Auguri cosmici

Questo blog è in avanzato stato di abbandono: cuttuneddu ((batuffoli di polvere)) e filinee ((ragnatele)) hanno preso il posto di parole ed immagini. La cosa triste è che la sua padrona non può far molto per fermare questo decadimento. Non basta infatti una semplice iniziativa della volontà per rimuovere la fuffa e ricominciare a scrivere con più lena, c’è bisogno di uno strano quid misterioso che spinge irrefrenabilmente alla scrittura, e che da queste parti latita da un po’.
Nonostante questo non posso sottrarmi dal farvi il mio personale regalino di Natale.
Si tratta di un efficace rimedio per l’ansia e lo stress, per l’angoscia e la frustrazione. Un unguento miracoloso insomma, che vi libererà (per un attimo) dal peso delle vostre responsabilità, dei vostri doveri, del vostro claustrofobico ruolo sociale.

Buon Natale.

Ragusa provincia…

Ragusa è sempre stata una città di destra. Dall’alto del suo altopiano ha sempre guardato con aria di sufficienza le città che le stavano attorno: Modica, Comiso, Vittoria, Scicli; tutte città con una forte tradizione socialista; tutti paesi pervasi e contaminati dalle utopie del popolino, dai sogni rivoluzionari dei contadini e degli operai. Ma Ragusa no, è sempre stata una città “per bene” dove a contare è l’idea del borghese, la volontà del ricco: prima i nobili, il clero e i latifondisti; adesso l’alta borghesia dei Lions, e forse ancora il clero. Come ciò sia potuto accadere, come Ragusa sia diventata la pecora nera del territorio ibleo, non è facile capirlo. Certo è che questa fedeltà agli ideali di destra ha portato alla città parecchi vantaggi, non ultimo quello di diventare capoluogo di provincia.

L’episodio della nascita della provincia di Ragusa è magistralmente sintetizzato nel famoso (almeno dalle nostre parti) detto “ Rausa provincia e Muorica ‘sta mincia”.
Modica era già stata capitale dell’omonima contea e, sotto i Borboni, capoluogo del Distretto della Valle di Siracusa. Sembrava normale quindi che la nascita di una nuova provincia trovasse in Modica il capoluogo ideale. E invece nel 1926 è Ragusa a diventare capoluogo.

provole

Tutto cominciò nel lontano 1919, quando un ragazzino di 17 anni, Totò Giurato, tornò dall’esaltante esperienza di Fiume con la testa mangiata dagli ideali facisti, e decise di fondare a Ragusa il primo fascio di combattimento della Sicilia. Il movimento ebbe rapida presa fra i ragusani, dapprima solo tra i giovani, ma poi fu guardato con interesse anche dai proprietari terrieri e dagli appartenenti al circolo dei gentiluomini. Uno di loro, Filippo Pennavaria, entrò a far parte del movimento con tutti gli onori – dato che era il presidente della Banca Agricola Popolare di Ragusa, e che era disposto a finanziare lautamente il partito.
Pennavaria Filippo

In cambio delle sue caritatevoli donazioni Pippo – così veniva chiamato dai camerati – si ritrovò ben presto alla guida del movimento. Iniziò così per il fascismo ragusano un periodo di intensa azione “politica” che aveva il chiaro scopo di ripulire la terra di Sicilia dalla “immonda feccia rossa”. Gli squadristi di Pennavaria disseminarono il terrore in tutta la provincia devastando le sedi socialiste, sparando tra la folla durante comizi e riunioni di protesta, defenestrando i sindaci socialisti. Un elenco dettagliato delle più celebri azioni dal ‘20 al ‘22 lo trovate nei commenti. (Leggetelo).

Mussolini non poté che gradire l’attività di Pennavaria e dei suoi mazzieri e nel 1924 scese in Sicilia per la sua prima visita alla città fedele. Venne accolto in pompa magna e parlò dalla cima della torre Littoria, costruita in piazza Impero (oggi piazza Libertà), dove fu incisa la scritta:
Fascismo ibleo Tu primo a sorgere nella generosa terra di Sicilia.

torre littoria

La simpatia di Benito per Ragusa non si spiega semplicemente con la riconoscenza verso una città a lui fedele. Ciò che interessava al “grande statista” era il ruolo di controllo e contenimento che Ragusa poteva svolgere contro l’avanzata socialista nella Sicilia sud-orientale.
Fu così che Pennavaria, in riconoscimento dei suoi meriti, ottenne un titolo nobiliare e il sottosegretariato alle Comunicazioni, e Ragusa divenne capoluogo di provincia.

