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	<title>Ossidia &#187; studi</title>
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		<title>Luciano Corallo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 22:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scrivere tesi di laurea su commissione è uno sporco lavoro. Durante tutte le fasi della stesura hai l&#8217;insistente sensazione di partorire una creatura triste, grigia e completamente insignificante. Sai bene che il tuo lavoro potrebbe essere svolto da una macchina, &#8230; <a href="http://www.ossidia.it/2010/03/09/luciano-corallo/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivere tesi di laurea su commissione è uno sporco lavoro. Durante tutte le fasi della stesura hai l&#8217;insistente sensazione di partorire una creatura triste, grigia e completamente insignificante. Sai bene che il tuo lavoro potrebbe essere svolto da una macchina, un generatore di tesi, se solo esistesse: l&#8217;incipit è uguale a mille altri; lo stile, stucchevolmente formale, non ha nulla di umano; il ritmo e lento e, soprattutto, estenuante.<br />
Così, per non ammettere di aver sprecato tempo prezioso pur di racimolare due lire, bisogna tirar fuori qualcosa di positivo da questa bieca esperienza. Per fortuna una cosa c&#8217;è, è una storia che ho il piacere di condividere con voi in modo da sottrarla all&#8217;oblio muffoso degli scantinati di facoltà a cui era (è) destinata.</p>
<p><a href="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/03/saccani-fiammiferaio.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-407" title="Otto Dix, &quot;Il fiammiferaio&quot; 1926" src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/03/saccani-fiammiferaio-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p>Il fascismo non riuscì mai a fare presa sulla città di Vittoria. Nonostante le parate, le visite ufficiali di importanti gerarchi e le esortazioni dei politici locali, la gente non ne voleva sapere di dimostrare fedeltà al Partito. Il motivo era semplice: Mussolini era considerato dai vittoriesi il primo responsabile della loro fame nera e della loro povertà disperata. Così anche nei periodi più bui, quando sollevare una voce di dissenso voleva dire, nel migliore dei casi, trovarsi un bel po&#8217; di olio di ricino nello stomaco, Vittoria era fonte di ansia per le autorità locali impegnate a stanare sovversivi e ribelli. Nella piccola città delle serre nascevano continuamente associazioni clandestine con lo scopo di fare propaganda antifascista: a fondarle erano spesso uomini venuti da fuori che avevano preso contatti con i più importanti centri antifascisti all&#8217;estero, come Parigi o New York. Gli associati si preoccupavano di diffondere materiale sovversivo ricevuto dall&#8217;estero e di fare proselitismo a lavoro o con gli amici.</p>
<p><a href="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/03/Rivera-adversario-del-fascismo-19331.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-416" title="Rivera, adversario del fascismo, 1933" src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/03/Rivera-adversario-del-fascismo-19331-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" /></a></p>
<p>Anche Luciano Corallo fa parte di un&#8217;associazione simile. È un falegname squattrinato, perennemente angustiato dalle ristrettezze economiche. Vive in una casa con una sola stanza e la moglie lo ha abbandonato per darsi alla prostituzione.<br />
Luciano non è bravo a fare discorsi, è chiuso e scontroso, ha un&#8217;andatura stanca e depressa e gli occhi sfuggenti, insomma non è tipo da ispirare fiducia. Alle riunioni, la sera, nella putìa di Filippo u quartararu, sta perlopiù zitto, e ascolta con interesse i discorsi di Michele Santonocito. Lui si che sa parlare! Le sue parole risanano gli animi e danno la speranza necessaria a tirare avanti: una volta sconfitto il franchismo i rossi francesi assieme ai russi arriveranno anche in Italia; bisogna perciò tenersi pronti ad aiutarli dall&#8217;interno.<br />
Tutti assieme si legge la stampa clandestina e si termina la serata in osteria dove il vino completa la cura dell&#8217;anima iniziata coi discorsi.</p>
<p><a href="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/03/guernica_picasso_2-e1268088111113.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-425" title="guernica_picasso_2" src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/03/guernica_picasso_2-e1268088111113.jpg" alt="" width="500" height="290" /></a></p>
<p>La sera del 7 gennaio 1939 Luciano esce dall&#8217;osteria più ubriaco e più disperato del solito, e non ha nessuna voglia di rincasare e gironzola senza meta per il paese. Si accorge di avere un lapis in tasca, lo tira fuori e comincia a imbrattare alcuni manifesti pubblici con ABBASSO L&#8217;ITALIA, VIVA LA FRANCIA COMUNISTA, VIVA LA RUSSIA.</p>
<p>Il 26 gennaio l&#8217;intero gruppo di Santonocito viene arrestato e con loro anche Luciano, condannato a 4 anni di confino “per le sue idee sovversive mai negate, le sue azioni rivolte chiaramente a danneggiare la nazione, e per le sue amicizie”.<br />
I 4 anni di confino li sconta tutti nonostante le due richieste di “amnistia” date le sue pessime condizioni di salute.</p>
<p>Nel gennaio del 1943 Luciano torna a casa ma dopo solo 4 mesi viene nuovamente arrestato. Una sera in osteria avrebbe avvicinato un soldato in licenza proveniente dalla Russia dicendogli che era inutile farsi ammazzare per l&#8217;Italia e che bisognava invece aiutare i russi a sconfiggere Mussolini.<br />
Questa volta Luciano viene rinchiuso nel campo di concentramento di Lipari e di lui non si hanno più notizie.</p>
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		<title>Le danzimanie, un&#8217;introduzione</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 15:04:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appena ieri il mio consorte pubblicò]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appena ieri il mio consorte pubblicò <a href="http://www.tommydavid.com/2010/01/13/memoria-e-liberta-un-introduzione/#comments<br />
