Le danzimanie, un’introduzione

Appena ieri il mio consorte pubblicò questo post, dove svergognava se stesso riportando per intero l’introduzione della sua tesi abortita nel 2006. Lo stile è stucchevole e i contenuti ingenuotti. Non ho perso tempo a prenderlo in giro (nei commenti) e lui mi ha risposto saggiamente: “prova a rileggerti anche tu”1. Così mi sono riletta e, dato che mi voglio del male, ho deciso anch’io di esporre la mia introduzione al pubblico ludibrio. Buona lettura.

Tanzwuth: con questo termine il medico tedesco Hecker definiva nell’Ottocento le epidemie coreutiche, ovvero forme di esaltazione mentale che coinvolgevano intere collettività costringendole ad una danza sfrenata e disperata sino allo sfinimento del corpo. Le origini del fenomeno si perdono nella notte dei tempi, e la sua comparsa è documentata in varie parti del mondo tra cui America del sud e Africa. Anche nell’Occidente sorgono, nel corso dei secoli, una vasta gamma di danzimanie: mi soffermerò proprio su alcune di queste, e più precisamente sui balli di San Vito e di S. Giovanni e sul fenomeno del Tarantismo (non mancheranno ovviamente riferimenti alle Menadi e ai Coribanti), dato che possiedo maggiori strumenti per una ricostruzione del contesto culturale e sociale nel quale nacquero.
La prima cosa che viene da chiedersi di fronte ad una turba di ossessi danzanti è ovviamente : perché? cosa spinge gente comune, con un equilibrio mentale più o meno consolidato, ad abbandonare le proprie case, i propri ruoli sociali e a vestire i panni degli invasati? Cercherò a questo proposito di dimostrare che una danzimania si presenta ogniqualvolta viene spezzato il legame fra gli uomini e la natura, fra gli individui e la vita vera; quando costrizioni sociali e culturali o avvenimenti particolarmente drammatici vietano all’uomo di manifestare la propria spontaneità.

Un esempio per tutti l’epidemia coreutica che sconvolse l’Europa settentrionale nella seconda metà del Trecento in seguito alla peste nera che spazzò via metà della popolazione europea: con la morte ancora negli occhi e la Chiesa che predicava la fine del mondo e di conseguenza la mortificazione del corpo, la gente si diede istintivamente alle danze affermando la vita sulla morte.
La seconda indispensabile questione per chiarire il fenomeno delle danzimanie è quella della danza, utilizzata per esprimere angosce e sofferenze in un contesto spesso povero di confidenze e comprensioni- pensiamo ad esempio alle contadine del Salento. Ciò che trovo più interessante è però la sua dimensione catartica: non solo la danza è un mezzo d’espressione ma, assieme alla musica, essa può guarire dal “male”. La pena che affligge il danzatore coatto non è riducibile ad una malattia somatica, né ad un disordine psichico, è piuttosto un supplizio che investe indistintamente corpo e psiche e che solo la terapia coreutico-musicale può risolvere. A tale proposito Platone sosteneva che i movimenti ritmici della musica e della danza avessero una potenza ordinatrice sui movimenti interiori dei coribanti che erano di phobos e mania.

Altro elemento su cui ho voluto porre attenzione è la commistio di Paganesimo e Cristianesimo che accomuna le forme di danzimanie che analizzerò: basti pensare alla confusa relazione, all’interno del Tarantismo, fra la tarantola e San Paolo, per cui a volte è la tarantola che porta il male col morso e il santo che guarisce, a volte è il santo che manda per punizione la tarantola a mozzicare, altre volte ancora è la tarantola-S.Paolo che “pizzica le caruse ‘nmezz’ all’anche” facendole sante (!?).
Dietro a tale macedonia di simboli pagani e cristiani stanno due fattori: l’atteggiamento della Chiesa che s’impegnò, sembra con scarso successo, a estirpare dalla sua comunità cristiana i residui di paganesimo, soppiantando feste e riti pagani con rituali cristiani, (a questo proposito possiamo anticipare che proprio l’abolizione delle feste danzanti stagionali di matrice pagana, operata dalla Chiesa, fu una delle motivazioni che portò all’esplosione delle danzimanie nell’età medievale); E e la reazione del popolo che pur di non smarrire le proprie tradizioni preferì cristianizzarle.
Concluderò con uno sguardo al presente, nessuna tarantolata fa più visita alla cappella di San Paolo a Galatina, certo è però che la necessità di evadere dagli affanni quotidiani e dalle oppressioni di vario genere è tuttora presente, e la danza si rivela ancora un ottimo strumento di catarsi. Accennerò al movimento del neotarantismo come forma di evasione alternativa allo svago preconfezionato offerto dai mass-media e al diktat del sabato sera.