Ragusa è una città per bene e non dimentica i suoi benefattori: nel 2001 il sindaco Mimmo Arezzo – sicuro di esaudire il desiderio della maggioranza dei ragusani – commissionò allo scultore Nunzio Dipasquale una statua di Pennavaria da esporre in bella mostra nel centro storico della città, così da ricevere gli onori perpetui della popolazione. Il Pennavaria bronzeo non l’ha ancora visto nessuno, si vocifera però che esista già: alto 7 metri e costato alle tasche del Comune 250 milioni di lire. Nessuno però sembra avere il coraggio di tirarlo via da quella imprecisata fonderia del nord in cui si troverebbe attualmente, forse perché si temono le reazioni dei comuni di Modica, Scicli e Vittoria che hanno accolto la notizia della statua con disgusto, e del comitato anti-statua sorto, con mia grande sorpresa, a Ragusa stessa.

Non ci resta che piangere

Le incombenze della vita mi portano a volte ad anticipare di un paio d’ore la sveglia mattutina, e se il mio corpo è abbastanza disposto a mettersi subito in moto, il mio cervello, o meglio la zona corticale del mio cervello, no. Così per una mezz’oretta riesco solo a guardare stupita e attonita ciò che mi circonda; e non avendo barriere razionali attive, il materiale percettivo grezzo che mi arriva per direttissima mi turba profondamente.
Quando abitavo coi miei il rischio era di rimanere incollata ad MTV, ipnotizzata da quei video iperstimolanti: luci, colori, patino, messaggi sessuali poco subliminali, ritmi concitati.

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Adesso che la mattina accendo la radio il rischio di turba è minore ma non del tutto escluso.
L’altra mattina ad esempio la direttrice dell’Unità commentava le prime pagine dei giornali; dopo le solite notizie sulla porcata del giorno di berlusconi, o sulla cattiva gestione della cosa pubblica di sto governo, il suo intervento si conclude pressapoco così: “Per favore chiunque abbia a cuore l’Italia deve reagire adesso, dopo sarà troppo tardi, non ci resteranno che gli occhi per piangere. Non aspettiamo le macerie, coraggio!”. Ed ecco che il mio tè va di traverso; mi alzo e comincio a urlare verso la radio insulti incomprensibili che sono quasi certa volessero dire: Ah si? Reagiamo? Coraggio? E tu? Hai già preparato una squadra di 100.000 incazzati pronti ad invadere Montecitorio e a bloccare i lavori? Hai assoldato un killer per far fuori quel cazzo di nano psicotico? Prendo il treno e mi unisco a voi? O quando uscirai da quello studio andrai a prenderti il tuo confortante caffettino scordandoti le tue iniziative rivoluzionarie!?

eugene delacroix, "la libertà guida il popolo", 1830.

In Italia non è possibile una rivoluzione: a fare la rivoluzione sono le masse, e le masse si muovono solo se hanno fame; è stato così in Francia, in Russia, in Messico, a Cuba e chissà in quanti altri posti. In Italia il pane e una televisione col digitale terrestre sono garantiti a tutti, perciò non ci resta che piangere, o aspettare sulla riva del fiume il passaggio del cadavere del nemico.

Maria Didìo

Maria Didìo è una vecchina con la faccia tonda e i capelli bianchi bianchi. Quando vado a trovarla mi accoglie sempre con un abbraccio lungo e un po’ stritolante; e io – che ad abbracciare ho qualche difficoltà – mi sono dovuta adeguare, così ogni volta sembriamo una nonna e una nipote che non si vedono da anni:
– oh e chi c’è Simonetta! – pat pat – Sì beda, sei una cosa priziusa com’a ta ma’– pat pat – ti voglio bene, nun si a ma niputi ma ti vuogghiu beni comu na niputi!.

