Monthly Archive for gennaio, 2010

Prima eramu comu li petri

Seguendo l’iniziativa “recuperiamo il nostro dialetto ché ci piace tanto non farci capire da nessuno” promossa e incoraggiata qui, vi propongo una poesiuola che le ricamatrici e le merlettaie erano solite sbraitare durante le manifestazioni degli anni ’70, a Palermo o in giro per la Sicilia, nella vana speranza di vedere rivendicati i propri diritti. Ah, ovviamente non la tradurrò.

Prima eramu comu li petri
ittati ‘inni la via
passava u patruni, dava ‘na pidata
e la petra vulava di latu.
Ma si sti petri si iunginu,
si mettinu tutti a munzeddu,
quannu u patruni duna pidati,
si rumpi lu pedi.

Chista è a lega! ((La lega delle merlettaie, sia chiaro))

Le danzimanie, un’introduzione

Appena ieri il mio consorte pubblicò questo post, dove svergognava se stesso riportando per intero l’introduzione della sua tesi abortita nel 2006. Lo stile è stucchevole e i contenuti ingenuotti. Non ho perso tempo a prenderlo in giro (nei commenti) e lui mi ha risposto saggiamente: “prova a rileggerti anche tu” ((anch’io ho abortito una tesi nel 2006)). Così mi sono riletta e, dato che mi voglio del male, ho deciso anch’io di esporre la mia introduzione al pubblico ludibrio. Buona lettura.

Tanzwuth: con questo termine il medico tedesco Hecker definiva nell’Ottocento le epidemie coreutiche, ovvero forme di esaltazione mentale che coinvolgevano intere collettività costringendole ad una danza sfrenata e disperata sino allo sfinimento del corpo. Le origini del fenomeno si perdono nella notte dei tempi, e la sua comparsa è documentata in varie parti del mondo tra cui America del sud e Africa. Anche nell’Occidente sorgono, nel corso dei secoli, una vasta gamma di danzimanie: mi soffermerò proprio su alcune di queste, e più precisamente sui balli di San Vito e di S. Giovanni e sul fenomeno del Tarantismo (non mancheranno ovviamente riferimenti alle Menadi e ai Coribanti), dato che possiedo maggiori strumenti per una ricostruzione del contesto culturale e sociale nel quale nacquero.
La prima cosa che viene da chiedersi di fronte ad una turba di ossessi danzanti è ovviamente : perché? cosa spinge gente comune, con un equilibrio mentale più o meno consolidato, ad abbandonare le proprie case, i propri ruoli sociali e a vestire i panni degli invasati? Cercherò a questo proposito di dimostrare che una danzimania si presenta ogniqualvolta viene spezzato il legame fra gli uomini e la natura, fra gli individui e la vita vera; quando costrizioni sociali e culturali o avvenimenti particolarmente drammatici vietano all’uomo di manifestare la propria spontaneità.

Un esempio per tutti l’epidemia coreutica che sconvolse l’Europa settentrionale nella seconda metà del Trecento in seguito alla peste nera che spazzò via metà della popolazione europea: con la morte ancora negli occhi e la Chiesa che predicava la fine del mondo e di conseguenza la mortificazione del corpo, la gente si diede istintivamente alle danze affermando la vita sulla morte.
La seconda indispensabile questione per chiarire il fenomeno delle danzimanie è quella della danza, utilizzata per esprimere angosce e sofferenze in un contesto spesso povero di confidenze e comprensioni- pensiamo ad esempio alle contadine del Salento. Ciò che trovo più interessante è però la sua dimensione catartica: non solo la danza è un mezzo d’espressione ma, assieme alla musica, essa può guarire dal “male”. La pena che affligge il danzatore coatto non è riducibile ad una malattia somatica, né ad un disordine psichico, è piuttosto un supplizio che investe indistintamente corpo e psiche e che solo la terapia coreutico-musicale può risolvere. A tale proposito Platone sosteneva che i movimenti ritmici della musica e della danza avessero una potenza ordinatrice sui movimenti interiori dei coribanti che erano di phobos e mania.

Altro elemento su cui ho voluto porre attenzione è la commistio di Paganesimo e Cristianesimo che accomuna le forme di danzimanie che analizzerò: basti pensare alla confusa relazione, all’interno del Tarantismo, fra la tarantola e San Paolo, per cui a volte è la tarantola che porta il male col morso e il santo che guarisce, a volte è il santo che manda per punizione la tarantola a mozzicare, altre volte ancora è la tarantola-S.Paolo che “pizzica le caruse ‘nmezz’ all’anche” facendole sante (!?).
Dietro a tale macedonia di simboli pagani e cristiani stanno due fattori: l’atteggiamento della Chiesa che s’impegnò, sembra con scarso successo, a estirpare dalla sua comunità cristiana i residui di paganesimo, soppiantando feste e riti pagani con rituali cristiani, (a questo proposito possiamo anticipare che proprio l’abolizione delle feste danzanti stagionali di matrice pagana, operata dalla Chiesa, fu una delle motivazioni che portò all’esplosione delle danzimanie nell’età medievale); E e la reazione del popolo che pur di non smarrire le proprie tradizioni preferì cristianizzarle.
Concluderò con uno sguardo al presente, nessuna tarantolata fa più visita alla cappella di San Paolo a Galatina, certo è però che la necessità di evadere dagli affanni quotidiani e dalle oppressioni di vario genere è tuttora presente, e la danza si rivela ancora un ottimo strumento di catarsi. Accennerò al movimento del neotarantismo come forma di evasione alternativa allo svago preconfezionato offerto dai mass-media e al diktat del sabato sera.