  1. anch’io ho abortito una tesi nel 2006 []
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Ancora su Pennavaria

A proposito di questo, m’è capitato tra le mani un libro che parla di fascismo e antifascismo in Sicilia1 in cui è riportata una testimonianza che meglio può chiarire la figura del mio stimatissimo concittadino (cambiereicittàsubito) Filippo Pennavaria. La storia è tratta da “Fascismo: inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”; un’inchiesta pubblicata nel 1921 che porta il nome del tristemente noto Giacomo Matteotti. È un elenco minuzioso degli orrori delle squadracce fasciste, compiuti in varie città d’Italia. Il documento presenta una “faccia” socialista di Ragusa che mi ha felicemente sorpreso.

L’eccidio di Ragusa

Ragusa è una città di 40 mila abitanti conquistata anch’essa dal Partito socialista nelle passate elezioni amministrative2 con oltre 3 mila voti.
Il 3 Aprile avviene a Ragusa una concentrazione di fascisti da tutta l’isola. Ne vengono fin da Messina e da Palermo, distante oltre 12 ore di treno! Se ne raccolgono un migliaio e sfilano in parata militare con moschetti e armi varie. Il sindaco, avuta richiesta la musica, l’aveva concessa. Discorsi provocatori. Ma la massa operaia disserta la cerimonia che si svolge così senza incidenti.
Il 10 aprile i socialisti indicono un comizio elettorale3. La sera del 9, con una vettura, proveniente da Modica arriva L’on. Vacirca4. Ai molti lavoratori andati ad incontrarlo egli dice poche parole in piazza, volto soprattutto ad un gruppetto di avversari, che, addossati in un loro club, ascoltano in silenzio. L’oratore parla dell’inutilità e della bestialità della violenza e ricordando il contegno sereno dei nostri alla cerimonia fascista della domenica precedente, s’augura che al comizio socialista del giorno dopo nulla di doloroso abbia a succedere. Appena cessano gli applausi una scarica terribile di revolverate parte dal gruppo5 verso l’oratore. Tre lavoratori cadono fulminati ai piedi del Varica rimasto incolume; una sessantina i feriti. I carabinieri, 25, a dieci passi dagli sparatori, circondano il locale da cui sparavano, poi li mandano tutti a casa, senza arrestarne uno solo. A capo del gruppo è il giovane banchiere Filippo Pennavaria, poi portato candidato non ancora trentenne e… riuscito eletto.
La notte giungono gruppi di delinquenti da Vittoria e da Comiso, armati di moschetto che hanno ricevuto dai carabinieri dei loro paesi, terrorizzano con spari la città, saccheggiano e minacciano le sedi socialiste e operaie, cantano sui nostri morti e tentano, il giorno dopo, di inscenare una dimostrazione di giubilo a suon di musica, mancata per l’assenza dei manifestanti.
Anche a Ragusa da quella notte si organizza il terrore ufficiale. Sindaco, assessori e chiunque coprisse cariche pubbliche obbligati a dimettersi sotto le canne di rivoltelle e le lame di pugnali.
Pochi giorni prima le elezioni vengono dai fascisti scoperte le schede socialiste e bruciate. Si spara contro il bimbo di tre anni Pilieri perché si chiama Lenin.
Il sabato, 14 maggio, fu impedito ai socialisti, l’accesso al palazzo comunale per presentare la scheda tipo.
Il giorno delle elezioni gruppi armati custodiscono l’entrata delle sezioni elettorali. Anche qui6 si votava a scheda aperta. Non solo gli operai e i contadini dissertarono le urne, ma anche molti borghesi intimoriti. Si calcola che non votarono più di 1500 elettori effettivi, ma vennero fuori oltre 10 mila voti per il “blocco” e per il banchiere Pennavaria e nessuno per i socialisti. Ci furono ragazzi imberbi che votarono sino a 20 volte facendo il giro di tutte le sezioni7.