Maria Didìo è una signora molto devota, la sua casa è piena di santuzzi, crocifissi e messali. Nel salotto buono troneggia una bibbia: una di quelle enormi di simil-pelle e finto-oro, con decorazioni kitsch del capolettera. Tutt’attorno ci sono, appuntati su foglietti volanti, i passi che le “consigliano” di leggere, perché la bibbia non si può leggere a caso, altrimenti non si capisce.

1885, Natura morta con Bibbia aperta

E come ogni devota che si rispetti Maria Didìo fa proselitismo. Si impegna parecchio, la sua è quasi una (ossessione) missione; sta’ sicuro che fra le prime dieci parole che rivolge ad un estraneo c’è dio o signuruzzu.
Di seguito uno scorcio di predicozzo:
– Dobbiamo camminare sempre dritti davanti al signore! – occhi in alto – Perché secondo te chi è che ti fa svegliare la mattina?! – occhi dentro ai tuoi occhi – Chi è che ti dà la forza per affrontare i problemi? Chi è che ti dà la salute!!! Eh? Rispondi!– dita che avvinghiano il tuo braccio.

GLORIOSO

Maria Didìo è serena, nonostante il suo tumore, i problemi al fegato di suo marito, e la disoccupazione del figlio sposato con figli. Guardandola verrebbe quasi da pensare che la religione non sia poi così dannosa, ma che anzi porti grandi vantaggi a chi ne fa uso. Maria Didìo vive in un mondo ordinato dove tutto ha un senso, dove c’è una direzione certa ed evidente. È un mondo perfetto, peccato che sia lievemente visionario e anni luce dalla realtà: i medici a cui si affida ciecamente non sono messi lì da dio – come lei crede – ma dal mafioso di turno, c’è una bella differenza.

il dio spaghetto

E allora il dilemma è sempre quello: meglio una ottusa felicità o una spietata consapevolezza?

La tenda la timpa e i biancospini

I posti balordi non mancano nemmeno a Ragusa, la città più “normale” che conosco. Ad esempio c’è una libreria stracolma di libri buttati lì a muzzo, polverosa e caotica, dove trovi di tutto: dagli Adelphi alle edizioni fai da te; dai trattati sulla storia delle civiltà orientali antiche al libro del Kamasutra rivisitato in chiave anni ‘80.
I posti balordi sono ovviamente frequentati da tizi balordi, e allora in quella libreria potrai trovare il massone pieno d’anelli e di certezze esoteriche; l’appassionato di agricoltura biodinamica; ((una tecnica di coltivazione fondata su una visione del mondo molto vicina a quella animistica e naturalistica di Telesio o di Paracelso, che per dirne una, prevede particolari “riti” per scacciare dal terreno gli spiriti “maligni”)) la signora di mezza età conciata da dodicenne che non ha ancora trovato il suo “posto” nell’universo e che non vuole arrendersi davanti alla sua stupidità trionfante, atteggiandosi da “una che legge molto”.
Proprio quest’ultima mi chiese una volta, con la sua vocetta frivola: “non hai l’impressione che i libri si parlino tra loro?”. No cara, i libri non parlano, come le forchette non danzano e i letti non vanno a farsi le passeggiate mentre tu ci dormi sopra.
centostorie

È possibile comunque, anzi capita piuttosto spesso, che tra un libro e l’altro si trovino delle affinità, che un libro ti aiuti a comprenderne meglio un altro, che tutti assieme collaborino alla costruzione della tua visione del mondo. Questo si, è per questo che si legge, credo.

Ad esempio in Gennariello di Pasolini trovo scritto che la prima educazione che un uomo riceve gli proviene non dai genitori né dagli amici ma dalle cose, dagli oggetti che gli stanno attorno nei primi anni di vita; è un’educazione forte che non può essere eliminata da nessuna altra educazione successiva e che forma inesorabilmente il carattere. Pasolini dice di aver avuto tra i primi educatori materiali una tenda:

“la prima immagine della mia vita è una tenda, bianca, trasparente, che pende, credo immobile, da una finestra che dà su un vicolo piuttosto scuro [...] In quella tenda si riassume e prende corpo tutto lo spirito della casa in cui sono nato” ((Pasolini, Lettere luterane, pg 34, Einaudi.))

l’educazione ricevuta dalla tenda segna profondamente le credenze del piccolo Pier:

“ho creduto che tutto il mondo fosse il mondo che quella tenda mi insegnava: ho creduto cioè che tutto il mondo fosse perbene, idealistico, triste e scettico, un po’ volgare: in una parola, piccolo-borghese” ((pg 35))

Una tenda che educa? Non capisco, rimango perplessa.
E poi Proust mi viene in aiuto, lui che sa parlarti dell’animo umano meglio di qualsiasi letterato o scienziato. Nelle ultime pagine di Combray, dopo la descrizione dei luoghi in cui Proust bambino passava le vacanze estive, leggo:

“Ma è soprattutto come a profondi giacimenti del mio sottosuolo mentale, come ai terreni resistenti che ancora mi sostengono, ch’io devo pensare alla parte di Méséglise e alla parte di Guermantes. Mentre percorrevo quegli itinerari, credevo alle cose, agli esseri, ed è per questo che le cose e gli esseri che vi ho conosciuti sono i soli che io prenda ancora sul serio e chi mi diano ancora della gioia” ((Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Dalla parte di Swann, pg 224, Oscar Mondadori.))

D’un tratto comincio a capire (o a credere di capire) cosa voleva dirmi Pasolini quando parlava del rapporto viscerale che si crea tra un bambino e le sue cose, continuo a leggere:

“La parte di Méséglise con i suoi lillà, i suoi biancospini, i suoi fiordalisi, i suoi papaveri, i suoi meli, la parte di Guermantes con il suo fiume popolato di girini, le sue ninfee e i suoi bottondoro, hanno formato per me l’eterno volto del paese dove amerei vivere, [...] e i firodalisi, i biancospini, i meli che ancora mi succede, quando viaggio, di incontrare nei campi, sono immediatamente in comunicazione con il mio cuore perché situati alla stessa profondità, al livello del mio passato.” ((Ivi, pg 225.))

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Ma si certo! Ognuno di noi possiede nella memoria degli oggetti o dei luoghi a cui si sente intimamente legato e che hanno formato inesorabilmente i nostri giudizi su cose, persone e luoghi; il nostro senso estetico e i nostri “valori”.
E se Pasolini è stato educato da una tenda, Proust dai viali fioriti di Méséglise e Guermantes, io posso dire di essere stata educata dalla timpa.

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È grazie alla maestra timpa che trovo irresistibili i casolari antichi, gli alberi di fico cresciuti accanto ai muri a secco, i milicucchi solitari che dominano sui campi ingialliti dal sole e persino l’odore di cacca di mucca proveniente dalle stalle.
È la timpa con la sua bianca staticità, che mi ha reso sedentaria e poco incline ai cambiamenti, pigra e amante della vita lenta; che mi fa apprezzare le storie vecchie e venerare gli oggetti antichi. (( per antico si intenda qualsiasi oggetto prodotto perlopiù dall’uomo tra il 13000 a.c. e i primi 50 anni del secolo scorso))
e dato che le cose sono così importanti per la formazione di una persona vi chiedo, miei fedeli e pochi lettori, quali sono gli oggetti che vi hanno permesso di essere ciò che siete oggi.

Cronaca di un’estate passata a sgobbare anziché sguazzare al mare

Ebbene si, quest’estate avrei voluto passarla a ritemprarmi anima e corpo, dopo un brutto inverno umido e buio nel tugurio turati; avrei voluto passeggiare, nuotare, prendere tanto sole, annusare pini, spiare mici. E invece quest’estate l’ho passata o meglio l’ho consumata a sistemare casa, da perfetta massaia: è come se tutte le case che ho trascurato fin’ora si fossero vendicate costringendomi a dedicare due mesi pieni a questa mia nuova casa borghese (in realtà è un appartamento da operaio, ma dato i miei precedenti la considero una dimora di lusso).
Così, miei cari lettori, ho pensato di rendervi partecipi delle mie peripezie casalinghe tramite una fotocronaca.

20 giugno: l’approdo felice,

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la casa è vuota, le buste piene di roba da sistemare e di cose che non troveranno mai il loro posto.
In mancanza di mobili rivalutiamo l’utilità del pavimento come poggia-cose, ben presto tutti gli angoli delle stanze si riempiono di oggetti, ordinati comunque con criterio.