target="_blank">questo post</a>, dove svergognava se stesso riportando per intero l&#8217;introduzione della sua tesi abortita nel 2006. Lo stile è stucchevole e i contenuti ingenuotti. Non ho perso tempo a prenderlo in giro (nei commenti) e lui mi ha risposto saggiamente: &#8220;prova a rileggerti anche tu&#8221;<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/14/le-danzimanie-unintroduzione/#footnote_0_352" id="identifier_0_352" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="anch&amp;#8217;io ho abortito una tesi nel 2006">1</a></sup>. Così mi sono riletta e, dato che mi voglio del male, ho deciso anch&#8217;io di esporre la mia introduzione al pubblico ludibrio. Buona lettura.</p>
<blockquote><p> <em>Tanzwuth</em>: con questo termine il medico tedesco Hecker definiva nell’Ottocento le epidemie coreutiche, ovvero forme di esaltazione mentale che coinvolgevano intere collettività costringendole ad una danza sfrenata e disperata sino allo sfinimento del corpo. Le origini del fenomeno si perdono nella notte dei tempi, e la sua comparsa è documentata in varie parti del mondo tra cui America del sud e Africa. Anche nell’Occidente sorgono, nel corso dei secoli, una vasta gamma di danzimanie: mi soffermerò proprio su alcune di queste, e più precisamente sui balli di San Vito e di S. Giovanni e sul fenomeno del Tarantismo (non mancheranno ovviamente riferimenti alle Menadi e ai Coribanti), dato che possiedo maggiori strumenti per una ricostruzione del contesto culturale e sociale nel quale nacquero.<br />
La prima cosa che viene da chiedersi di fronte ad una turba di ossessi danzanti  è ovviamente : perché? cosa spinge gente comune, con un equilibrio mentale più o meno consolidato, ad abbandonare le proprie case, i propri ruoli sociali e a vestire i panni degli invasati? Cercherò a questo proposito di dimostrare che una danzimania si presenta ogniqualvolta viene spezzato il legame fra gli uomini e la natura, fra gli individui e la vita vera; quando costrizioni sociali e culturali o avvenimenti particolarmente drammatici vietano all’uomo di manifestare la propria  spontaneità.</p>
<p><a href="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/01/danse_macabre1.jpg"><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/01/danse_macabre1-300x247.jpg" alt="" title="danse macabre" width="300" height="247" class="aligncenter size-medium wp-image-354" /></a></p>
<p> Un esempio per tutti l’epidemia coreutica che sconvolse l’Europa settentrionale nella seconda metà del Trecento in seguito alla peste nera che spazzò via metà della popolazione europea: con la morte ancora negli occhi e la Chiesa che predicava la fine del mondo e di conseguenza la mortificazione del corpo, la gente  si diede istintivamente alle danze affermando la vita sulla morte.<br />
La seconda indispensabile questione per chiarire il fenomeno delle danzimanie è quella della danza,  utilizzata  per esprimere angosce e sofferenze in un contesto spesso povero di confidenze e comprensioni- pensiamo ad esempio alle contadine del Salento. Ciò che trovo più interessante è però la sua dimensione catartica: non solo la danza è un mezzo d’espressione ma, assieme alla musica, essa può guarire dal “male”. La pena che affligge il danzatore coatto  non è riducibile ad  una malattia somatica, né ad un disordine psichico, è piuttosto un supplizio che investe indistintamente corpo e psiche e che solo la terapia coreutico-musicale può risolvere. A tale proposito Platone sosteneva che i movimenti ritmici della musica e della danza avessero una potenza ordinatrice sui movimenti interiori dei coribanti che erano di phobos e mania.</p>
<p><a href="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/01/taranta.jpg"><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2010/01/taranta.jpg" alt="" title="taranta" width="428" height="248" class="aligncenter size-full wp-image-355" /></a></p>
<p>Altro elemento su cui ho voluto porre attenzione  è la commistio di Paganesimo e Cristianesimo che accomuna le  forme di danzimanie che analizzerò: basti pensare alla confusa relazione, all’interno del Tarantismo, fra la tarantola e San Paolo, per cui a volte è la tarantola che porta il male col morso e il santo che guarisce, a volte è il santo che manda per punizione la tarantola a mozzicare, altre volte ancora è la tarantola-S.Paolo che “pizzica le caruse ‘nmezz’ all’anche” facendole sante (!?).<br />
Dietro a tale macedonia di simboli pagani e cristiani stanno due fattori: l’atteggiamento della Chiesa che s’impegnò, sembra con scarso successo, a estirpare dalla sua comunità cristiana i residui di paganesimo, soppiantando feste e riti pagani con rituali cristiani, (a questo proposito possiamo anticipare che proprio l’abolizione delle feste danzanti stagionali di matrice pagana, operata dalla Chiesa, fu una delle motivazioni che portò all’esplosione delle danzimanie nell&#8217;età medievale); E e la reazione del popolo che pur di non smarrire le proprie tradizioni preferì cristianizzarle.<br />
Concluderò con uno sguardo al presente,  nessuna tarantolata fa più visita alla cappella di San Paolo a Galatina, certo è però che la necessità di evadere dagli affanni quotidiani e dalle oppressioni di vario genere è tuttora presente, e la danza si rivela ancora un ottimo strumento di catarsi. Accennerò al movimento del neotarantismo come forma di evasione alternativa allo svago preconfezionato offerto dai mass-media e al  <em>diktat</em> del sabato sera.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_352" class="footnote">anch&#8217;io ho abortito una tesi nel 2006</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Ancora su Pennavaria</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 23:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A proposito di questo, m&#8217;è capitato tra le mani un libro che parla di fascismo e antifascismo in Sicilia1 in cui è riportata una testimonianza che meglio può chiarire la figura del mio stimatissimo concittadino (cambiereicittàsubito) Filippo Pennavaria. La storia &#8230; <a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di <a href="http://www.ossidia.it/2009/11/11/ragusa-provincia/">questo</a>, m&#8217;è capitato tra le mani un libro che parla di fascismo e antifascismo in Sicilia<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/#footnote_0_337" id="identifier_0_337" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="La Sicilia tra fascismo e democrazia, di Giuseppe Miccich&eacute;, centro studi Feliciano Rossitto, Ragusa">1</a></sup> in cui è riportata una testimonianza che meglio può chiarire la figura del mio stimatissimo concittadino (cambiereicittàsubito) Filippo Pennavaria. La storia è tratta da  &#8220;Fascismo: inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”; un&#8217;inchiesta pubblicata nel 1921 che porta il nome del tristemente noto Giacomo Matteotti. È un elenco minuzioso degli orrori delle <em>squadracce</em> fasciste, compiuti in varie città d&#8217;Italia. Il documento  presenta una “faccia” socialista di Ragusa che mi ha felicemente sorpreso. </p>