  1. La Sicilia tra fascismo e democrazia, di Giuseppe Micciché, centro studi Feliciano Rossitto, Ragusa []
  2. quelle del 1920 []
  3. per le elezioni politiche del maggio 1921 []
  4. esponente del partito socialista []
  5. degli avversari davanti al club []
  6. come in altri comuni []
  7. le note erano mie. []
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Ragusa provincia…

Ragusa è sempre stata una città di destra. Dall’alto del suo altopiano ha sempre guardato con aria di sufficienza le città che le stavano attorno: Modica, Comiso, Vittoria, Scicli; tutte città con una forte tradizione socialista; tutti paesi pervasi e contaminati dalle utopie del popolino, dai sogni rivoluzionari dei contadini e degli operai. Ma Ragusa no, è sempre stata una città “per bene” dove a contare è l’idea del borghese, la volontà del ricco: prima i nobili, il clero e i latifondisti; adesso l’alta borghesia dei Lions, e forse ancora il clero. Come ciò sia potuto accadere, come Ragusa sia diventata la pecora nera del territorio ibleo, non è facile capirlo. Certo è che questa fedeltà agli ideali di destra ha portato alla città parecchi vantaggi, non ultimo quello di diventare capoluogo di provincia.

L’episodio della nascita della provincia di Ragusa è magistralmente sintetizzato nel famoso (almeno dalle nostre parti) detto “ Rausa provincia e Muorica ‘sta mincia”.
Modica era già stata capitale dell’omonima contea e, sotto i Borboni, capoluogo del Distretto della Valle di Siracusa. Sembrava normale quindi che la nascita di una nuova provincia trovasse in Modica il capoluogo ideale. E invece nel 1926 è Ragusa a diventare capoluogo.

provole

Tutto cominciò nel lontano 1919, quando un ragazzino di 17 anni, Totò Giurato, tornò dall’esaltante esperienza di Fiume con la testa mangiata dagli ideali facisti, e decise di fondare a Ragusa il primo fascio di combattimento della Sicilia. Il movimento ebbe rapida presa fra i ragusani, dapprima solo tra i giovani, ma poi fu guardato con interesse anche dai proprietari terrieri e dagli appartenenti al circolo dei gentiluomini. Uno di loro, Filippo Pennavaria, entrò a far parte del movimento con tutti gli onori – dato che era il presidente della Banca Agricola Popolare di Ragusa, e che era disposto a finanziare lautamente il partito.
Pennavaria Filippo

In cambio delle sue caritatevoli donazioni Pippo – così veniva chiamato dai camerati – si ritrovò ben presto alla guida del movimento. Iniziò così per il fascismo ragusano un periodo di intensa azione “politica” che aveva il chiaro scopo di ripulire la terra di Sicilia dalla “immonda feccia rossa”. Gli squadristi di Pennavaria disseminarono il terrore in tutta la provincia devastando le sedi socialiste, sparando tra la folla durante comizi e riunioni di protesta, defenestrando i sindaci socialisti. Un elenco dettagliato delle più celebri azioni dal ‘20 al ‘22 lo trovate nei commenti. (Leggetelo).

Mussolini non poté che gradire l’attività di Pennavaria e dei suoi mazzieri e nel 1924 scese in Sicilia per la sua prima visita alla città fedele. Venne accolto in pompa magna e parlò dalla cima della torre Littoria, costruita in piazza Impero (oggi piazza Libertà), dove fu incisa la scritta:
Fascismo ibleo Tu primo a sorgere nella generosa terra di Sicilia.

torre littoria

La simpatia di Benito per Ragusa non si spiega semplicemente con la riconoscenza verso una città a lui fedele. Ciò che interessava al “grande statista” era il ruolo di controllo e contenimento che Ragusa poteva svolgere contro l’avanzata socialista nella Sicilia sud-orientale.
Fu così che Pennavaria, in riconoscimento dei suoi meriti, ottenne un titolo nobiliare e il sottosegretariato alle Comunicazioni, e Ragusa divenne capoluogo di provincia.