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Dato che lo sgabuzzino è l’unica stanza della casa ad avere un ampio e solido scaffale, lo riempiamo a tappo. Quale luogo migliore dove far scoppiare una bottiglia di aceto! Ossidia non perde certo tempo e ne fracassa una piena, proprio lì, in mezzo a quella baraonda di buste.

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tutto si risolve con: 15 minuti di solenne cazziata da parte del consorte, 2 orette per svuotare e ripulire tutto, 24 ore di ventilatore sparato sul pavimento per far andare via la puzza di aceto.

Fine luglio: cominciano i lavori di ristrutturazione della cucina: bisogna strappare le mattonelle ingiallite anni ’80 (che, come si usava in quel tempo, ricoprivano tre delle quattro pareti della stanza)

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e sostituirle con una sottile striscia di mattonelline bianco fascion, sensibilissime a qualsiasi micromacchia (però fascion).

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Dopo tre giorni di fracasso i mastri vanno via, senza dimenticare di lasciarsi dietro quella simpatica polverina bianca sottile e bastarda, capace di depositarsi anche nei posti più impensabili.
Passano così due giorni a strigliare la casa, muri compresi. Manco il tempo di finire che enormi cartoni, contenenti la mia cucina fatta a pezzi, invadono l’ingresso fino a vietarne il transito.

La cucina è montata.

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La casa è di nuovo uno schifo ma stavolta, furba, non la pulisco che tanto deve arrivare pure la stanza da letto.

Quando tutti i mobili sono (più o meno) al loro posto, ci concediamo una pausa e fuggiamo alle vigne.

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Il 20 agosto si ricomincia, un po’ più sereni. Il primo pensiero di Tommy è quello di realizzare finalmente il progetto su cui lavorava da una vita: la costruzione della mega libreria dei suoi (e miei ) sogni. Ci si butta a capofitto

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e in una settimana di duro lavoro manuale in solitudine ((io preferivo andare al mare con le amiche)) la Libreria prende forma e si impossessa di un’intera parete del soggiorno (la parete più piccola, ma è un buon inizio).

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Non c’è tempo per le contemplazioni soddisfatte del proprio lavoro, e subito Tommy si impegna in un’altra ardua impresa: ridipingere una parete a stanza con colori festosi: blu, rosso e arancione.

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E quando tutto sembra felicemente concluso, i mattoni del soggiorno, che per 25 anni hanno fatto il loro dovere di mattoni, decidono improvvisamente di esplodere; per fortuna il santo mastro sig Tomasello, forse allarmato dalla mia crisi isterica al telefono, si precipita a risolvere l’ingombrante problema riattaccando le ribelli mattonelle (dato che soldi per un nuovo pavimento non ce n’è).

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E adesso, la nostra banale ma confortante vita da appartamento può prendere il via.

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La Nanna Francì

La mia trisavola si chiamava Francesca, nome insolito per una donna sicula nata nel diciannovesimo secolo, infatti tutti la chiamavano Francì. Di lei conosco ben poco, non so quando è nata di preciso, non so di cosa è morta, non ho idea di che carattere avesse.
In una foto che la ritrae ormai anziana nel bagghio di casa sua, ha i capelli bianchi scombinati, il viso consumato dal sole e dalla fatica, le mani che poggiano a pugno chiuso sui fianchi [tipica posa da massaia (e da massara)], un faulare nero e impolverato che gli arriva fino alle caviglie.
So che ha passato gran parte della sua vita in una vallata sormontata da alte pareti di roccia, e così, ogni volta che saliva in paese, aveva l’inquietante sensazione che il cielo le cascasse addosso.

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Apprendo da mia nonna che la nanna Francì ha avuto 6 figli: la maggiore si chiamava Pippina ed è morta di scanto dopo aver visto uno scussuni che le ha fatto venire la zafira ((L’epatite.)); Sara, morta di parto; Cuncittedda, morta a 13 anni di spagnola; e poi i figli che hanno superato la mezza età: Vanni, morto 2 anni fa: tra le sue numerose imprese ricordiamo la partecipazione alla spedizione in Russia in qualità di medico degli accampamenti, questo senza possedere nessun titolo specifico – per amputare arti o soffocare chi era irrimediabilmente perduto non c’era bisogno di una laurea; Maria, la mia bisnonna, e Saro. Quest’ultimo credo sia l’unico figlio ancora in vita, rinchiuso in un istituto psichiatrico chissà dove, uscito di testa chissà quanti anni fa.

