Monthly Archive for aprile, 2009

Le mezze verità

Il lavoro di doposcuolista (precettrice privata se volessimo darci un tono) porta con sé non solo angustie e angosce quando l’alunno (il discepolo) non vuole collaborare o quando col faccino candido ti porta voti di merda dopo ore e ore di lezioni. Per fortuna ci sono anche dei vantaggi come ad esempio riprendere e leggere (seriamente come mai si è fatto) i Promessi Sposi, e trovarli addirittura piacevoli; oppure riscoprire la bellezza di uno scrittore che non leggevi da tempo come Calvino. Della sua trilogia sugli aristocratici decaduti avevo letto solo Il barone rampante; accolsi quindi con piacere la notizia che ero costretta a leggere Il visconte dimezzato perché lo avevano assegnato ad una mia fanciulla per le vacanze di Pasqua.
Il piacere si tramutò in entusiasmo quando cominciai a leggere il romanzo breve (o racconto lungo). Il primo capitolo è un capolavoro, poche pagine dense di descrizioni crude e amare ma pure ironiche, di un campo di battaglia.

mortenera

Menandro (il visconte poi dimezzato) sta per arrivare all’accampamento cristiano dove si arruolerà nella guerra contro i turchi. Il suo cavallo cammina in mezzo a resti di uomini e animali, prodotti di scarto della guerra e della peste appena passate da lì; la descrizione è cruda e spietata:
In groppi di carcasse, sparsi per la brulla pianura, si vedevano corpi d’uomo e donna, nudi, sfigurati dai bubboni, e cosa dapprincipio inspiegabile, pennuti: come se da quelle loro macilente braccia e costole fossero cresciute nere penne e ali. Erano le carogne d’avvoltoio mischiate ai loro resti.” ((Il visconte dimezzato in Calvino, Romanzi e racconti vol. 1, Mondadori, p. 368 (Meridiani da dodici euro). Un po’ prima spiega che gli avvoltoi e i corvi erano quasi tutti spariti perché mangiando le carni infette degli appestati morivano anch’essi di peste.))
Poco più avanti la guida di Menandro spiega come mai le carcasse dei cavalli sono quasi più di quelle umane: “le scimitarre turche sembrano fatte apposta per fendere d’un colpo i loro ventri” e descrive nei particolari il momento dello sventramento: “quando il cavallo sente di essere sventrato cerca di trattenere le sue viscere. Alcuni posano la pancia a terra, altri si rovesciano sul dorso per non farle penzolare. Ma la morte non tarda a coglierli ugualmente.” ((Stessa pagina.))
Menandro nota poi che ogni tanto qualche dito indica loro la strada, la sua guida gli spiega che i vivi mozzano le dita ai morti per portare via gli anelli, e passando davanti al padiglione delle cortigiane lo mette in guardia: “Attento signore, sono tanto sozze e impestate che non le vorrebbero neppure i turchi come preda d’un saccheggio. Ormai non sono più soltanto cariche di piattole, cimici e zecche, ma indosso a loro fanno il nido gli scorpioni e i ramarri.” ((P. 370.))
Ma la battuta di gran lunga migliore è: “Di molti valorosi, lo sterco d’ieri è ancora in terra, e loro sono già in cielo.” ((P. 369.))
Il resto del romanzo è poi uno zuccherino, immerso in quella atmosfera fiabesca che solo Calvino sa creare: i luoghi sembrano incantati, affascinanti e inquietanti insieme, come il villaggio dei lebbrosi dove si fa baldoria di giorno e di notte; i personaggi sono eccentrici e buffi, come il dottore che passa le notti nei cimiteri per catturare i fuochi fatui, o la ragazza furba che parla con gli animali. E a condire il tutto, cosa che non guasta mai, uno spunto filosofico: il relativismo critico contro l’assolutismo dogmatico; il visconte è mezzo, e grazie a questo ha acquisito una profondità di pensiero che gli interi, immersi come sono nella loro “ottusa e ignorante interezza”, neanche si immaginano.

