Archive for the 'racconti di nonna' Category

Prima eramu comu li petri

Seguendo l’iniziativa “recuperiamo il nostro dialetto ché ci piace tanto non farci capire da nessuno” promossa e incoraggiata qui, vi propongo una poesiuola che le ricamatrici e le merlettaie erano solite sbraitare durante le manifestazioni degli anni ’70, a Palermo o in giro per la Sicilia, nella vana speranza di vedere rivendicati i propri diritti. Ah, ovviamente non la tradurrò.

Prima eramu comu li petri
ittati ‘inni la via
passava u patruni, dava ‘na pidata
e la petra vulava di latu.
Ma si sti petri si iunginu,
si mettinu tutti a munzeddu,
quannu u patruni duna pidati,
si rumpi lu pedi.

Chista è a lega! ((La lega delle merlettaie, sia chiaro))

La Nanna Francì

La mia trisavola si chiamava Francesca, nome insolito per una donna sicula nata nel diciannovesimo secolo, infatti tutti la chiamavano Francì. Di lei conosco ben poco, non so quando è nata di preciso, non so di cosa è morta, non ho idea di che carattere avesse.
In una foto che la ritrae ormai anziana nel bagghio di casa sua, ha i capelli bianchi scombinati, il viso consumato dal sole e dalla fatica, le mani che poggiano a pugno chiuso sui fianchi [tipica posa da massaia (e da massara)], un faulare nero e impolverato che gli arriva fino alle caviglie.
So che ha passato gran parte della sua vita in una vallata sormontata da alte pareti di roccia, e così, ogni volta che saliva in paese, aveva l’inquietante sensazione che il cielo le cascasse addosso.

aridume

Apprendo da mia nonna che la nanna Francì ha avuto 6 figli: la maggiore si chiamava Pippina ed è morta di scanto dopo aver visto uno scussuni che le ha fatto venire la zafira ((L’epatite.)); Sara, morta di parto; Cuncittedda, morta a 13 anni di spagnola; e poi i figli che hanno superato la mezza età: Vanni, morto 2 anni fa: tra le sue numerose imprese ricordiamo la partecipazione alla spedizione in Russia in qualità di medico degli accampamenti, questo senza possedere nessun titolo specifico – per amputare arti o soffocare chi era irrimediabilmente perduto non c’era bisogno di una laurea; Maria, la mia bisnonna, e Saro. Quest’ultimo credo sia l’unico figlio ancora in vita, rinchiuso in un istituto psichiatrico chissà dove, uscito di testa chissà quanti anni fa.

Il gene della follia non è estraneo alla famiglia di mia nonna che conta due morti suicidi, una manciata di tentati suicidi, alcuni pazzi momentanei e un paio di folli cronici (ed è lo stesso gene inquietante che vedo luccicare in certi sguardi di mia nonna). Persino la nanna Francì poco dopo aver partorito Saro, il figlio insano, impazzì improvvisamente.

navedeifolli

La mia bisnonna ricordava fin da vecchia quei giorni di follia della madre che, similmente ad una baccante o ad una attarantata, mollava le faccende domestiche, si scioglieva le trecce e vagava nuda per i campi.
La causa del male non era però né l’invasamento di un dio né il morso di un ragno ma, almeno stando alle parole delle vicine, la fattura di una zingara. Questa abitava da tempo nella contrada e faceva da capro espiatorio per ogni disgrazia o danno che capitava nei paraggi; stavolta il movente era chiaro: la zingara aveva chiesto a Francì di vattiare ((Fare da madrina al battesimo.)) Saro ma quella ovviamente aveva rifiutato, figurarsi avere per comare una mala fimmina del genere. Così per vendicarsi dell’oltraggio subito la fattucchiera aveva pensato bene di fare ammattire Francì per farle perdere l’onore, in famiglia e tra i vicini.

Rousseau, "Zingara addormentata"

La follia di Francì durò pochi mesi, e non si ripresentò più durante tutta la sua vita (elemento che non fa che confermare, agli occhi di mia nonna, l’ipotesi della fattura).
La zingara morì di morte violenta per mano di un vicino che, stanco dei suoi innumerevoli attentati alla quiete pubblica, le scaraventò un mazzacane in testa e la seppellì col tacito assenso dei vicini.
Ma qualcuno parlò e i carabinieri vennero a riesumare il cadavere, che fu trovato con parecchi spilli appresso – prova inconfutabile che si aveva a che fare con una fattucchiera, così all’assassino diedero solo due anni di carcere.

