Archive for the 'tradizioni' Category

Auguri cosmici

Questo blog è in avanzato stato di abbandono: cuttuneddu ((batuffoli di polvere)) e filinee ((ragnatele)) hanno preso il posto di parole ed immagini. La cosa triste è che la sua padrona non può far molto per fermare questo decadimento. Non basta infatti una semplice iniziativa della volontà per rimuovere la fuffa e ricominciare a scrivere con più lena, c’è bisogno di uno strano quid misterioso che spinge irrefrenabilmente alla scrittura, e che da queste parti latita da un po’.
Nonostante questo non posso sottrarmi dal farvi il mio personale regalino di Natale.
Si tratta di un efficace rimedio per l’ansia e lo stress, per l’angoscia e la frustrazione. Un unguento miracoloso insomma, che vi libererà (per un attimo) dal peso delle vostre responsabilità, dei vostri doveri, del vostro claustrofobico ruolo sociale.

Buon Natale.

Perversioni culinarie

Avvertenza: il post che segue è lievemente pulp.

La Pasqua si sa, è la festa del sangue, della carne, del corpo martoriato e immolato.

Cristo alla colonna

La cucina pasquale non può certo essere da meno: ecco che allora la mia veranda si trasforma in una specie di tèmenos con tanto di: altare sacrificale (un tavolo di legno protetto da tovaglia di plastica a quadri blubianchi), sacerdote (mio padre e il suo ghigno compiaciuto ma un po’ schifato) addetto allo smembramento e svisceramento dell’animale (un mezzo agnello), assistenti premurose, vago odore dolciastro e appiccicaticcio e pittoreschi coli di sangue.
Ogni buon sacrificio prevede poi la spartizione e la consumazione delle carni dell’immolato (per gli antichi una delle poche occasioni per strafogarsi di carne, per i moderni una delle infinite occasioni per strafogarsi di carne): ecco che allora il ragusano ti inventa una ricetta golosa (perversa) per rendere più appetibili le interiora di agnello: i “turciniuna”
Il turciniune è il prodotto di un assemblaggio di interiora (una sorta di involtino); gli ingredienti che lo compongono sono in ordine:

    calia (tessuto grassoso che riveste lo stomaco);
    panza;
    cuore;
    polmoni;
    fegato;
    cipolla, cacio, prezzemolo.

Come spago per tenerlo chiuso si usa poi il budello (ci mancherebbe) che viene avvolto ripetutamente attorno al turciniune (da qui il nome, penso).
Se siete tanto curiosi (e avete lo stomaco forte) ho filmato il procedimento (clicca sull’immagine per vederlo).

Turciniuna

Noto con dispiacere che la tradizione dei turciniuna sta perdendo colpi: sempre meno giovani apprezzano la pietanza, ma io non lascerò che questo accada: trasmetterò ai miei pronipoti la storia dei turciniuna, magari quando avranno voglia di un racconto terrificante.

Spigolatrici

Mia nonna oggi ha visto alla tv un servizio sulle spigolatrici (le donne che dopo la mietitura del grano ripassavano i campi raccattando le spighe dimenticate) e ha cominciato a saltellare di gioia (mia nonna è un personaggio buffo, saltella di gioia per ogni sciocchezza) dicendo: “talìa talìa chissu u facieumu macari niautri!!!” (guarda guarda quello lo facevamo anche noi) e cominciò a raccontare pressapoco così: “siccome erano tempi di canimìa (ristrettezze economiche), dopo la raccolta del grano tornavamo nei campi con un sacco appeso alla vita che pendeva da dietro, e lo riempivamo di spicuzze. Dopo aver raccolto fino all’ultima spicuzza buttavamo il contenuto dei sacchi nell’aia e gli uomini vi passavano sopra col carretto prima e con le bestie poi per pisari il frumento (operazione che serviva a separare i chicchi di grano dalla paglia) e poi aspettavamo la misericordia del Signore che facesse arrivare il vento e non facesse piovere, quando il vento era arrivato spagghiavamo il frumento con il tridente (si sollevava il frumento da terra in modo che la paglia volasse via e i chicchi di grano ricadessero a terra) e lo portavamo a macinare”.

Spigolatrici

 

Ecco, inizio a sentirmi in colpa per tutte quelle volte che ho criticato mia nonna perché si ostinava a non buttare il pane vecchio di settimane; comincio a percepire l’abisso fra la mia concezione del pane e la sua. Vivendo in prima persona il lungo ed estenuante processo che dalla spiga di grano ti porta alla cuddura (forma di pane ragusano) non porti a tavola un semplice alimento, ma un oggetto sacro: ecco perché il segno della croce prima di impastare o la formuletta propiziatoria per una buona cottura del pane (“signuri fici iu ora fai tu”); ecco perché il pane non si posa mai a “pancia in giù” figuriamoci buttarlo… un sacrilegio!

Pane duro

 

Del resto, non penso che ci sia mai stato un dio Pane ma il pane è spesso mandato da dio: Demetra fa conoscere la spiga di grano ai greci, e i cristiani pregano il loro dio dicendo “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e se lo mangiano pure come corpo di Cristo.

Beh, vado a farmi una zuppa di pane cotto, in fondo si lascia mangiare nonostante la consistenza viscidina.