Il gene della follia non è estraneo alla famiglia di mia nonna che conta due morti suicidi, una manciata di tentati suicidi, alcuni pazzi momentanei e un paio di folli cronici (ed è lo stesso gene inquietante che vedo luccicare in certi sguardi di mia nonna). Persino la nanna Francì poco dopo aver partorito Saro, il figlio insano, impazzì improvvisamente.

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La mia bisnonna ricordava fin da vecchia quei giorni di follia della madre che, similmente ad una baccante o ad una attarantata, mollava le faccende domestiche, si scioglieva le trecce e vagava nuda per i campi.
La causa del male non era però né l’invasamento di un dio né il morso di un ragno ma, almeno stando alle parole delle vicine, la fattura di una zingara. Questa abitava da tempo nella contrada e faceva da capro espiatorio per ogni disgrazia o danno che capitava nei paraggi; stavolta il movente era chiaro: la zingara aveva chiesto a Francì di vattiare ((Fare da madrina al battesimo.)) Saro ma quella ovviamente aveva rifiutato, figurarsi avere per comare una mala fimmina del genere. Così per vendicarsi dell’oltraggio subito la fattucchiera aveva pensato bene di fare ammattire Francì per farle perdere l’onore, in famiglia e tra i vicini.

Rousseau, "Zingara addormentata"

La follia di Francì durò pochi mesi, e non si ripresentò più durante tutta la sua vita (elemento che non fa che confermare, agli occhi di mia nonna, l’ipotesi della fattura).
La zingara morì di morte violenta per mano di un vicino che, stanco dei suoi innumerevoli attentati alla quiete pubblica, le scaraventò un mazzacane in testa e la seppellì col tacito assenso dei vicini.
Ma qualcuno parlò e i carabinieri vennero a riesumare il cadavere, che fu trovato con parecchi spilli appresso – prova inconfutabile che si aveva a che fare con una fattucchiera, così all’assassino diedero solo due anni di carcere.

La tua casa sei tu

“La tua casa sei tu! La tua casa sei tu!” mi urlava, a due centimetri dalla faccia, la futura vicina di casa, nonché lontana parente e amica di famiglia; e lo faceva con tono solenne, certa dell’importanza della sua massima rivelatrice di una profonda verità.
La mia casa sono io, la mia casa rispecchia il mio modo di essere; potrei essere d’accordo (se non fosse che non ho una mia casa e che abito in case che riflettono il modo di essere di altre persone), ma l’intenzione della mia sarà-vicina di casa, sputandomi addosso quella sentenza, era chiaramente quella di ferire il mio amor proprio, collegando lo stato della mia casa (che ammetto è sporco andante) con lo stato del mio io: se la mia casa è sporca e disordinata, la mia anima è sporca e disordinata.
Mia madre e mia nonna soffrono visibilmente per questo mio essere così poco premurosa nei riguardi della mia casa, e si chiedono in che cosa hanno sbagliato educandomi. Persino gli alunni (uno solo in verità, naturalmente predisposto alle faccende domestiche) e gli amici scuotono la testa con disappunto davanti al caos poco creativo delle mie stanze.

cucina

Ebbene sì, sono disordinata, sono una pessima casalinga, sono il disonore di tutte le mamme e la ’ngustia dei mariti, e quindi di riflesso sono una donna poco femmina da additare con disgusto.
Mi piacerebbe sapere quando è cominciato questo processo perverso secondo il quale la reputazione di una donna dipende al 95% dal suo modo di gestire casa e famiglia ((Sono certa comunque che qui nel profondo Sud arretrato, dove la maggior parte delle imprenditrici sono in realtà prestanome del marito, il fenomeno è acutizzato rispetto a posti in cui la donna ricopre veramente posti di responsabilità fuori casa.)) ma ci vorrebbero anni, così mi limiterò a ricercare le cause della mia condizione di donna disordinata e quindi disturbata.