Ragusa è una città per bene e non dimentica i suoi benefattori: nel 2001 il sindaco Mimmo Arezzo – sicuro di esaudire il desiderio della maggioranza dei ragusani – commissionò allo scultore Nunzio Dipasquale una statua di Pennavaria da esporre in bella mostra nel centro storico della città, così da ricevere gli onori perpetui della popolazione. Il Pennavaria bronzeo non l’ha ancora visto nessuno, si vocifera però che esista già: alto 7 metri e costato alle tasche del Comune 250 milioni di lire. Nessuno però sembra avere il coraggio di tirarlo via da quella imprecisata fonderia del nord in cui si troverebbe attualmente, forse perché si temono le reazioni dei comuni di Modica, Scicli e Vittoria che hanno accolto la notizia della statua con disgusto, e del comitato anti-statua sorto, con mia grande sorpresa, a Ragusa stessa.

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Non ci resta che piangere

Le incombenze della vita mi portano a volte ad anticipare di un paio d’ore la sveglia mattutina, e se il mio corpo è abbastanza disposto a mettersi subito in moto, il mio cervello, o meglio la zona corticale del mio cervello, no. Così per una mezz’oretta riesco solo a guardare stupita e attonita ciò che mi circonda; e non avendo barriere razionali attive, il materiale percettivo grezzo che mi arriva per direttissima mi turba profondamente.
Quando abitavo coi miei il rischio era di rimanere incollata ad MTV, ipnotizzata da quei video iperstimolanti: luci, colori, patino, messaggi sessuali poco subliminali, ritmi concitati.

britney_mtv_video_music_awards

Adesso che la mattina accendo la radio il rischio di turba è minore ma non del tutto escluso.
L’altra mattina ad esempio la direttrice dell’Unità commentava le prime pagine dei giornali; dopo le solite notizie sulla porcata del giorno di berlusconi, o sulla cattiva gestione della cosa pubblica di sto governo, il suo intervento si conclude pressapoco così: “Per favore chiunque abbia a cuore l’Italia deve reagire adesso, dopo sarà troppo tardi, non ci resteranno che gli occhi per piangere. Non aspettiamo le macerie, coraggio!”. Ed ecco che il mio tè va di traverso; mi alzo e comincio a urlare verso la radio insulti incomprensibili che sono quasi certa volessero dire: Ah si? Reagiamo? Coraggio? E tu? Hai già preparato una squadra di 100.000 incazzati pronti ad invadere Montecitorio e a bloccare i lavori? Hai assoldato un killer per far fuori quel cazzo di nano psicotico? Prendo il treno e mi unisco a voi? O quando uscirai da quello studio andrai a prenderti il tuo confortante caffettino scordandoti le tue iniziative rivoluzionarie!?

eugene delacroix, "la libertà guida il popolo", 1830.

In Italia non è possibile una rivoluzione: a fare la rivoluzione sono le masse, e le masse si muovono solo se hanno fame; è stato così in Francia, in Russia, in Messico, a Cuba e chissà in quanti altri posti. In Italia il pane e una televisione col digitale terrestre sono garantiti a tutti, perciò non ci resta che piangere, o aspettare sulla riva del fiume il passaggio del cadavere del nemico.

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Maria Didìo

Maria Didìo è una vecchina con la faccia tonda e i capelli bianchi bianchi. Quando vado a trovarla mi accoglie sempre con un abbraccio lungo e un po’ stritolante; e io – che ad abbracciare ho qualche difficoltà – mi sono dovuta adeguare, così ogni volta sembriamo una nonna e una nipote che non si vedono da anni:
– oh e chi c’è Simonetta! – pat pat – Sì beda, sei una cosa priziusa com’a ta ma’– pat pat – ti voglio bene, nun si a ma niputi ma ti vuogghiu beni comu na niputi!.

Maria Didìo è una signora molto devota, la sua casa è piena di santuzzi, crocifissi e messali. Nel salotto buono troneggia una bibbia: una di quelle enormi di simil-pelle e finto-oro, con decorazioni kitsch del capolettera. Tutt’attorno ci sono, appuntati su foglietti volanti, i passi che le “consigliano” di leggere, perché la bibbia non si può leggere a caso, altrimenti non si capisce.

1885, Natura morta con Bibbia aperta

E come ogni devota che si rispetti Maria Didìo fa proselitismo. Si impegna parecchio, la sua è quasi una (ossessione) missione; sta’ sicuro che fra le prime dieci parole che rivolge ad un estraneo c’è dio o signuruzzu.
Di seguito uno scorcio di predicozzo:
– Dobbiamo camminare sempre dritti davanti al signore! – occhi in alto – Perché secondo te chi è che ti fa svegliare la mattina?! – occhi dentro ai tuoi occhi – Chi è che ti dà la forza per affrontare i problemi? Chi è che ti dà la salute!!! Eh? Rispondi!– dita che avvinghiano il tuo braccio.