<blockquote><p>
L&#8217;eccidio di Ragusa</p>
<p>Ragusa è una città di 40 mila abitanti conquistata anch&#8217;essa dal Partito socialista nelle passate elezioni amministrative<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/#footnote_1_337" id="identifier_1_337" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="quelle del 1920">2</a></sup> con oltre 3 mila voti.<br />
Il 3 Aprile avviene a Ragusa una concentrazione di fascisti da tutta l&#8217;isola. Ne vengono fin da Messina e da Palermo, distante oltre 12 ore di treno! Se ne raccolgono un migliaio e sfilano in parata militare con moschetti e armi varie. Il sindaco, avuta richiesta la musica, l&#8217;aveva concessa. Discorsi provocatori. Ma la massa operaia disserta la cerimonia che si svolge così senza incidenti.<br />
Il 10 aprile i socialisti indicono un comizio elettorale<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/#footnote_2_337" id="identifier_2_337" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="per le elezioni politiche del maggio 1921">3</a></sup>. La sera del 9, con una vettura, proveniente da Modica arriva L&#8217;on. Vacirca<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/#footnote_3_337" id="identifier_3_337" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="esponente del partito socialista">4</a></sup>. Ai molti lavoratori andati ad incontrarlo egli dice poche parole in piazza, volto soprattutto ad un gruppetto di avversari, che, addossati in un loro club, ascoltano in silenzio. L&#8217;oratore parla dell&#8217;inutilità e della bestialità della violenza e ricordando il contegno sereno dei nostri alla cerimonia fascista della domenica precedente, s&#8217;augura che al comizio socialista del giorno dopo nulla di doloroso abbia a succedere.  Appena cessano gli applausi una scarica terribile di revolverate parte dal gruppo<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/#footnote_4_337" id="identifier_4_337" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="degli avversari davanti al club">5</a></sup> verso l&#8217;oratore. Tre lavoratori cadono fulminati ai piedi del Varica rimasto incolume; una sessantina i feriti. I carabinieri, 25, a dieci passi dagli sparatori, circondano il locale da cui sparavano, poi li mandano tutti a casa, senza arrestarne uno solo. A capo del gruppo è il giovane banchiere Filippo Pennavaria, poi portato candidato non ancora trentenne e&#8230; riuscito eletto.<br />
La notte giungono gruppi di delinquenti da Vittoria e da Comiso, armati di moschetto che hanno ricevuto dai carabinieri dei loro paesi, terrorizzano con spari la città, saccheggiano e minacciano le sedi socialiste e operaie, cantano sui nostri morti e tentano, il giorno dopo, di inscenare una dimostrazione di giubilo a suon di musica, mancata per l&#8217;assenza dei manifestanti.<br />
Anche a Ragusa da quella notte si organizza il terrore ufficiale. Sindaco, assessori e chiunque coprisse cariche pubbliche obbligati a dimettersi sotto le canne di rivoltelle e le lame di pugnali.<br />
Pochi giorni prima le elezioni vengono dai fascisti scoperte le schede socialiste e bruciate. Si spara contro il bimbo di tre anni Pilieri perché si chiama Lenin.<br />
Il sabato, 14 maggio, fu impedito ai socialisti, l&#8217;accesso al palazzo comunale per presentare la scheda tipo.<br />
Il giorno delle elezioni gruppi armati custodiscono l&#8217;entrata delle sezioni elettorali. Anche qui<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/#footnote_5_337" id="identifier_5_337" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="come in altri comuni">6</a></sup> si votava  a scheda aperta. Non solo gli operai e i contadini dissertarono le urne, ma anche molti borghesi intimoriti. Si calcola che non votarono più di 1500 elettori effettivi, ma vennero fuori oltre 10 mila voti per il “blocco” e per il banchiere Pennavaria e nessuno per i socialisti. Ci furono ragazzi imberbi che votarono sino a 20 volte facendo il giro di tutte le sezioni<sup><a href="http://www.ossidia.it/2010/01/09/ancora-su-pennavaria/#footnote_6_337" id="identifier_6_337" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="le note erano mie.">7</a></sup>.</p></blockquote>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_337" class="footnote"><em>La Sicilia tra fascismo e democrazia</em>, di Giuseppe Micciché, centro studi Feliciano Rossitto, Ragusa</li><li id="footnote_1_337" class="footnote">quelle del 1920</li><li id="footnote_2_337" class="footnote">per le elezioni politiche del maggio 1921</li><li id="footnote_3_337" class="footnote">esponente del partito socialista</li><li id="footnote_4_337" class="footnote">degli avversari davanti al club</li><li id="footnote_5_337" class="footnote">come in altri comuni</li><li id="footnote_6_337" class="footnote">le note erano mie.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>La tenda la timpa e i biancospini</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 20:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I posti balordi non mancano nemmeno a Ragusa, la città più “normale” che conosco. Ad esempio c’è una libreria stracolma di libri buttati lì a muzzo, polverosa e caotica, dove trovi di tutto: dagli Adelphi alle edizioni fai da te; &#8230; <a href="http://www.ossidia.it/2009/09/28/la-tenda-la-timpa-e-i-biancospini/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I posti balordi non mancano nemmeno a Ragusa, la città più “normale” che conosco. Ad esempio c’è una libreria stracolma di libri buttati lì a muzzo, polverosa e caotica, dove trovi di tutto: dagli Adelphi alle edizioni fai da te; dai trattati sulla storia delle civiltà orientali antiche al libro del Kamasutra rivisitato in chiave anni ‘80.<br />