Fattori genetici
Sono convinta che il gene “pulizia della casa” sia andato indebolendosi nel corso delle ultime quattro generazioni del mio albero genealogico: la mia bisnonna poteva definirsi una maniaca del pulito – fino agli ultimi mesi della sua vita (94 anni) rassettava e lucidava la sua casa su quattro piani ogni dì, scale comprese. Mia nonna, alla pulizia della casa (fatta comunque in maniere impeccabile), preferisce lo sporco impossibile di anfratti e pertugi, le croste ostinate di forni mai puliti. La sua smania di pulito si riversa sulle cose più impensabili, come il marciapiede sotto casa afflitto dalle macchie d’olio delle macchine in sosta. Mia madre pulisce la casa con moderazione, quando ha tempo e se ne ha voglia; il risultato è comunque decente. E poi ci sono io, che pulisco solo in preda a raptus, quando il disordine mi soffoca.

Fattori ambientali
Sette anni or sono lasciavo il modesto ma confortante appartamentino in via Pilastro, senza avere la più pallida idea degli orrori che possono nascondersi dentro un’abitazione.
Nella mia odissea (non ancora terminata) ho vissuto appartamenti anni ’60 senza luce, con lunghi corridoi tetri, carte da parati ingiallite e polverose, dove gli sportelli della cucina erano infestati da scarafaggetti viscidi; case in campagna umide, col cemento a vista e i mobili sgarruppati; tuguri che danno sulla strada, coi soffitti alti e la muffa nera al capezzale. Tutti posti che non ispirano grandi imprese di pulizia, tanto sono irrecuperabili.
Ma tornerò alla mia Itaca, l’appartamentino modesto ma confortante di via Pilastro, e lì magari mi riscoprirò casalinga.

pulizia

Fattori culturali
La pulizia della casa è il lavoro più frustrante e inconcludente che ci sia: non produci niente se non pulito che si riconvertirà quasi immediatamente in sporco lurido. Nonostante questa totale vacuità di senso, la pulizia della casa è un’attività che ti chiede l’anima: colei che pulisce la casa deve avere uno spirito sempre vigile; l’occhio attento alle impercettibili variazioni di ordine della sua dimora: una molletta fuori posto, un capello sul lavandino, un grumo di polvere sopra la foto di famiglia. È un lavoro che tiranneggia una buona fetta della tua energia, della tua attenzione e del tuo tempo. E col tempo non si scherza; abbiamo una sola vita e pure breve: certo non ci aiuterà ad affrontare meglio la morte la soddisfazione di aver tenuto sempre pulita la nostra casa.

La Tv e le sue Zizze

Ieri ho cenato da una amica che abita in una casa normale; una casa in cui la televisione accompagna tutti i riti giornalieri della famiglia: dalla colazione alla cena fino all’insonnia notturna.
La tv era ovviamente accesa e, con i suoi ventotto pollici e il volume squillante, tiranneggiava completamente la nostra attenzione. Così, anziché conversare piacevolmente con la mia amica, mi sono sorbita un’intera puntata de “Lo show dei record”, trasmissione di Canale 5 condotta dalla frizzante Barbara D’Urso.

barbara

La mia astinenza da tv mi ha reso più sensibile ai suoi cambiamenti nel tempo, come quando vedi un bambino di rado e ti accorgi della sua crescita; solo che in questo caso bisognerebbe parlare di decrescita (non in senso latoucheano ovviamente). La televisione è peggiorata parecchio, questo è sotto gli occhi di tutti, ma io che la vedo raramente mi sconvolgo ogni volta davanti ai suoi palesi sintomi di scadimento. La gran parte delle trasmissioni (Mediaset fa scuola) si basano sull’idiota e abissale vacuità dei loro contenuti, e su riferimenti e allusioni sessuali; ammiccamenti e palesamenti di tette-culi-cosce. Di tutto ciò, che è la perfetta formula della tv di Berlusconi, “Lo show dei guinness” è una più che degna incarnazione.

guinness

Per tutta la trasmissione vengono mostrati uomini e donne eccezionali (nel senso che fanno eccezione) per qualità fisiche o facoltà. Il pubblico esaltato è in preda ad una morbosa curiosità mista a disgusto e quasi disprezzo per quegli “strani” uomini forse non troppo umani; sentimento che la bella Barbara non fa che incoraggiare trattando i concorrenti come bestie da circo, fenomeni da baraccone.