GLORIOSO

Maria Didìo è serena, nonostante il suo tumore, i problemi al fegato di suo marito, e la disoccupazione del figlio sposato con figli. Guardandola verrebbe quasi da pensare che la religione non sia poi così dannosa, ma che anzi porti grandi vantaggi a chi ne fa uso. Maria Didìo vive in un mondo ordinato dove tutto ha un senso, dove c’è una direzione certa ed evidente. È un mondo perfetto, peccato che sia lievemente visionario e anni luce dalla realtà: i medici a cui si affida ciecamente non sono messi lì da dio – come lei crede – ma dal mafioso di turno, c’è una bella differenza.

il dio spaghetto

E allora il dilemma è sempre quello: meglio una ottusa felicità o una spietata consapevolezza?

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La tenda la timpa e i biancospini

I posti balordi non mancano nemmeno a Ragusa, la città più “normale” che conosco. Ad esempio c’è una libreria stracolma di libri buttati lì a muzzo, polverosa e caotica, dove trovi di tutto: dagli Adelphi alle edizioni fai da te; dai trattati sulla storia delle civiltà orientali antiche al libro del Kamasutra rivisitato in chiave anni ‘80.
I posti balordi sono ovviamente frequentati da tizi balordi, e allora in quella libreria potrai trovare il massone pieno d’anelli e di certezze esoteriche; l’appassionato di agricoltura biodinamica;1 la signora di mezza età conciata da dodicenne che non ha ancora trovato il suo “posto” nell’universo e che non vuole arrendersi davanti alla sua stupidità trionfante, atteggiandosi da “una che legge molto”.
Proprio quest’ultima mi chiese una volta, con la sua vocetta frivola: “non hai l’impressione che i libri si parlino tra loro?”. No cara, i libri non parlano, come le forchette non danzano e i letti non vanno a farsi le passeggiate mentre tu ci dormi sopra.
centostorie

È possibile comunque, anzi capita piuttosto spesso, che tra un libro e l’altro si trovino delle affinità, che un libro ti aiuti a comprenderne meglio un altro, che tutti assieme collaborino alla costruzione della tua visione del mondo. Questo si, è per questo che si legge, credo.

Ad esempio in Gennariello di Pasolini trovo scritto che la prima educazione che un uomo riceve gli proviene non dai genitori né dagli amici ma dalle cose, dagli oggetti che gli stanno attorno nei primi anni di vita; è un’educazione forte che non può essere eliminata da nessuna altra educazione successiva e che forma inesorabilmente il carattere. Pasolini dice di aver avuto tra i primi educatori materiali una tenda:

“la prima immagine della mia vita è una tenda, bianca, trasparente, che pende, credo immobile, da una finestra che dà su un vicolo piuttosto scuro [...] In quella tenda si riassume e prende corpo tutto lo spirito della casa in cui sono nato”2

l’educazione ricevuta dalla tenda segna profondamente le credenze del piccolo Pier:

“ho creduto che tutto il mondo fosse il mondo che quella tenda mi insegnava: ho creduto cioè che tutto il mondo fosse perbene, idealistico, triste e scettico, un po’ volgare: in una parola, piccolo-borghese” 3

Una tenda che educa? Non capisco, rimango perplessa.
E poi Proust mi viene in aiuto, lui che sa parlarti dell’animo umano meglio di qualsiasi letterato o scienziato. Nelle ultime pagine di Combray, dopo la descrizione dei luoghi in cui Proust bambino passava le vacanze estive, leggo:

“Ma è soprattutto come a profondi giacimenti del mio sottosuolo mentale, come ai terreni resistenti che ancora mi sostengono, ch’io devo pensare alla parte di Méséglise e alla parte di Guermantes. Mentre percorrevo quegli itinerari, credevo alle cose, agli esseri, ed è per questo che le cose e gli esseri che vi ho conosciuti sono i soli che io prenda ancora sul serio e chi mi diano ancora della gioia”4