I posti balordi sono ovviamente frequentati da tizi balordi, e allora in quella libreria potrai trovare il massone pieno d’anelli e di certezze esoteriche; l’appassionato di agricoltura biodinamica;<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/09/28/la-tenda-la-timpa-e-i-biancospini/#footnote_0_280" id="identifier_0_280" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="una tecnica di coltivazione fondata su una visione del mondo molto vicina a quella animistica e naturalistica di Telesio o di Paracelso, che per dirne una, prevede particolari &ldquo;riti&rdquo; per scacciare dal terreno gli spiriti &ldquo;maligni&rdquo;">1</a></sup> la signora di mezza età conciata da dodicenne che non ha ancora trovato il suo “posto” nell’universo e che non vuole arrendersi davanti alla sua stupidità trionfante, atteggiandosi da “una che legge molto”.<br />
Proprio quest’ultima mi chiese una volta, con la sua vocetta frivola: “non hai l’impressione che i libri si parlino tra loro?”. No cara, i libri non parlano, come le forchette non danzano e i letti non vanno a farsi le passeggiate mentre tu ci dormi sopra.<br />
<img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2009/09/centostorie.jpg" alt="centostorie" title="centostorie" width="386" height="353" class="aligncenter size-full wp-image-281" /></p>
<p>È possibile comunque, anzi capita piuttosto spesso, che tra un libro e l’altro si trovino delle affinità, che un libro ti aiuti a comprenderne meglio un altro, che tutti assieme collaborino alla costruzione della tua visione del mondo. Questo si, è per questo che si legge, credo.</p>
<p>Ad esempio in <em>Gennariello</em> di Pasolini trovo scritto che la prima educazione che un uomo riceve gli proviene non dai genitori né dagli amici ma dalle cose, dagli oggetti che gli stanno attorno nei primi anni di vita; è un’educazione forte che non può essere eliminata da nessuna altra educazione successiva e che forma inesorabilmente il carattere. Pasolini dice di aver avuto tra i primi educatori materiali una tenda: </p>
<p><em>“la prima immagine della mia vita è una tenda, bianca, trasparente, che pende, credo immobile, da una finestra che dà su un vicolo piuttosto scuro [...] In quella tenda si riassume e prende corpo tutto lo spirito della casa in cui sono nato”</em><sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/09/28/la-tenda-la-timpa-e-i-biancospini/#footnote_1_280" id="identifier_1_280" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Pasolini, Lettere luterane, pg 34, Einaudi.">2</a></sup></p>
<p>l’educazione ricevuta dalla tenda segna profondamente le credenze del piccolo Pier: </p>
<p><em>“ho creduto che tutto il mondo fosse il mondo che quella tenda mi insegnava: ho creduto cioè che tutto il mondo fosse perbene, idealistico, triste e scettico, un po’ volgare: in una parola, piccolo-borghese” </em><sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/09/28/la-tenda-la-timpa-e-i-biancospini/#footnote_2_280" id="identifier_2_280" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="pg 35">3</a></sup></p>
<p>Una tenda che educa? Non capisco, rimango perplessa.<br />
E poi Proust mi viene in aiuto, lui che sa parlarti dell’animo umano meglio di qualsiasi letterato o scienziato. Nelle ultime pagine di <em>Combray</em>, dopo la descrizione dei luoghi in cui Proust bambino passava le vacanze estive, leggo:</p>
<p><em>“Ma è soprattutto come a profondi giacimenti del mio sottosuolo mentale, come ai terreni resistenti che ancora mi sostengono, ch’io devo pensare alla parte di Méséglise e alla parte di Guermantes. Mentre percorrevo quegli itinerari, credevo alle cose, agli esseri, ed è per questo che le cose e gli esseri che vi ho conosciuti sono i soli che io prenda ancora sul serio e chi mi diano ancora della gioia”</em><sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/09/28/la-tenda-la-timpa-e-i-biancospini/#footnote_3_280" id="identifier_3_280" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Dalla parte di Swann, pg 224, Oscar Mondadori.">4</a></sup></p>
<p>D’un tratto comincio a capire (o a credere di capire) cosa voleva dirmi Pasolini quando parlava del rapporto viscerale che si crea tra un bambino e le sue cose, continuo a leggere: </p>
<p><em>“La parte di Méséglise con i suoi lillà, i suoi biancospini, i suoi fiordalisi, i suoi papaveri, i suoi meli, la parte di Guermantes con il suo fiume popolato di girini, le sue ninfee e i suoi bottondoro, hanno formato per me l’eterno volto del paese dove amerei vivere, [...] e i firodalisi, i biancospini, i meli che ancora mi succede, quando viaggio, di incontrare nei campi, sono immediatamente in comunicazione con il mio cuore perché situati alla stessa profondità, al livello del mio passato.”</em><sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/09/28/la-tenda-la-timpa-e-i-biancospini/#footnote_4_280" id="identifier_4_280" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ivi, pg 225.">5</a></sup></p>
<p><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2009/09/monet146r.jpg" alt="monet146r" title="monet146r" width="439" height="441" class="aligncenter size-full wp-image-282" /></p>
<p>Ma si certo! Ognuno di noi possiede nella memoria degli oggetti o dei luoghi a cui si sente intimamente legato e che hanno formato inesorabilmente i nostri giudizi su cose, persone e luoghi; il nostro senso estetico e i nostri “valori”.<br />
E se Pasolini è stato educato da una tenda, Proust dai viali fioriti di Méséglise e Guermantes, io posso dire di essere stata educata dalla <em>timpa</em>. </p>
<p><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2009/09/timpar.jpg" alt="timpar" title="timpar" width="514" height="386" class="aligncenter size-full wp-image-283" /></p>