Per un pugno di peli

Ci accorgiamo di tenere veramente a qualcosa quando questa ci viene portata via. Il “qualcosa” in questione potrebbe essere una persona cara, un micio, una fetta di torta o, come nel mio caso, un frammento di barba; anzi due, due segmenti sottili di peli rossi biondi e neri di circa 3 cm che uniscono le basette col pizzetto, creando una garbata (nonché seducente) cornice al viso.
Tommy di ritorno dal rasoio: “Ehi guarda il mio nuovo look!”
Ossidia alle prese con la depilazione della sua gamba destra, si gira distratta, ma subito i suoi occhi si sgranano e la sua bocca si contrae in una smorfia di terrore: “… che COSA hai fatto!”
Tommy: “Ho deciso di cambiare”. Sorriso.
Ossidia osserva con crescente disgusto la faccia del suo consorte: dove fino a pochi minuti prima stavano quelle graziose striscette di barba che era solita baciare e accarezzare e che – ahimè se ne accorgeva solo ora – trovava così sensuali, stavano adesso due buchi: due buchi di pelle bianchiccia e grassoccia tra due folti basettoni e un pizzo enorme, spropositato, che faceva sembrare il suo mento invaso da una grossa cisti pendula. “Sei orribile!”

goatee

Tommy: “Ma no dai sto bene, sembro più sbarazzino.”
Ossidia sempre più in collera: “Sbarazzino!? Si, una merda sbarazzina sembri! Come hai potuto rovinarti la faccia in quel modo… Sei… omioddio stammi lontano finché non ti ricresce quel pezzo di barba… Sembri un quarantenne americano obeso… Pari uscito da un libro di Palaniuk.”
Tommy: “No no, sembro un metallaro anni 80” e davanti lo specchio assume la posa da metallaro anni ’80: gambe divaricate, braccia conserte, testa bassa sguardo torvo.
Ossidia: “Anni ’80 bravo! Sei tamarro come lo poteva essere una persona di cattivo gusto negli anni ’80, gli anni del cattivo gusto galoppante!!”
Tommy: “Ma dai è solo un po’ di barba in meno!”
Ossidia: “Non è solo un po’ di barba in meno, ti ha stravolto la faccia, ti ha dato un’espressione viscida, sembri un cinquantenne frustrato pronto a rimorchiare una diciottenne in discoteca, ti mancano solo gli stivali di coccodrillo a punta!”
Tommy: “No no, i mocassini di pelle beige!” E pienamente compiaciuto del suo orribile aspetto, comincia ad imitare le danze di un cinquantenne viscido cantando “From disco to disco”.

Oh yeah!

Oh yeah!

Sembra talco ma non è…

I mie ultimi due post sono lievemente macabri, lo ammetto. Per recuperare oggi parleremo di felicità, un argomento trito e ritrito, fritto e rifritto, masticato e rimasticato così tanto che non ci sarebbe più nulla da dire se non che parlare di felicità è idiota quanto interessarsi con ardore alle piramidi d’Egitto o al Sacro Graal (opinione personale).
E invece qualcosa da dire sulla felicità ancora c’è, forse.

pollonfelice

Contro tutti i miei pregiudizi più radicati ho letto un libro di uno psicologo americano, Jonathan Haidt, dal prudente titolo Felicità: un’ipotesi. È un testo che vi consiglio di leggere perché non sarò in grado di darne una visione completa e soddisfacente qui (né altrove), tanti sono gli spunti interessanti che stimolano riflessioni illuminanti. Così mi limiterò a farne un minisuntino scarno.

Il punto di partenza di Haidt è la divisione, grossolana ma efficiente, della mente in meccanismi automatici, ovvero tutto ciò che la nostra mente fa senza il nostro consenso, e la coscienza: i primi risiedono nella parte più antica ((Parlando in termini di evoluzione.)) dell’encefalo e guidano le nostre emozioni, pulsioni, intuizioni; la seconda risiede nella parte più recente del cervello e consiste nel pensiero cosciente e controllato.
Rifacendosi ad una metafora orientale dell’io diviso fra ragione e istinto, Jon chiamerà i meccanismi automatici l’elefante, e il pensiero cosciente il portatore, cioè il tizio che sta sopra l’elefante e che cerca di dirigerlo domando la sua forza (dell’elefante).

elefante

Jon sostiene che l’elefante regola una parte notevole della nostra vita mentale: ci fa commuovere davanti ad una scena patetica; ci fa schifare davanti alla vista di cadaveri o viscere ((Lo schifo per le viscere è un comportamento vincente a livello evolutivo, perché ha permesso a chi lo possedeva di evitare infezioni possibilmente mortali. E con ciò si potrebbe rispondere a una delle domande di questo post.)); ci suggerisce intuizioni brillanti mentre cerchiamo di essere creativi; guida la maggior parte delle nostre decisioni (prese perlopiù a naso e non dopo attente riflessioni); e cosa che ha dell’incredibile, influenzerebbe pure la nostra visione del mondo. La nostra morale, la distinzione tra bene e male sarebbero dettate da intuizioni automatiche (effettivamente capita di sentire che una cosa è sbagliata anche se non sappiamo bene il perché); la ragione interverrebbe solo in un secondo momento per giustificare, “fare da avvocato” ai nostri istinti morali ((Per saperne di più su questa stramba (e succulenta) teoria dell’istinto morale potremmo leggere Menti morali di Marc Hauser.)).