Zà Pippina

La faccia è una maschera tragica solcata da rughe profonde e concentriche: gli occhi piccoli e spenti dietro un enorme paio di occhiali che stentano a stargli sul naso sottile e appuntito; la bocca quasi priva di labbra sempre contratta in smorfie varie di sofferenza; la pelle secca, pallida e appiccicata alle ossa, la prima cosa che noti guardando la sua figura: un mucchio d’ossa doloranti che si trascina dentro un vestito nero, che più che indossato sembra appeso ad un manico di scopa. Questo è il ritratto (generoso) della zia Pippina, la donna più angosciante ed angosciata che abbia mai incontrato in vita mia, un memento mori ambulante.

"Tod und Leben", Klimt (particolare)

Da perfetta rappresentante della sua stirpe, i comisani, la zia Pippina è una donna che esterna tutte le sue emozioni fino allo spettacolo; così, nei momenti “normali” la vedrai lamentarsi e sospirare; in quelli tragici urlare, gemere, sbattere le mani ossute sulla gonna, e oscillare il busto a destra e sinistra o in avanti e indietro.
Ma la zia Pippina non è sempre stata così. Sembra difficile a credersi, ma anche lei è stata una ragazzina con la testa piena di sogni e speranze, almeno fino al suo ventesimo anno di età, quando le si attaccò addosso un certo male che non l’ha più abbandonata.

"La bambina malata", Munch

Fu proprio a vent’anni che Pippina conobbe Biagio, un ragazzo alto e bruno che faceva il muratore. I due cominciarono a frequentarsi di nascosto: Pippina trovava una scusa qualunque per uscire di casa, senza dimenticare mai, ci mancherebbe, di portare con sé la sorellina Nunziatina (mia nonna); e Biagio la aspettava a casa di sua cognata, che abitava dall’altra parte della strada. Trascorrevano così lieti e spensierati pomeriggi lontani dagli occhi molto indiscreti dei comisani, e alla fine, appoggiati dalla sorella di Biagio che approvava questa unione, decisero di uscire allo scoperto e chiedere alla famiglia di lei il permesso di sposarsi. Mai l’avessero fatto: non appena i genitori di Pippina vennero a sapere che Biagio era figlio di un cameriere, vietarono categoricamente alla figlia di frequentare quel morto di fame. Le inculcarono questo divieto a colpi di sedia; e, davanti alle resistenze di Pippina, fu invocata persino l’autorità dello zio d’America.

"Comiso panoramica", Biagio Castilletti

Cominciò così per i due ragazzi un periodo di lontananza forzata, interrotto solo da fugaci incontri, lettere stucchevoli e pomeriggi passati a guardarsi da dietro i vetri delle finestre. Ma si sa, l’amore giovanile divampa all’improvviso e si spegne con la stessa velocità; e Biagio si dedicò presto a nuove avventure. Di lì a poco Pippina cadde malata di un male indefinibile che la faceva sentire molto debole e apatica, tanto da costringerla a letto per intere settimane. La famiglia e i conoscenti intuirono subito che quel male era collegato a Biagio e presto si diffuse l’idea che il ragazzo, per ripicca, avesse fatto una fattura a Pippina utilizzando un fazzoletto, un guanto, qualcosa appartenente alla ragazza. I genitori sentirono il parere di molti maghi finché non consultarono un fattucchiere molto stimato che confermò la teoria della fattura: essa non era mortale ma non si poteva sciogliere perché era stata buttata a mare. Fu così che Pippina non si riprese mai più dalla sua malattia.

P.S. Alla fine la zia Pippina sposò lo zio Paolino, un noto commerciante.

Lia a buttana

Adesso che faccio la ragusana a tempo pieno, mi capita spesso di ascoltare le storie di mia nonna, la sera, davanti ad una tazza di canarino; sono tipiche storie da nonna che raccontano fatti e vicende di gente ormai per lo più morta, e che sono degne, per l’intreccio spesso assai complicato e non privo di colpi di scena, delle migliori telenovelas venezuelane. Alcune sono comiche, altre tragiche e altre ancora assurde e simili a leggende metropolitane – come quella della signorina che essendosi “intrattenuta” con un cane ha dato alla luce un’allegra cucciolata. Sono scorci di esistenza passata e dimenticata che riprendono vita per qualche momento, e che mostrano amori e affanni gioie e drammi di gente comune.

Per evitare che queste storie ricadano nuovamente e per sempre nell’oblio le riporterò qui (ok, magari non tutte), creando una nuova categoria, “Racconti di nonna”. Ecco a voi la prima.