<p> È grazie alla maestra timpa che trovo irresistibili i casolari antichi, gli alberi di fico cresciuti accanto ai muri a secco, i milicucchi solitari che dominano sui campi ingialliti dal sole e persino l’odore di cacca di mucca proveniente dalle stalle.<br />
È la timpa con la sua bianca staticità, che mi ha reso sedentaria e poco incline ai cambiamenti, pigra e amante della vita lenta; che mi fa apprezzare le storie vecchie e venerare gli oggetti antichi.<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/09/28/la-tenda-la-timpa-e-i-biancospini/#footnote_5_280" id="identifier_5_280" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" per antico si intenda qualsiasi oggetto prodotto perlopi&ugrave; dall&rsquo;uomo tra il 13000 a.c. e i primi 50 anni del secolo scorso">6</a></sup><br />
e dato che le cose sono così importanti per la formazione di una persona vi chiedo, miei fedeli e pochi  lettori, quali sono  gli oggetti che vi hanno permesso di essere ciò che siete oggi.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_280" class="footnote">una tecnica di coltivazione fondata su una visione del mondo molto vicina a quella animistica e naturalistica di Telesio o di Paracelso, che per dirne una, prevede particolari “riti” per scacciare dal terreno gli spiriti “maligni”</li><li id="footnote_1_280" class="footnote">Pasolini, <em>Lettere luterane</em>, pg 34, Einaudi.</li><li id="footnote_2_280" class="footnote">pg 35</li><li id="footnote_3_280" class="footnote">Proust, <em>Alla ricerca del tempo perduto</em>, <em>Dalla parte di Swann</em>, pg 224, Oscar Mondadori.</li><li id="footnote_4_280" class="footnote">Ivi, pg 225.</li><li id="footnote_5_280" class="footnote"> per antico si intenda qualsiasi oggetto prodotto perlopiù dall’uomo tra il 13000 a.c. e i primi 50 anni del secolo scorso</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Le mezze verità</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 23:45:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il lavoro di doposcuolista (precettrice privata se volessimo darci un tono) porta con sé non solo angustie e angosce quando l’alunno (il discepolo) non vuole collaborare o quando col faccino candido ti porta voti di merda dopo ore e ore &#8230; <a href="http://www.ossidia.it/2009/04/30/le-mezze-verita/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il lavoro di doposcuolista (precettrice privata se volessimo darci un tono) porta con sé non solo angustie e angosce quando l’alunno (il discepolo) non vuole collaborare o quando col faccino candido ti porta voti di merda dopo ore e ore di lezioni. Per fortuna ci sono anche dei vantaggi come ad esempio riprendere e leggere (seriamente come mai si è fatto) i Promessi Sposi, e trovarli addirittura piacevoli; oppure riscoprire la bellezza di uno scrittore che non leggevi da tempo come Calvino. Della sua trilogia sugli aristocratici decaduti avevo letto solo <i>Il barone rampante</i>; accolsi quindi con piacere la notizia che ero costretta a leggere <i><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_visconte_dimezzato">Il visconte dimezzato</a></i> perché lo avevano assegnato ad una mia fanciulla per le vacanze di Pasqua.<br />
Il piacere si tramutò in entusiasmo quando cominciai a leggere il romanzo breve (o racconto lungo). Il primo capitolo è un capolavoro, poche pagine dense di descrizioni crude e amare ma pure ironiche, di un campo di battaglia.</p>
<p><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2009/04/mortenera.jpg" alt="mortenera" title="Pieter Bruegel il vecchio, Trionfo della morte" width="400" height="341" class="aligncenter size-full wp-image-205" /></p>
<p>Menandro (il visconte poi dimezzato) sta per arrivare all’accampamento cristiano dove si arruolerà nella guerra contro i turchi. Il suo cavallo cammina in mezzo a resti di uomini e animali, prodotti di scarto della guerra e della peste appena passate da lì; la descrizione è cruda e spietata:<br />
“<em>In groppi di carcasse, sparsi per la brulla pianura, si vedevano corpi d’uomo e donna, nudi, sfigurati dai bubboni, e cosa dapprincipio inspiegabile, pennuti: come se da quelle loro macilente braccia e costole fossero cresciute nere penne e ali. Erano le carogne d’avvoltoio mischiate ai loro resti.</em>”<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/30/le-mezze-verita/#footnote_0_204" id="identifier_0_204" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Il visconte dimezzato in Calvino, Romanzi e racconti vol. 1, Mondadori, p. 368 (Meridiani da dodici euro). Un po&rsquo; prima spiega che gli avvoltoi e i corvi erano quasi tutti spariti perch&eacute; mangiando le carni infette degli appestati morivano anch&rsquo;essi di peste.">1</a></sup><br />
 Poco più avanti la guida di Menandro spiega come mai le carcasse dei cavalli sono quasi più di quelle umane: “<em>le scimitarre turche sembrano fatte apposta per fendere d’un colpo i loro ventri</em>” e descrive nei particolari il momento dello sventramento: “<em>quando il cavallo sente di essere sventrato cerca di trattenere le sue viscere. Alcuni posano la pancia a terra, altri si rovesciano sul dorso per non farle penzolare. Ma la morte non tarda a coglierli ugualmente.</em>”<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/30/le-mezze-verita/#footnote_1_204" id="identifier_1_204" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Stessa pagina.">2</a></sup><br />
Menandro nota poi che ogni tanto qualche dito indica loro la strada, la sua guida gli spiega che i vivi mozzano le dita ai morti per portare via gli anelli, e passando davanti al padiglione delle cortigiane lo mette in guardia: “<em>Attento signore, sono tanto sozze e impestate che non le vorrebbero neppure i turchi come preda d’un saccheggio. Ormai non sono più soltanto cariche di piattole, cimici e zecche, ma indosso a loro fanno il nido gli scorpioni e i ramarri.</em>”<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/30/le-mezze-verita/#footnote_2_204" id="identifier_2_204" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="P. 370.">3</a></sup><br />
