Monthly Archive for maggio, 2009

La tua casa sei tu

“La tua casa sei tu! La tua casa sei tu!” mi urlava, a due centimetri dalla faccia, la futura vicina di casa, nonché lontana parente e amica di famiglia; e lo faceva con tono solenne, certa dell’importanza della sua massima rivelatrice di una profonda verità.
La mia casa sono io, la mia casa rispecchia il mio modo di essere; potrei essere d’accordo (se non fosse che non ho una mia casa e che abito in case che riflettono il modo di essere di altre persone), ma l’intenzione della mia sarà-vicina di casa, sputandomi addosso quella sentenza, era chiaramente quella di ferire il mio amor proprio, collegando lo stato della mia casa (che ammetto è sporco andante) con lo stato del mio io: se la mia casa è sporca e disordinata, la mia anima è sporca e disordinata.
Mia madre e mia nonna soffrono visibilmente per questo mio essere così poco premurosa nei riguardi della mia casa, e si chiedono in che cosa hanno sbagliato educandomi. Persino gli alunni (uno solo in verità, naturalmente predisposto alle faccende domestiche) e gli amici scuotono la testa con disappunto davanti al caos poco creativo delle mie stanze.

cucina

Ebbene sì, sono disordinata, sono una pessima casalinga, sono il disonore di tutte le mamme e la ’ngustia dei mariti, e quindi di riflesso sono una donna poco femmina da additare con disgusto.
Mi piacerebbe sapere quando è cominciato questo processo perverso secondo il quale la reputazione di una donna dipende al 95% dal suo modo di gestire casa e famiglia ((Sono certa comunque che qui nel profondo Sud arretrato, dove la maggior parte delle imprenditrici sono in realtà prestanome del marito, il fenomeno è acutizzato rispetto a posti in cui la donna ricopre veramente posti di responsabilità fuori casa.)) ma ci vorrebbero anni, così mi limiterò a ricercare le cause della mia condizione di donna disordinata e quindi disturbata.

Fattori genetici
Sono convinta che il gene “pulizia della casa” sia andato indebolendosi nel corso delle ultime quattro generazioni del mio albero genealogico: la mia bisnonna poteva definirsi una maniaca del pulito – fino agli ultimi mesi della sua vita (94 anni) rassettava e lucidava la sua casa su quattro piani ogni dì, scale comprese. Mia nonna, alla pulizia della casa (fatta comunque in maniere impeccabile), preferisce lo sporco impossibile di anfratti e pertugi, le croste ostinate di forni mai puliti. La sua smania di pulito si riversa sulle cose più impensabili, come il marciapiede sotto casa afflitto dalle macchie d’olio delle macchine in sosta. Mia madre pulisce la casa con moderazione, quando ha tempo e se ne ha voglia; il risultato è comunque decente. E poi ci sono io, che pulisco solo in preda a raptus, quando il disordine mi soffoca.

Fattori ambientali
Sette anni or sono lasciavo il modesto ma confortante appartamentino in via Pilastro, senza avere la più pallida idea degli orrori che possono nascondersi dentro un’abitazione.
Nella mia odissea (non ancora terminata) ho vissuto appartamenti anni ’60 senza luce, con lunghi corridoi tetri, carte da parati ingiallite e polverose, dove gli sportelli della cucina erano infestati da scarafaggetti viscidi; case in campagna umide, col cemento a vista e i mobili sgarruppati; tuguri che danno sulla strada, coi soffitti alti e la muffa nera al capezzale. Tutti posti che non ispirano grandi imprese di pulizia, tanto sono irrecuperabili.
Ma tornerò alla mia Itaca, l’appartamentino modesto ma confortante di via Pilastro, e lì magari mi riscoprirò casalinga.

pulizia

Fattori culturali
La pulizia della casa è il lavoro più frustrante e inconcludente che ci sia: non produci niente se non pulito che si riconvertirà quasi immediatamente in sporco lurido. Nonostante questa totale vacuità di senso, la pulizia della casa è un’attività che ti chiede l’anima: colei che pulisce la casa deve avere uno spirito sempre vigile; l’occhio attento alle impercettibili variazioni di ordine della sua dimora: una molletta fuori posto, un capello sul lavandino, un grumo di polvere sopra la foto di famiglia. È un lavoro che tiranneggia una buona fetta della tua energia, della tua attenzione e del tuo tempo. E col tempo non si scherza; abbiamo una sola vita e pure breve: certo non ci aiuterà ad affrontare meglio la morte la soddisfazione di aver tenuto sempre pulita la nostra casa.