Lia “a buttana”

Questa è la vaneda ((Vicolo.)) dove mia nonna, mia madre e in parte pure io abbiamo trascorso l’infanzia. Si trova poco sotto la cattedrale di S. Giovanni, in pieno centro storico. È una via stretta e umida dove il sole non entra mai e dove si respirano miscele allucinogene composte per lo più da frittura e detersivo da bucato usato in maniera selvaggia. In fondo alla vaneda c’è una casa in avanzato stato di abbandono che non dice nulla al passante distratto che le butta un occhio. Ma se provi a chiedere a chi in quella viuzza ci ha passato (ci ha consumato) tutta la vita ti diranno subito che quella è la casa di Lia. Una donna morta ormai non si sa da quanto ma che ha lasciato, ben marcato, il suo ricordo nella memoria di chi l’ha conosciuta. Tra questi c’è anche mia nonna che era ancora una bambina quando Lia venne a stare in quella casa.

I primi tempi non furono certo facili per Lia: il quartiere l’accolse con molta freddezza e con una punta di disprezzo, tanto che inizialmente i vicini erano soliti muntuarla ((Chiamarla, nominarla.)) “a buttana”, e i più ignoravano il suo vero nome. Questo perché Lia era diversa dalle altre donne: aveva superato da un po’ l’età da marito e non era sposata; era forestiera e non afferrava subito quello che le veniva detto; si vociferava che avesse una figlia lontana – forse a lei arrivavano quei voluminosi pacchi che Lia ogni tanto spediva. E come se non bastasse questa donna non lavorava, faceva la mantenuta a spese del ricco Tano Di Franco, appartenente ad una famiglia possidente e impiegato alle Poste [un lavoro da favola nella Sicilia degli anni Trenta (si, purtroppo anche nella Sicilia di adesso)]. Una persona per bene quel Tano, un figghiu i maria ((Espressione con cui si indicavano quelli che, uomini e donne, erano votati alla castità per questioni di fede.)) dedito solo alla famiglia (le sorelle, conosciute da tutte come I bizzocchi ((Bigotte.))) e al lavoro. L’unico capriccio che osava permettersi era la giocatina a carte nell’albergo vicino le poste, appena uscito dal lavoro. E proprio qui Tano si innamorò follemente (per la prima volta nella sua vita da casto servitore di Maria) della cameriera che lo serviva con un occhio di riguardo, Lia appunto. Di lì a poco Tano non riuscì a tollerare che la sua donna facesse un lavoro così umile e umiliante, sempre stuziniata ((Importunata.)) dagli altri clienti dell’albergo: decise così di farla vivere a sue spese e le affittò la famosa casa nella vaneda;

certo non poteva prometterle niente di più per via di quel suo voto che sembrava fatto più alle sorelle che alla madonna. Così Lia riceveva quotidianamente le visite del suo fidanzato, ma la sera si ritrovava sola perché Tano alle otto, puntuale come un orologio, se ne correva a casa dalle sorelle. Le cose andarono così per qualche tempo fino a quando Tano fu improvvisamente arrestato dalle guardie e spedito “o Priolu” perché era un comunista. A quel punto la povera Lia sarebbe finita in mezzo a una strada se non fosse stato per le sorelle Di Franco che, per non addolorare ulteriormente il fratello sciagurato, se la portarono a casa trattandola come una figlia (si diceva che addirittura le facessero le trecce ai capelli). Quando finalmente tornò dalla prigionia Tano decise senza esitazione che era arrivato il momento di stare con Lia, certo magari non sposarla per non dispiacere alle sorelle (avidamente attaccate al patrimonio come a Dio), ma andare a vivere con lei, questo sì. Così Lia tornò nella vaneda. Fu stavolta un ritorno trionfale: le vicine non osavano certo chiamare buttana la compagna ufficiale di un Di Franco, e pian piano Lia si guadagnò la stima di tutti – a questo proposito mia nonna ricorda che la nascita di mia madre andò a buon fine anche grazie alla sua valente collaborazione.

La vita di Lia sembrava adesso stabilizzarsi dopo decenni di precarietà; a completare il quadro mancava quella figlia che aveva lasciato col padre, un maresciallo, a Pordenone – in realtà della piccola, di nome Elsa, si era occupata la nonna paterna – e adesso che erano passati 18 anni dalla separazione Lia mandò una lettera a Elsa dove la pregava di raggiungere in Sicilia la madre e il nuovo papà. Elsa si precipitò in Sicilia e la nuova famiglia iniziò così anni felici.

In seguito Elsa riuscì nientedimeno che a convincere Tano a sposare sua madre; le sorelle ormai affezionatesi alla cognata e alla nipote acconsentirono. Così Lia ottenne finalmente la sua ricompensa dopo anni di paziente attesa: essere chiamata Signora. Ed Elsa ereditò un ottimo nome e un bel po’ di denaro.