Ma la battuta di gran lunga migliore è: “<em>Di molti valorosi, lo sterco d’ieri è ancora in terra, e loro sono già in cielo.</em>”<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/30/le-mezze-verita/#footnote_3_204" id="identifier_3_204" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="P. 369.">4</a></sup><br />
Il resto del romanzo è poi uno zuccherino, immerso in quella atmosfera fiabesca che solo Calvino sa creare: i luoghi sembrano incantati, affascinanti e inquietanti insieme, come il villaggio dei lebbrosi dove si fa baldoria di giorno e di notte; i personaggi sono eccentrici e buffi, come il dottore che passa le notti nei cimiteri per catturare i fuochi fatui, o la ragazza furba che parla con gli animali. E a condire il tutto, cosa che non guasta mai, uno spunto filosofico: il relativismo critico contro l’assolutismo dogmatico; il visconte è mezzo, e grazie a questo ha acquisito una profondità di pensiero che gli interi, immersi come sono nella loro “ottusa e ignorante interezza”, neanche si immaginano. </p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_204" class="footnote"><i>Il visconte dimezzato</i> in Calvino, <i>Romanzi e racconti vol. 1</i>, Mondadori, p. 368 (Meridiani da dodici euro). Un po’ prima spiega che gli avvoltoi e i corvi erano quasi tutti spariti perché mangiando le carni infette degli appestati morivano anch’essi di peste.</li><li id="footnote_1_204" class="footnote">Stessa pagina.</li><li id="footnote_2_204" class="footnote">P. 370.</li><li id="footnote_3_204" class="footnote">P. 369.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Sembra talco ma non è&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 21:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
				<category><![CDATA[sociopsicologia spicciola]]></category>
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		<description><![CDATA[I mie ultimi due post sono lievemente macabri, lo ammetto. Per recuperare oggi parleremo di felicità, un argomento trito e ritrito, fritto e rifritto, masticato e rimasticato così tanto che non ci sarebbe più nulla da dire se non che &#8230; <a href="http://www.ossidia.it/2009/04/14/sembra-talco-ma-non-e/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I mie ultimi due post sono lievemente macabri, lo ammetto. Per recuperare oggi parleremo di <b>felicità</b>, un argomento trito e ritrito, fritto e rifritto, masticato e rimasticato così tanto che non ci sarebbe più nulla da dire se non che <strong>parlare di felicità è idiota</strong> quanto interessarsi con ardore alle piramidi d’Egitto o al Sacro Graal (opinione personale).<br />
E invece qualcosa da dire sulla felicità ancora c’è, forse.</p>
<p><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2009/04/pollonfelice.jpg" alt="pollonfelice" title="pollonfelice" width="400" height="323" class="aligncenter size-full wp-image-194" /></p>
<p>Contro tutti i miei pregiudizi più radicati ho letto un libro di uno psicologo americano, <a href="http://people.virginia.edu/~jdh6n/">Jonathan Haidt</a>, dal prudente titolo <i>Felicità: un’ipotesi</i>. È un testo che vi consiglio di leggere perché non sarò in grado di darne una visione completa e soddisfacente qui (né altrove), tanti sono gli spunti interessanti che stimolano riflessioni illuminanti. Così mi limiterò a farne un minisuntino scarno.</p>
<p>Il punto di partenza di Haidt è la divisione, grossolana ma efficiente, della mente in <b>meccanismi automatici</b>, ovvero tutto ciò che la nostra mente fa senza il nostro consenso, e la <b>coscienza</b>: i primi risiedono nella parte più antica<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/14/sembra-talco-ma-non-e/#footnote_0_193" id="identifier_0_193" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Parlando in termini di evoluzione.">1</a></sup> dell’encefalo e guidano le nostre emozioni, pulsioni, intuizioni; la seconda risiede nella parte più recente del cervello e consiste nel pensiero cosciente e controllato.<br />
Rifacendosi ad una metafora orientale dell’io diviso fra ragione e istinto, Jon chiamerà i meccanismi automatici l’<b>elefante</b>, e il pensiero cosciente il <b>portatore</b>, cioè il tizio che sta sopra l’elefante e che cerca di dirigerlo domando la sua forza (dell’elefante).</p>
<p><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2009/04/elefante.jpg" alt="elefante" title="elefante" width="400" height="300" class="aligncenter size-full wp-image-195" /></p>
<p>Jon sostiene che <b>l’elefante regola una parte notevole della nostra vita mentale</b>: ci fa commuovere davanti ad una scena patetica; ci fa schifare davanti alla vista di cadaveri o viscere<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/14/sembra-talco-ma-non-e/#footnote_1_193" id="identifier_1_193" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Lo schifo per le viscere &egrave; un comportamento vincente a livello evolutivo, perch&eacute; ha permesso a chi lo possedeva di evitare infezioni possibilmente mortali. E con ci&ograve; si potrebbe rispondere a una delle domande di questo post.">2</a></sup>; ci suggerisce intuizioni brillanti mentre cerchiamo di essere creativi; guida la maggior parte delle nostre decisioni (prese perlopiù a naso e non dopo attente riflessioni); e cosa che ha dell’incredibile, influenzerebbe pure la nostra visione del mondo. La nostra morale, la distinzione tra bene e male sarebbero dettate da intuizioni automatiche (effettivamente capita di sentire che una cosa è sbagliata anche se non sappiamo bene il perché); la ragione interverrebbe solo in un secondo momento per giustificare, “fare da avvocato” ai nostri istinti morali<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/14/sembra-talco-ma-non-e/#footnote_2_193" id="identifier_2_193" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Per saperne di pi&ugrave; su questa stramba (e succulenta) teoria dell&rsquo;istinto morale potremmo leggere Menti morali di Marc Hauser.">3</a></sup>.</p>
<p>Come se non bastasse anche <b>la felicità rientra nella giurisdizione dell’elefante</b>. Tutti ci siamo accorti che, per essere felici, non basta volerlo, non basta alzarsi una mattina e dire “da oggi in poi la mia vita sarà appagante e luminosa”. Contro la nostra volontà di essere felici non stanno soltanto i fattori esterni come terremoti o catastrofi varie, ma anche i nostri meccanismi automatici che sembrano mettercela tutta per far sì che i nostri momenti di giubilo durino solo pochi istanti.</p>
