembrava rincuorarsi e la signora del letto accanto, una cattolica dichiarata, mi guardava stranita)?

Sul lutto
Ascoltando la drammatica storia di un’amica di famiglia alle prese con la morte della madre ho ripensato a come la nostra cara società non ci fornisca alcun valido strumento per affrontare un momento così sconcertante e doloroso, al di là dei servizi di onoranze funebri sempre più patinati e onerosi. Come se l’unica consolazione fosse sborsare quantità sconsiderate di quattrini per dare al caro defunto una degna sepoltura. Per il lutto vero e proprio, la dolorosa presa di coscienza della perdita definitiva di un affetto, non c’è spazio né tempo, almeno fino a che c’è da organizzare, scegliere, gestire e poi sorbire, sorbire una quantità folle di lontani parenti e amici, accorsi più per giudicare, con vorace curiosità, la tua sofferenza che per l’estremo saluto. Sarà questo il modo migliore per affrontare un lutto?