Adesso che faccio la ragusana a tempo pieno, mi capita spesso di ascoltare le storie di mia nonna, la sera, davanti ad una tazza di canarino; sono tipiche storie da nonna che raccontano fatti e vicende di gente ormai per lo più morta, e che sono degne, per l’intreccio spesso assai complicato e non privo di colpi di scena, delle migliori telenovelas venezuelane. Alcune sono comiche, altre tragiche e altre ancora assurde e simili a leggende metropolitane – come quella della signorina che essendosi “intrattenuta” con un cane ha dato alla luce un’allegra cucciolata. Sono scorci di esistenza passata e dimenticata che riprendono vita per qualche momento, e che mostrano amori e affanni gioie e drammi di gente comune.
Per evitare che queste storie ricadano nuovamente e per sempre nell’oblio le riporterò qui (ok, magari non tutte), creando una nuova categoria, “Racconti di nonna”. Ecco a voi la prima.
Lia “a buttana”

Questa è la vaneda ((Vicolo.)) dove mia nonna, mia madre e in parte pure io abbiamo trascorso l’infanzia. Si trova poco sotto la cattedrale di S. Giovanni, in pieno centro storico. È una via stretta e umida dove il sole non entra mai e dove si respirano miscele allucinogene composte per lo più da frittura e detersivo da bucato usato in maniera selvaggia. In fondo alla vaneda c’è una casa in avanzato stato di abbandono che non dice nulla al passante distratto che le butta un occhio. Ma se provi a chiedere a chi in quella viuzza ci ha passato (ci ha consumato) tutta la vita ti diranno subito che quella è la casa di Lia. Una donna morta ormai non si sa da quanto ma che ha lasciato, ben marcato, il suo ricordo nella memoria di chi l’ha conosciuta. Tra questi c’è anche mia nonna che era ancora una bambina quando Lia venne a stare in quella casa.

I primi tempi non furono certo facili per Lia: il quartiere l’accolse con molta freddezza e con una punta di disprezzo, tanto che inizialmente i vicini erano soliti muntuarla ((Chiamarla, nominarla.)) “a buttana”, e i più ignoravano il suo vero nome. Questo perché Lia era diversa dalle altre donne: aveva superato da un po’ l’età da marito e non era sposata; era forestiera e non afferrava subito quello che le veniva detto; si vociferava che avesse una figlia lontana – forse a lei arrivavano quei voluminosi pacchi che Lia ogni tanto spediva. E come se non bastasse questa donna non lavorava, faceva la mantenuta a spese del ricco Tano Di Franco, appartenente ad una famiglia possidente e impiegato alle Poste [un lavoro da favola nella Sicilia degli anni Trenta (si, purtroppo anche nella Sicilia di adesso)]. Una persona per bene quel Tano, un figghiu i maria ((Espressione con cui si indicavano quelli che, uomini e donne, erano votati alla castità per questioni di fede.)) dedito solo alla famiglia (le sorelle, conosciute da tutte come I bizzocchi ((Bigotte.))) e al lavoro. L’unico capriccio che osava permettersi era la giocatina a carte nell’albergo vicino le poste, appena uscito dal lavoro. E proprio qui Tano si innamorò follemente (per la prima volta nella sua vita da casto servitore di Maria) della cameriera che lo serviva con un occhio di riguardo, Lia appunto. Di lì a poco Tano non riuscì a tollerare che la sua donna facesse un lavoro così umile e umiliante, sempre stuziniata ((Importunata.)) dagli altri clienti dell’albergo: decise così di farla vivere a sue spese e le affittò la famosa casa nella vaneda;

certo non poteva prometterle niente di più per via di quel suo voto che sembrava fatto più alle sorelle che alla madonna. Così Lia riceveva quotidianamente le visite del suo fidanzato, ma la sera si ritrovava sola perché Tano alle otto, puntuale come un orologio, se ne correva a casa dalle sorelle. Le cose andarono così per qualche tempo fino a quando Tano fu improvvisamente arrestato dalle guardie e spedito “o Priolu” perché era un comunista. A quel punto la povera Lia sarebbe finita in mezzo a una strada se non fosse stato per le sorelle Di Franco che, per non addolorare ulteriormente il fratello sciagurato, se la portarono a casa trattandola come una figlia (si diceva che addirittura le facessero le trecce ai capelli). Quando finalmente tornò dalla prigionia Tano decise senza esitazione che era arrivato il momento di stare con Lia, certo magari non sposarla per non dispiacere alle sorelle (avidamente attaccate al patrimonio come a Dio), ma andare a vivere con lei, questo sì. Così Lia tornò nella vaneda. Fu stavolta un ritorno trionfale: le vicine non osavano certo chiamare buttana la compagna ufficiale di un Di Franco, e pian piano Lia si guadagnò la stima di tutti – a questo proposito mia nonna ricorda che la nascita di mia madre andò a buon fine anche grazie alla sua valente collaborazione.
La vita di Lia sembrava adesso stabilizzarsi dopo decenni di precarietà; a completare il quadro mancava quella figlia che aveva lasciato col padre, un maresciallo, a Pordenone – in realtà della piccola, di nome Elsa, si era occupata la nonna paterna – e adesso che erano passati 18 anni dalla separazione Lia mandò una lettera a Elsa dove la pregava di raggiungere in Sicilia la madre e il nuovo papà. Elsa si precipitò in Sicilia e la nuova famiglia iniziò così anni felici.
In seguito Elsa riuscì nientedimeno che a convincere Tano a sposare sua madre; le sorelle ormai affezionatesi alla cognata e alla nipote acconsentirono. Così Lia ottenne finalmente la sua ricompensa dopo anni di paziente attesa: essere chiamata Signora. Ed Elsa ereditò un ottimo nome e un bel po’ di denaro.