Botero, "Gente del circo"

Fermiamoci un attimo ad analizzare il personaggio Barbara D’Urso, la conduttrice-tipo della tv di Berlusconi: ciò che salta subito agli occhi sono le sue enormi tette, tirate fin sotto la gola e spalmate con morbosa costanza in faccia a tutti gli uomini che le si avvicinano. La seconda cosa subito evidente è la consistenza evanescente del suo cervello, la profonda vacanza mentale: il quoziente intellettivo di una Manuela Arcuri «in un corpo che, pur essendo più stagionato, non mostra gli auspicabili sintomi della saggezza senile» ((Tommy David dixit.)). La terza cosa è la volgarità, non solo dei modi ma anche del linguaggio: una scaricatrice di porto.

Di seguito i momenti migliori della serata (che danno un’idea di ciò che ho detto fin qui).

victoria

Tra gli ospiti d’eccezione c’è Victoria Silvstedt – “la felicità di tutti i bambini” stando alle parole della Barbara. La stangona svedese viene invitata a leggere “il più velocemente possibile” una frase che gli autori (chi sono! denunciateli!) hanno scritto per lei: “In un pozzo il cane pazzo dategli un pezzo di pane” (o qualcosa del genere); lo scopo più che palese era fare dire alla ignara (forse) Victoria la parola cazzo; cosa che è avvenuta immediatamente, suscitando le risa compiaciute del pubblico e il patetico e ipocrita imbarazzo della Barbara. Dopo questo divertentissimo sketch, tocchiamo il fondo della perversione aberrante quando Victoria viene esortata a ricevere le avances di un nano e a ricambiarle con compiacimento (giuro che non scherzo).
Altro momento clou quando viene fatta entrare la donna col seno naturale più grande del mondo: “Ecco a voi Norma Stitz e le sue Zizze” (parole di Barbara ovviamente). La povera donna, vittima del suo peso eccessivo, durante l’intervista ha tentato di spiegare la sua situazione disagiata (non è semplice vivere con un seno che arriva alle ginocchia); ha cercato di sottolineare il fatto che lei è una persona come le altre e vuole rispetto, ma tutto è stato inutile: Barbara è stata un exploit di battutacce, di riferimenti osceni, di domande poco discrete. Riporto un pezzo di dialogo:
Barbara: “Sei fidanzata?”
La donna: “ Si, sto con un uomo che ama prima me e poi il mio seno.”
Barbara: “Eh, ma come fa! Qualsiasi uomo si tufferebbe con tutta la faccia nel tuo seno, resterebbe lì soffocato e dovrebbero tirarlo fuori mezzo morto!”
E poi la geniale battuta finale salutando l’ultimo fenomeno da baraccone: “Certo che io in confronto a lei ho solo i capezzoli!”.

Questa è la televisione italiana, questa è l’Italia.

La corsa

Giofilo

Giofilo

[caption id="attachment_225" align="alignright" width="150" caption="Antonio"]Antonio[/caption]

Giofilo e Antonio in: chi perde paga il pranzo.

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Subito dopo la partenza: i loro movimenti sono disciplinati e decisi; il busto inclinato in avanti tende verso la meta; le braccia tese e le mani allungate fendono meglio l’aria; le gambe rivelano tutta la loro (sufficiente) potenza muscolare.

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Ma ecco, Antonio sembra perdere concentrazione: i suoi movimenti si scoordinano, la sua faccia comincia a turbarsi; un pensiero nefasto affiora alla sua coscienza “per tutti i Gefunden, non ce la farò!”
Giofilo rimane concentrato sull’obiettivo.

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Antonio realizza la sua sconfitta e un “fanculo” sembra affiorargli sulle labbra.

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Giofilo, certo ormai della sua vittoria, ha un espressione di trionfo rabbioso che vedresti bene sopra la faccia di un gladiatore o un eroe omerico, nel momento in cui infligge il corpo mortale alla sua vittima.

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Antonio getta la spugna, e si concede un mesto sorriso consolatorio.

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L’autocelebrazione con allusioni vagamente volgari

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L’atroce e costosa sconfitta.