D’un tratto comincio a capire (o a credere di capire) cosa voleva dirmi Pasolini quando parlava del rapporto viscerale che si crea tra un bambino e le sue cose, continuo a leggere:

“La parte di Méséglise con i suoi lillà, i suoi biancospini, i suoi fiordalisi, i suoi papaveri, i suoi meli, la parte di Guermantes con il suo fiume popolato di girini, le sue ninfee e i suoi bottondoro, hanno formato per me l’eterno volto del paese dove amerei vivere, [...] e i firodalisi, i biancospini, i meli che ancora mi succede, quando viaggio, di incontrare nei campi, sono immediatamente in comunicazione con il mio cuore perché situati alla stessa profondità, al livello del mio passato.”5

monet146r

Ma si certo! Ognuno di noi possiede nella memoria degli oggetti o dei luoghi a cui si sente intimamente legato e che hanno formato inesorabilmente i nostri giudizi su cose, persone e luoghi; il nostro senso estetico e i nostri “valori”.
E se Pasolini è stato educato da una tenda, Proust dai viali fioriti di Méséglise e Guermantes, io posso dire di essere stata educata dalla timpa.

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È grazie alla maestra timpa che trovo irresistibili i casolari antichi, gli alberi di fico cresciuti accanto ai muri a secco, i milicucchi solitari che dominano sui campi ingialliti dal sole e persino l’odore di cacca di mucca proveniente dalle stalle.
È la timpa con la sua bianca staticità, che mi ha reso sedentaria e poco incline ai cambiamenti, pigra e amante della vita lenta; che mi fa apprezzare le storie vecchie e venerare gli oggetti antichi.6
e dato che le cose sono così importanti per la formazione di una persona vi chiedo, miei fedeli e pochi lettori, quali sono gli oggetti che vi hanno permesso di essere ciò che siete oggi.

  1. una tecnica di coltivazione fondata su una visione del mondo molto vicina a quella animistica e naturalistica di Telesio o di Paracelso, che per dirne una, prevede particolari “riti” per scacciare dal terreno gli spiriti “maligni” []
  2. Pasolini, Lettere luterane, pg 34, Einaudi. []
  3. pg 35 []
  4. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Dalla parte di Swann, pg 224, Oscar Mondadori. []
  5. Ivi, pg 225. []
  6. per antico si intenda qualsiasi oggetto prodotto perlopiù dall’uomo tra il 13000 a.c. e i primi 50 anni del secolo scorso []
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La Nanna Francì

La mia trisavola si chiamava Francesca, nome insolito per una donna sicula nata nel diciannovesimo secolo, infatti tutti la chiamavano Francì. Di lei conosco ben poco, non so quando è nata di preciso, non so di cosa è morta, non ho idea di che carattere avesse.
In una foto che la ritrae ormai anziana nel bagghio di casa sua, ha i capelli bianchi scombinati, il viso consumato dal sole e dalla fatica, le mani che poggiano a pugno chiuso sui fianchi [tipica posa da massaia (e da massara)], un faulare nero e impolverato che gli arriva fino alle caviglie.
So che ha passato gran parte della sua vita in una vallata sormontata da alte pareti di roccia, e così, ogni volta che saliva in paese, aveva l’inquietante sensazione che il cielo le cascasse addosso.

aridume

Apprendo da mia nonna che la nanna Francì ha avuto 6 figli: la maggiore si chiamava Pippina ed è morta di scanto dopo aver visto uno scussuni che le ha fatto venire la zafira1; Sara, morta di parto; Cuncittedda, morta a 13 anni di spagnola; e poi i figli che hanno superato la mezza età: Vanni, morto 2 anni fa: tra le sue numerose imprese ricordiamo la partecipazione alla spedizione in Russia in qualità di medico degli accampamenti, questo senza possedere nessun titolo specifico – per amputare arti o soffocare chi era irrimediabilmente perduto non c’era bisogno di una laurea; Maria, la mia bisnonna, e Saro. Quest’ultimo credo sia l’unico figlio ancora in vita, rinchiuso in un istituto psichiatrico chissà dove, uscito di testa chissà quanti anni fa.

