Sembra talco ma non è…

I mie ultimi due post sono lievemente macabri, lo ammetto. Per recuperare oggi parleremo di felicità, un argomento trito e ritrito, fritto e rifritto, masticato e rimasticato così tanto che non ci sarebbe più nulla da dire se non che parlare di felicità è idiota quanto interessarsi con ardore alle piramidi d’Egitto o al Sacro Graal (opinione personale).
E invece qualcosa da dire sulla felicità ancora c’è, forse.

pollonfelice

Contro tutti i miei pregiudizi più radicati ho letto un libro di uno psicologo americano, Jonathan Haidt, dal prudente titolo Felicità: un’ipotesi. È un testo che vi consiglio di leggere perché non sarò in grado di darne una visione completa e soddisfacente qui (né altrove), tanti sono gli spunti interessanti che stimolano riflessioni illuminanti. Così mi limiterò a farne un minisuntino scarno.

Il punto di partenza di Haidt è la divisione, grossolana ma efficiente, della mente in meccanismi automatici, ovvero tutto ciò che la nostra mente fa senza il nostro consenso, e la coscienza: i primi risiedono nella parte più antica1 dell’encefalo e guidano le nostre emozioni, pulsioni, intuizioni; la seconda risiede nella parte più recente del cervello e consiste nel pensiero cosciente e controllato.
Rifacendosi ad una metafora orientale dell’io diviso fra ragione e istinto, Jon chiamerà i meccanismi automatici l’elefante, e il pensiero cosciente il portatore, cioè il tizio che sta sopra l’elefante e che cerca di dirigerlo domando la sua forza (dell’elefante).

elefante

Jon sostiene che l’elefante regola una parte notevole della nostra vita mentale: ci fa commuovere davanti ad una scena patetica; ci fa schifare davanti alla vista di cadaveri o viscere2; ci suggerisce intuizioni brillanti mentre cerchiamo di essere creativi; guida la maggior parte delle nostre decisioni (prese perlopiù a naso e non dopo attente riflessioni); e cosa che ha dell’incredibile, influenzerebbe pure la nostra visione del mondo. La nostra morale, la distinzione tra bene e male sarebbero dettate da intuizioni automatiche (effettivamente capita di sentire che una cosa è sbagliata anche se non sappiamo bene il perché); la ragione interverrebbe solo in un secondo momento per giustificare, “fare da avvocato” ai nostri istinti morali3.

Come se non bastasse anche la felicità rientra nella giurisdizione dell’elefante. Tutti ci siamo accorti che, per essere felici, non basta volerlo, non basta alzarsi una mattina e dire “da oggi in poi la mia vita sarà appagante e luminosa”. Contro la nostra volontà di essere felici non stanno soltanto i fattori esterni come terremoti o catastrofi varie, ma anche i nostri meccanismi automatici che sembrano mettercela tutta per far sì che i nostri momenti di giubilo durino solo pochi istanti.

pollontriste

Ma perché mai il nostro elefante dovrebbe ostacolare il nostro desiderio di felicità? Perché a quanto pare essere felici non è un fattore indispensabile per la sopravvivenza, almeno non quanto essere prudenti, cioè sfuggire ai pericoli, ed avere successo tra i nostri simili; entrambi gli atteggiamenti – in cui il nostro elefante si è specializzato attraverso migliaia di anni di selezione – cozzano con l’essere felici: il primo perché ci porta a sopravvalutare gli aspetti negativi della nostra quotidianità (solo mostrando più sensibilità verso questi e non verso i fattori positivi possiamo prevedere e quindi evitare i pericoli); il secondo, essere apprezzati dagli altri (la timè), spesso ci porta a sacrificare il nostro benessere per guadagnare un buon nome.