Ancora su Pennavaria

A proposito di questo, m’è capitato tra le mani un libro che parla di fascismo e antifascismo in Sicilia ((La Sicilia tra fascismo e democrazia, di Giuseppe Micciché, centro studi Feliciano Rossitto, Ragusa)) in cui è riportata una testimonianza che meglio può chiarire la figura del mio stimatissimo concittadino (cambiereicittàsubito) Filippo Pennavaria. La storia è tratta da “Fascismo: inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”; un’inchiesta pubblicata nel 1921 che porta il nome del tristemente noto Giacomo Matteotti. È un elenco minuzioso degli orrori delle squadracce fasciste, compiuti in varie città d’Italia. Il documento presenta una “faccia” socialista di Ragusa che mi ha felicemente sorpreso.

L’eccidio di Ragusa

Ragusa è una città di 40 mila abitanti conquistata anch’essa dal Partito socialista nelle passate elezioni amministrative ((quelle del 1920)) con oltre 3 mila voti.
Il 3 Aprile avviene a Ragusa una concentrazione di fascisti da tutta l’isola. Ne vengono fin da Messina e da Palermo, distante oltre 12 ore di treno! Se ne raccolgono un migliaio e sfilano in parata militare con moschetti e armi varie. Il sindaco, avuta richiesta la musica, l’aveva concessa. Discorsi provocatori. Ma la massa operaia disserta la cerimonia che si svolge così senza incidenti.
Il 10 aprile i socialisti indicono un comizio elettorale ((per le elezioni politiche del maggio 1921)). La sera del 9, con una vettura, proveniente da Modica arriva L’on. Vacirca ((esponente del partito socialista)). Ai molti lavoratori andati ad incontrarlo egli dice poche parole in piazza, volto soprattutto ad un gruppetto di avversari, che, addossati in un loro club, ascoltano in silenzio. L’oratore parla dell’inutilità e della bestialità della violenza e ricordando il contegno sereno dei nostri alla cerimonia fascista della domenica precedente, s’augura che al comizio socialista del giorno dopo nulla di doloroso abbia a succedere. Appena cessano gli applausi una scarica terribile di revolverate parte dal gruppo ((degli avversari davanti al club)) verso l’oratore. Tre lavoratori cadono fulminati ai piedi del Varica rimasto incolume; una sessantina i feriti. I carabinieri, 25, a dieci passi dagli sparatori, circondano il locale da cui sparavano, poi li mandano tutti a casa, senza arrestarne uno solo. A capo del gruppo è il giovane banchiere Filippo Pennavaria, poi portato candidato non ancora trentenne e… riuscito eletto.
La notte giungono gruppi di delinquenti da Vittoria e da Comiso, armati di moschetto che hanno ricevuto dai carabinieri dei loro paesi, terrorizzano con spari la città, saccheggiano e minacciano le sedi socialiste e operaie, cantano sui nostri morti e tentano, il giorno dopo, di inscenare una dimostrazione di giubilo a suon di musica, mancata per l’assenza dei manifestanti.
Anche a Ragusa da quella notte si organizza il terrore ufficiale. Sindaco, assessori e chiunque coprisse cariche pubbliche obbligati a dimettersi sotto le canne di rivoltelle e le lame di pugnali.
Pochi giorni prima le elezioni vengono dai fascisti scoperte le schede socialiste e bruciate. Si spara contro il bimbo di tre anni Pilieri perché si chiama Lenin.
Il sabato, 14 maggio, fu impedito ai socialisti, l’accesso al palazzo comunale per presentare la scheda tipo.
Il giorno delle elezioni gruppi armati custodiscono l’entrata delle sezioni elettorali. Anche qui ((come in altri comuni)) si votava a scheda aperta. Non solo gli operai e i contadini dissertarono le urne, ma anche molti borghesi intimoriti. Si calcola che non votarono più di 1500 elettori effettivi, ma vennero fuori oltre 10 mila voti per il “blocco” e per il banchiere Pennavaria e nessuno per i socialisti. Ci furono ragazzi imberbi che votarono sino a 20 volte facendo il giro di tutte le sezioni ((le note erano mie.)).