Il gene della follia non è estraneo alla famiglia di mia nonna che conta due morti suicidi, una manciata di tentati suicidi, alcuni pazzi momentanei e un paio di folli cronici (ed è lo stesso gene inquietante che vedo luccicare in certi sguardi di mia nonna). Persino la nanna Francì poco dopo aver partorito Saro, il figlio insano, impazzì improvvisamente.

navedeifolli

La mia bisnonna ricordava fin da vecchia quei giorni di follia della madre che, similmente ad una baccante o ad una attarantata, mollava le faccende domestiche, si scioglieva le trecce e vagava nuda per i campi.
La causa del male non era però né l’invasamento di un dio né il morso di un ragno ma, almeno stando alle parole delle vicine, la fattura di una zingara. Questa abitava da tempo nella contrada e faceva da capro espiatorio per ogni disgrazia o danno che capitava nei paraggi; stavolta il movente era chiaro: la zingara aveva chiesto a Francì di vattiare2 Saro ma quella ovviamente aveva rifiutato, figurarsi avere per comare una mala fimmina del genere. Così per vendicarsi dell’oltraggio subito la fattucchiera aveva pensato bene di fare ammattire Francì per farle perdere l’onore, in famiglia e tra i vicini.

Rousseau, "Zingara addormentata"

La follia di Francì durò pochi mesi, e non si ripresentò più durante tutta la sua vita (elemento che non fa che confermare, agli occhi di mia nonna, l’ipotesi della fattura).
La zingara morì di morte violenta per mano di un vicino che, stanco dei suoi innumerevoli attentati alla quiete pubblica, le scaraventò un mazzacane in testa e la seppellì col tacito assenso dei vicini.
Ma qualcuno parlò e i carabinieri vennero a riesumare il cadavere, che fu trovato con parecchi spilli appresso – prova inconfutabile che si aveva a che fare con una fattucchiera, così all’assassino diedero solo due anni di carcere.

  1. L’epatite. []
  2. Fare da madrina al battesimo. []
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La Tv e le sue Zizze

Ieri ho cenato da una amica che abita in una casa normale; una casa in cui la televisione accompagna tutti i riti giornalieri della famiglia: dalla colazione alla cena fino all’insonnia notturna.
La tv era ovviamente accesa e, con i suoi ventotto pollici e il volume squillante, tiranneggiava completamente la nostra attenzione. Così, anziché conversare piacevolmente con la mia amica, mi sono sorbita un’intera puntata de “Lo show dei record”, trasmissione di Canale 5 condotta dalla frizzante Barbara D’Urso.

barbara

La mia astinenza da tv mi ha reso più sensibile ai suoi cambiamenti nel tempo, come quando vedi un bambino di rado e ti accorgi della sua crescita; solo che in questo caso bisognerebbe parlare di decrescita (non in senso latoucheano ovviamente). La televisione è peggiorata parecchio, questo è sotto gli occhi di tutti, ma io che la vedo raramente mi sconvolgo ogni volta davanti ai suoi palesi sintomi di scadimento. La gran parte delle trasmissioni (Mediaset fa scuola) si basano sull’idiota e abissale vacuità dei loro contenuti, e su riferimenti e allusioni sessuali; ammiccamenti e palesamenti di tette-culi-cosce. Di tutto ciò, che è la perfetta formula della tv di Berlusconi, “Lo show dei guinness” è una più che degna incarnazione.

guinness

Per tutta la trasmissione vengono mostrati uomini e donne eccezionali (nel senso che fanno eccezione) per qualità fisiche o facoltà. Il pubblico esaltato è in preda ad una morbosa curiosità mista a disgusto e quasi disprezzo per quegli “strani” uomini forse non troppo umani; sentimento che la bella Barbara non fa che incoraggiare trattando i concorrenti come bestie da circo, fenomeni da baraccone.

Botero, "Gente del circo"

Fermiamoci un attimo ad analizzare il personaggio Barbara D’Urso, la conduttrice-tipo della tv di Berlusconi: ciò che salta subito agli occhi sono le sue enormi tette, tirate fin sotto la gola e spalmate con morbosa costanza in faccia a tutti gli uomini che le si avvicinano. La seconda cosa subito evidente è la consistenza evanescente del suo cervello, la profonda vacanza mentale: il quoziente intellettivo di una Manuela Arcuri «in un corpo che, pur essendo più stagionato, non mostra gli auspicabili sintomi della saggezza senile»1. La terza cosa è la volgarità, non solo dei modi ma anche del linguaggio: una scaricatrice di porto.