La Tv e le sue Zizze

Ieri ho cenato da una amica che abita in una casa normale; una casa in cui la televisione accompagna tutti i riti giornalieri della famiglia: dalla colazione alla cena fino all’insonnia notturna.
La tv era ovviamente accesa e, con i suoi ventotto pollici e il volume squillante, tiranneggiava completamente la nostra attenzione. Così, anziché conversare piacevolmente con la mia amica, mi sono sorbita un’intera puntata de “Lo show dei record”, trasmissione di Canale 5 condotta dalla frizzante Barbara D’Urso.

barbara

La mia astinenza da tv mi ha reso più sensibile ai suoi cambiamenti nel tempo, come quando vedi un bambino di rado e ti accorgi della sua crescita; solo che in questo caso bisognerebbe parlare di decrescita (non in senso latoucheano ovviamente). La televisione è peggiorata parecchio, questo è sotto gli occhi di tutti, ma io che la vedo raramente mi sconvolgo ogni volta davanti ai suoi palesi sintomi di scadimento. La gran parte delle trasmissioni (Mediaset fa scuola) si basano sull’idiota e abissale vacuità dei loro contenuti, e su riferimenti e allusioni sessuali; ammiccamenti e palesamenti di tette-culi-cosce. Di tutto ciò, che è la perfetta formula della tv di Berlusconi, “Lo show dei guinness” è una più che degna incarnazione.

guinness

Per tutta la trasmissione vengono mostrati uomini e donne eccezionali (nel senso che fanno eccezione) per qualità fisiche o facoltà. Il pubblico esaltato è in preda ad una morbosa curiosità mista a disgusto e quasi disprezzo per quegli “strani” uomini forse non troppo umani; sentimento che la bella Barbara non fa che incoraggiare trattando i concorrenti come bestie da circo, fenomeni da baraccone.

Botero, "Gente del circo"

Fermiamoci un attimo ad analizzare il personaggio Barbara D’Urso, la conduttrice-tipo della tv di Berlusconi: ciò che salta subito agli occhi sono le sue enormi tette, tirate fin sotto la gola e spalmate con morbosa costanza in faccia a tutti gli uomini che le si avvicinano. La seconda cosa subito evidente è la consistenza evanescente del suo cervello, la profonda vacanza mentale: il quoziente intellettivo di una Manuela Arcuri «in un corpo che, pur essendo più stagionato, non mostra gli auspicabili sintomi della saggezza senile» ((Tommy David dixit.)). La terza cosa è la volgarità, non solo dei modi ma anche del linguaggio: una scaricatrice di porto.

Di seguito i momenti migliori della serata (che danno un’idea di ciò che ho detto fin qui).

victoria

Tra gli ospiti d’eccezione c’è Victoria Silvstedt – “la felicità di tutti i bambini” stando alle parole della Barbara. La stangona svedese viene invitata a leggere “il più velocemente possibile” una frase che gli autori (chi sono! denunciateli!) hanno scritto per lei: “In un pozzo il cane pazzo dategli un pezzo di pane” (o qualcosa del genere); lo scopo più che palese era fare dire alla ignara (forse) Victoria la parola cazzo; cosa che è avvenuta immediatamente, suscitando le risa compiaciute del pubblico e il patetico e ipocrita imbarazzo della Barbara. Dopo questo divertentissimo sketch, tocchiamo il fondo della perversione aberrante quando Victoria viene esortata a ricevere le avances di un nano e a ricambiarle con compiacimento (giuro che non scherzo).
Altro momento clou quando viene fatta entrare la donna col seno naturale più grande del mondo: “Ecco a voi Norma Stitz e le sue Zizze” (parole di Barbara ovviamente). La povera donna, vittima del suo peso eccessivo, durante l’intervista ha tentato di spiegare la sua situazione disagiata (non è semplice vivere con un seno che arriva alle ginocchia); ha cercato di sottolineare il fatto che lei è una persona come le altre e vuole rispetto, ma tutto è stato inutile: Barbara è stata un exploit di battutacce, di riferimenti osceni, di domande poco discrete. Riporto un pezzo di dialogo:
Barbara: “Sei fidanzata?”
La donna: “ Si, sto con un uomo che ama prima me e poi il mio seno.”
Barbara: “Eh, ma come fa! Qualsiasi uomo si tufferebbe con tutta la faccia nel tuo seno, resterebbe lì soffocato e dovrebbero tirarlo fuori mezzo morto!”
E poi la geniale battuta finale salutando l’ultimo fenomeno da baraccone: “Certo che io in confronto a lei ho solo i capezzoli!”.

Questa è la televisione italiana, questa è l’Italia.

La corsa

Giofilo

Giofilo

[caption id="attachment_225" align="alignright" width="150" caption="Antonio"]Antonio[/caption]

Giofilo e Antonio in: chi perde paga il pranzo.

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Subito dopo la partenza: i loro movimenti sono disciplinati e decisi; il busto inclinato in avanti tende verso la meta; le braccia tese e le mani allungate fendono meglio l’aria; le gambe rivelano tutta la loro (sufficiente) potenza muscolare.

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Ma ecco, Antonio sembra perdere concentrazione: i suoi movimenti si scoordinano, la sua faccia comincia a turbarsi; un pensiero nefasto affiora alla sua coscienza “per tutti i Gefunden, non ce la farò!”
Giofilo rimane concentrato sull’obiettivo.

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Antonio realizza la sua sconfitta e un “fanculo” sembra affiorargli sulle labbra.

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Giofilo, certo ormai della sua vittoria, ha un espressione di trionfo rabbioso che vedresti bene sopra la faccia di un gladiatore o un eroe omerico, nel momento in cui infligge il corpo mortale alla sua vittima.

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Antonio getta la spugna, e si concede un mesto sorriso consolatorio.

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L’autocelebrazione con allusioni vagamente volgari

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L’atroce e costosa sconfitta.