<p><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2009/04/pollontriste.jpg" alt="pollontriste" title="pollontriste" width="400" height="323" class="aligncenter size-full wp-image-196" /></p>
<p>Ma perché mai il nostro elefante dovrebbe ostacolare il nostro desiderio di felicità? Perché a quanto pare essere felici non è un fattore indispensabile per la sopravvivenza, almeno non quanto <b>essere prudenti</b>, cioè sfuggire ai pericoli, ed <b>avere successo tra i nostri simili</b>; entrambi gli atteggiamenti – in cui il nostro elefante si è specializzato attraverso migliaia di anni di selezione – cozzano con l’essere felici: il primo perché ci porta a sopravvalutare gli aspetti negativi  della nostra quotidianità (solo mostrando più sensibilità verso questi e non verso i fattori positivi possiamo prevedere e quindi evitare i pericoli); il secondo, essere apprezzati dagli altri (la <i>timè</i>), spesso ci porta a sacrificare il nostro benessere per guadagnare un buon nome.</p>
<p>Ma non tutto è perduto, anzi: una volta appresa la grande Verità, e cioè che la felicità è una questione di istinti, possiamo lavorare su questi per cambiarne (lievemente) l’inclinazione. Jon è ottimista e pensa che l’elefante può essere educato dal portatore a dedicarsi di più al benessere personale, e siccome non è solo un filosofo<sup><a href="http://www.ossidia.it/2009/04/14/sembra-talco-ma-non-e/#footnote_3_193" id="identifier_3_193" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Haidt ha una laurea in filosofia e una in psicologia.">4</a></sup>, propone tre metodi pratici per migliorare la nostra vita: la meditazione orientale, la terapia cognitiva e il Prozac. Tutti e tre i metodi dovrebbero permettere di pensare meno alle <i>sbintùre</i> quotidiane e di concentrarsi di più sulle cose positive. I primi due esigono pazienza, costanza e cambiamento delle abitudini di vita. Il terzo è molto più rapido e meno faticoso (Haidt assicura che dopo tre settimane di trattamento la vita comincerà a sorriderti). Io opterei per quest’ultimo, se non fosse per i possibili effetti collaterali e per la diffidenza verso questo genere di farmaci (magari dettata solo da ignoranza). Potrei darmi alla meditazione orientale, se non fosse che mi sembra così viscidamente new age. Andare da uno psicologo proprio non se ne parla, così penso proprio che mi terrò il mio elefante anti-felicità, cercando almeno di reprimere la sua smania di successo sociale.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_193" class="footnote">Parlando in termini di evoluzione.</li><li id="footnote_1_193" class="footnote">Lo schifo per le viscere è un comportamento vincente a livello evolutivo, perché ha permesso a chi lo possedeva di evitare infezioni possibilmente mortali. E con ciò si potrebbe rispondere a una delle domande di questo <a href="http://www.ossidia.it/2009/03/10/febbraio/">post</a>.</li><li id="footnote_2_193" class="footnote">Per saperne di più su questa stramba (e succulenta) teoria dell’istinto morale potremmo leggere <i>Menti morali</i> di Marc Hauser.</li><li id="footnote_3_193" class="footnote">Haidt ha una laurea in filosofia e una in psicologia.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>I Turchi e l&#8217;Ate</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 20:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando qualcuno si mostra confuso, agitato e turbato, dalle mie parti si dice che “è pigghiatu re turchi”. È un modo di dire curioso che ha sempre stimolato la mia immaginazione, e dato che nessuno dei ragusani a cui lo &#8230; <a href="http://www.ossidia.it/2008/08/08/i-turchi-e-l-ate/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando qualcuno si mostra confuso, agitato e turbato, dalle mie parti si dice che “<strong>è pigghiatu re turchi</strong>”. È un modo di dire curioso che ha sempre stimolato la mia immaginazione, e dato che nessuno dei ragusani a cui lo sento dire continuamente ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente sull’origine di questa espressione, un giorno decido di uscire momentaneamente dalla mia pigrizia perenne e comincio a fare ricerche su questi turchi che pigliano i ragusani. Scopro così che è un modo di dire conosciuto anche nell’agrigentino (Camilleri lo usa molto) e che i turchi in questione sarebbero i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pirati_barbareschi" target="_blank">pirati barbareschi</a> che fino al 1800 tormentavano, tra le altre, le coste della Sicilia con assalti improvvisi e non certo cortesi, e che dagli abitanti delle zone colpite venivano chiamati turchi. Scopro anche che la bella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scala_dei_Turchi" target="_blank">Scala dei Turchi</a> (in provincia di Agrigento) deve il nome proprio a questi pirati che lì trovavano riparo durante le tempeste. Una leggenda narra che furono gli abitanti di Porto Empedocle a scacciare definitivamente i turchi dalle coste siciliane (almeno da quelle meridionali).</p>
<p><a href="http://www.gianlucapavarini.com/photography/nature.html"><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2008/08/IMG_3853-Edit-300x199.jpg" alt="" title="IMG_3853-Edit" width="300" height="199" class="aligncenter size-medium wp-image-613" /></a></p>
<p>Dopo tre minuti di intensa felicità per aver risolto un mistero che mi punzecchiava da tempo comincio, adesso che ci vedo più chiaro, a riflettere sull’espressione: la metafora è calzante – come le città venivano improvvisamente invase dai temuti turchi che portavano panico e scompiglio tra la gente, così una persona viene colta di colpo da uno <strong>stato di confusione che fa perdere momentaneamente la testa</strong>, e che per analogia è associato ai turchi. Ma le sorprese non finiscono qui: è facile infatti fare un paragone tra i siciliani pigliati dai turchi e i Greci di Omero pigliati dall’ate. Pare infatti che <strong>anche gli omerici fossero soliti attribuire i comportamenti fuori dalla norma ad un agente esterno</strong> (un dio, un demone, le Erinni) che gettava nella testa di un povero malcapitato l’ate, appunto, facendolo momentaneamente uscire di senno. L’esempio più celebre è quello di Agamennone che giustifica l’affronto fatto ad Achille dicendo:</p>