Come se non bastasse anche la felicità rientra nella giurisdizione dell’elefante. Tutti ci siamo accorti che, per essere felici, non basta volerlo, non basta alzarsi una mattina e dire “da oggi in poi la mia vita sarà appagante e luminosa”. Contro la nostra volontà di essere felici non stanno soltanto i fattori esterni come terremoti o catastrofi varie, ma anche i nostri meccanismi automatici che sembrano mettercela tutta per far sì che i nostri momenti di giubilo durino solo pochi istanti.

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Ma perché mai il nostro elefante dovrebbe ostacolare il nostro desiderio di felicità? Perché a quanto pare essere felici non è un fattore indispensabile per la sopravvivenza, almeno non quanto essere prudenti, cioè sfuggire ai pericoli, ed avere successo tra i nostri simili; entrambi gli atteggiamenti – in cui il nostro elefante si è specializzato attraverso migliaia di anni di selezione – cozzano con l’essere felici: il primo perché ci porta a sopravvalutare gli aspetti negativi della nostra quotidianità (solo mostrando più sensibilità verso questi e non verso i fattori positivi possiamo prevedere e quindi evitare i pericoli); il secondo, essere apprezzati dagli altri (la timè), spesso ci porta a sacrificare il nostro benessere per guadagnare un buon nome.

Ma non tutto è perduto, anzi: una volta appresa la grande Verità, e cioè che la felicità è una questione di istinti, possiamo lavorare su questi per cambiarne (lievemente) l’inclinazione. Jon è ottimista e pensa che l’elefante può essere educato dal portatore a dedicarsi di più al benessere personale, e siccome non è solo un filosofo ((Haidt ha una laurea in filosofia e una in psicologia.)), propone tre metodi pratici per migliorare la nostra vita: la meditazione orientale, la terapia cognitiva e il Prozac. Tutti e tre i metodi dovrebbero permettere di pensare meno alle sbintùre quotidiane e di concentrarsi di più sulle cose positive. I primi due esigono pazienza, costanza e cambiamento delle abitudini di vita. Il terzo è molto più rapido e meno faticoso (Haidt assicura che dopo tre settimane di trattamento la vita comincerà a sorriderti). Io opterei per quest’ultimo, se non fosse per i possibili effetti collaterali e per la diffidenza verso questo genere di farmaci (magari dettata solo da ignoranza). Potrei darmi alla meditazione orientale, se non fosse che mi sembra così viscidamente new age. Andare da uno psicologo proprio non se ne parla, così penso proprio che mi terrò il mio elefante anti-felicità, cercando almeno di reprimere la sua smania di successo sociale.

Numeri e vaghe idee

279 morti è il bilancio purtroppo ancora provvisorio. Quando ho detto “come si può morire di terremoto oggi come nel Medioevo?” qualcuno mi ha risposto “va be’, 300 morti su 17000 sfollati è una percentuale ridicola!”. Una percentuale ridicola? Ok, statisticamente rappresentano solo 1,7%, ma abbiamo idea di quanti siano 300 morti? 300 è soltanto un numero che non ci dice molto, bisogna spazializzarlo. Come diceva Camus da qualche parte nella Peste, per rendersi conto effettivamente del numero dei morti bisognerebbe vederli concentrati tutti su una piazza. E allora spazializziamo: se sistemassimo uno accanto all’altro 300 morti otterremmo un macabro corteo di 150 metri ovvero un campo di calcio e mezzo. Se li impilassimo uno sopra l’altro formeremmo una colonna malferma di almeno 90 metri, cioè 3 palazzi di 10 piani.
Adesso forse abbiamo un’idea più precisa di quanti siano 300 morti.
Altra cosa di cui abbiamo solo un’idea vaga, che cerchiamo di rimuovere, è cosa significhi morire spiaccicati dalla propria casa, dalle tue affezionatissime pareti portanti dove hai attaccato quadri e mensolette.

mortiterremoto