Ma non tutto è perduto, anzi: una volta appresa la grande Verità, e cioè che la felicità è una questione di istinti, possiamo lavorare su questi per cambiarne (lievemente) l’inclinazione. Jon è ottimista e pensa che l’elefante può essere educato dal portatore a dedicarsi di più al benessere personale, e siccome non è solo un filosofo4, propone tre metodi pratici per migliorare la nostra vita: la meditazione orientale, la terapia cognitiva e il Prozac. Tutti e tre i metodi dovrebbero permettere di pensare meno alle sbintùre quotidiane e di concentrarsi di più sulle cose positive. I primi due esigono pazienza, costanza e cambiamento delle abitudini di vita. Il terzo è molto più rapido e meno faticoso (Haidt assicura che dopo tre settimane di trattamento la vita comincerà a sorriderti). Io opterei per quest’ultimo, se non fosse per i possibili effetti collaterali e per la diffidenza verso questo genere di farmaci (magari dettata solo da ignoranza). Potrei darmi alla meditazione orientale, se non fosse che mi sembra così viscidamente new age. Andare da uno psicologo proprio non se ne parla, così penso proprio che mi terrò il mio elefante anti-felicità, cercando almeno di reprimere la sua smania di successo sociale.

  1. Parlando in termini di evoluzione. []
  2. Lo schifo per le viscere è un comportamento vincente a livello evolutivo, perché ha permesso a chi lo possedeva di evitare infezioni possibilmente mortali. E con ciò si potrebbe rispondere a una delle domande di questo post. []
  3. Per saperne di più su questa stramba (e succulenta) teoria dell’istinto morale potremmo leggere Menti morali di Marc Hauser. []
  4. Haidt ha una laurea in filosofia e una in psicologia. []
This entry was posted in sociopsicologia spicciola, studi and tagged , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

9 Responses to Sembra talco ma non è…

  1. mau says:

    …mi ha fatto morire la tua decisione finale di tenerti l’elefante…dopo una lettura più attenta o magari dopo aver letto il libro,può darsi che faccia un commento migliore….

  2. Andrea says:

    C’è questo interessante libretto di Giulio Cesare Giacobbe: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita. L’autore secolarizza le tecniche di meditazione orientali, riducendole all’essenziale e spogliandole di quella viscida patina new age.

  3. Tommy David says:

    Eh, Hauser. Chi di noi lo leggerà per primo? :-P

    P.S. Agli altri lettori: quel libro lo comprai io con suo sommo sdegno per un titolo così commerciale; un giorno lo estrasse dalla vetrinetta, per curiosità morbosa verso le cose che ci suscitano sdegno: nel mese successivo divenne il suo libro preferito. 8O

  4. Ossidia says:

    @mau: e quel libro di Matthieu Ricard, (l’uomo più felice del mondo) poi l’hai letto? Com’era?
    @Andrea: il libro lo conosco, me lo regalarono qualche anno fa, ma non sono andata oltre la decima pagina perché mi urtava lo stile con cui era scritto, se mi dici che toglie alla filosofia orientale la patina new age però vado a riprenderlo!
    @Tommy:

    Eh, Hauser. Chi di noi lo leggerà per primo?

    temo nessuno dei due. :-(

  5. Ferrigno says:

    be’, lo stile: in certi punti deve fare il divertente a tutti i costi…

  6. marina says:

    Il libro è molto interessante ed anche utile. Non ha pretese di verità rivelate ma molto buon senso e pragmatismo.
    Io ho dovuto imparare a governare l’elefante perché mi stava schiacciando :-)
    marina

  7. Ossidia says:

    E ci sei riuscita? Beata te!

  8. Ciao, ho trovato questa pagina cercando informazioni sul libro di Haidt. Parlavo nel blog di felicità, e una persona me l’ha consigliato; l’ho ordinato. Il tuo titolo mi ha fatto sorridere, mi hai ricordato i vecchi tempi dei cartoni animati, nonché la famosa sigla. Sul libro, vedremo, mi è venuta voglia di libri di psicologia, e questo, che se non ho capito male è un mix tra filosofia e psicologia, è praticamente il primo

  9. Ossidia says:

    È Un libro scritto bene, scorrevole e pieno di spunti interessanti e di consigli davvero utili su come migliorarti la vita. Fai bene a leggerlo. :D

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.