<blockquote><p>“Pure non io son colpevole ma Zeus e la Moira e l’Erinni che nella nebbia cammina; essi nell’assemblea gettarono contro di me stolto errore quel giorno che tolsi il suo dono ad Achille. Ma che potevo fare? I Numi tutto compiscono.<br />
Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha piedi molli; perciò non su suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani un dopo l’altro li impania” (Iliade, XIX, 86 sgg.).</p></blockquote>
<p><strong>Dodds</strong> parla di <em>ate</em> nel primo capitolo del suo libro, definendola una sorta di <strong>“infatuazione” divina</strong> che, offuscando momentaneamente la condotta normale e quindi la ragione, impone al personaggio che ne è vittima delle azioni sconsiderate e riprovevoli, che verranno ripudiate dallo stesso autore una volta ritrovato il senno. Secondo il Nostro (brrr) la credenza nell’ate si è tanto diffusa in età omerica perché aveva una sua utilità sociale che cercherò di spiegarvi brevemente. Sappiamo che nella società omerica l’unica autorità riconosciuta è quella dell’eroe che è anche capo famiglia, re di un <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Oikos" target="_blank">oikos</a>. Questa autorità non è però tutelata da nessuna legge, quindi può decadere in qualsiasi momento se l’eroe non riesce più a dare mostra del suo valore e se quindi non è stimato più eroe dai suoi pari. La pubblica stima (<em>timé</em>) è quindi indispensabile per la conservazione dell’autorità. Davanti ad un comportamento sconsiderato l’eroe potrebbe perdere credibilità, ma <strong>scaricando la responsabilità di questo gesto su un dio o una qualsiasi entità esterna la timé è salva</strong>.<br />
Capisco che può sembrare una spiegazione riduttiva, ma Dodds privilegia le interpretazioni che hanno a che fare con il contesto sociale; siccome però era un uomo onesto e sapeva che ogni fenomeno più che una sola causa ha un insieme di concause, ammette che la sua interpretazione va completata. E allora per comprendere meglio l’origine e la diffusione della credenza nell’ate bisogna tirare in ballo anche il problema dell’io in Omero, ma per adesso è meglio fermarsi qui.</p>
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		<title>Sulla Tesi</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jul 2008 13:16:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’entusiasmo post laurea che mi ha permesso, per pochi attimi, di sfiorare stati d’animo per me assurdi come l’orgoglio, la stima di sé, la fierezza, ha lasciato dietro di sé  strascichi di buon umore veramente inconsueti e un atteggiamento stranamente positivo nei confronti della vita. E in questo periodo fatto di festeggini regalini e tanti auguri, oltre a scervellarmi per trovare una maniera di far soldi, anche pochi, senza lavorare fino al prosciugamento dei neuroni, cerco di tirare le somme di questi anni universitari in modo da riporli ben sistemati, dentro un cassettino della memoria, da riaprire così ogni tanto,  forse.  Ma non voglio tediarvi con le riflessioni su se e quanto è cresciuto il mio cervellino in questi anni, o su che ne sarebbe stato di me se avessi scelto scienze della comunicazione o biologia anziché filosofia – in breve sul confronto della Simona di ora con la Simona di allora e con tutte le Simone possibili tra quella di ora e quella di allora. Vi annoierò invece parlandovi un po’ della mia tesi. Perché faccio questo?  Perché prima di gettare il mio lavoro nell’angolo più oscuro e muffoso di questa casa (e della mia memoria), devo concedergli l’ultimo momento di gloria; lo devo alla mia tesi e lo devo alla Simona che si è tanto affannata per partorirla.</p>
<p>Come qualcuno di voi saprà l’argomento della  mia tesi è un libro: <em>I Greci e l’irrazionale</em> di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/E._R._Dodds" target="_blank">Eric Dodds</a>, un libro che nei mesi (pochi) dedicati alla stesura della tesi è stato una mia appendice: lo portavo ovunque andassi, ci mangiavo o dormivo sopra, ci uccidevo gli insetti poco graditi ecc ecc. Questo perché è un testo complesso e denso, non tanto per l’incomprensibilità dei suoi concetti ma per  la grande quantità di questi. In 400 pagine sono concentrate così tante nozioni che per svilupparle tutte ci vorrebbe un’enciclopedia. Questo perché l’intento di Dodds era quello di scrivere una (breve e accessibile pure ai non specialisti) storia alternativa della cultura greca, una storia che tenesse conto di una categoria spesso maltrattata dai filologi  che studiano la classicità: l’<strong>irrazionale</strong>.</p>
<p>Sì, perché col tanto insistere con  i Greci padri  del razionalismo occidentale, creatori del Bello universalmente valido (vallo a dire ad un <a href="http://www.bloggers.it/bdv/itcommenti/Foto1.jpg" target="_blank">africano</a>), fondatori della democrazia, ci si è scordati di quanto essi fossero miseri umani come noi, e – cosa che li rende migliori di noi – coscienti di tale miseria.  <strong>Anche le esistenze dei Greci erano impregnate di irrazionale: l’incoscienza,  il delirio, la paura guidavano  le loro esperienze  tanto quanto la ragione, l’equilibrio e la serenità.</strong> Dodds ci mostra come ogni età di cui è costituita la  storia dei Greci sia zeppa e zuppa di credenze e usanze irrazionali  sorte, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca,  per soddisfare il bisogno di unità, di chiarezza, di senso che caratterizza  da sempre l’umanità, Greci inclusi.  Nei prossimi post vi parlerò (speriamo) di alcune di tali credenze, del contesto in cui  nascono e si sviluppano e delle esigenze psicologiche che tentano di soddisfare. Chi ha trovato noioso questo post troverà gli altri ancora più soporiferi è autorizzato quindi a boicottare questo blog per una ventina di giorni, ma non preoccupatevi, tornerò  presto a scrivere delle mie paturnie.</p>
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