Di seguito i momenti migliori della serata (che danno un’idea di ciò che ho detto fin qui).

victoria

Tra gli ospiti d’eccezione c’è Victoria Silvstedt – “la felicità di tutti i bambini” stando alle parole della Barbara. La stangona svedese viene invitata a leggere “il più velocemente possibile” una frase che gli autori (chi sono! denunciateli!) hanno scritto per lei: “In un pozzo il cane pazzo dategli un pezzo di pane” (o qualcosa del genere); lo scopo più che palese era fare dire alla ignara (forse) Victoria la parola cazzo; cosa che è avvenuta immediatamente, suscitando le risa compiaciute del pubblico e il patetico e ipocrita imbarazzo della Barbara. Dopo questo divertentissimo sketch, tocchiamo il fondo della perversione aberrante quando Victoria viene esortata a ricevere le avances di un nano e a ricambiarle con compiacimento (giuro che non scherzo).
Altro momento clou quando viene fatta entrare la donna col seno naturale più grande del mondo: “Ecco a voi Norma Stitz e le sue Zizze” (parole di Barbara ovviamente). La povera donna, vittima del suo peso eccessivo, durante l’intervista ha tentato di spiegare la sua situazione disagiata (non è semplice vivere con un seno che arriva alle ginocchia); ha cercato di sottolineare il fatto che lei è una persona come le altre e vuole rispetto, ma tutto è stato inutile: Barbara è stata un exploit di battutacce, di riferimenti osceni, di domande poco discrete. Riporto un pezzo di dialogo:
Barbara: “Sei fidanzata?”
La donna: “ Si, sto con un uomo che ama prima me e poi il mio seno.”
Barbara: “Eh, ma come fa! Qualsiasi uomo si tufferebbe con tutta la faccia nel tuo seno, resterebbe lì soffocato e dovrebbero tirarlo fuori mezzo morto!”
E poi la geniale battuta finale salutando l’ultimo fenomeno da baraccone: “Certo che io in confronto a lei ho solo i capezzoli!”.

Questa è la televisione italiana, questa è l’Italia.

  1. Tommy David dixit. []
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Le mezze verità

Il lavoro di doposcuolista (precettrice privata se volessimo darci un tono) porta con sé non solo angustie e angosce quando l’alunno (il discepolo) non vuole collaborare o quando col faccino candido ti porta voti di merda dopo ore e ore di lezioni. Per fortuna ci sono anche dei vantaggi come ad esempio riprendere e leggere (seriamente come mai si è fatto) i Promessi Sposi, e trovarli addirittura piacevoli; oppure riscoprire la bellezza di uno scrittore che non leggevi da tempo come Calvino. Della sua trilogia sugli aristocratici decaduti avevo letto solo Il barone rampante; accolsi quindi con piacere la notizia che ero costretta a leggere Il visconte dimezzato perché lo avevano assegnato ad una mia fanciulla per le vacanze di Pasqua.
Il piacere si tramutò in entusiasmo quando cominciai a leggere il romanzo breve (o racconto lungo). Il primo capitolo è un capolavoro, poche pagine dense di descrizioni crude e amare ma pure ironiche, di un campo di battaglia.

mortenera

Menandro (il visconte poi dimezzato) sta per arrivare all’accampamento cristiano dove si arruolerà nella guerra contro i turchi. Il suo cavallo cammina in mezzo a resti di uomini e animali, prodotti di scarto della guerra e della peste appena passate da lì; la descrizione è cruda e spietata:
In groppi di carcasse, sparsi per la brulla pianura, si vedevano corpi d’uomo e donna, nudi, sfigurati dai bubboni, e cosa dapprincipio inspiegabile, pennuti: come se da quelle loro macilente braccia e costole fossero cresciute nere penne e ali. Erano le carogne d’avvoltoio mischiate ai loro resti.1
Poco più avanti la guida di Menandro spiega come mai le carcasse dei cavalli sono quasi più di quelle umane: “le scimitarre turche sembrano fatte apposta per fendere d’un colpo i loro ventri” e descrive nei particolari il momento dello sventramento: “quando il cavallo sente di essere sventrato cerca di trattenere le sue viscere. Alcuni posano la pancia a terra, altri si rovesciano sul dorso per non farle penzolare. Ma la morte non tarda a coglierli ugualmente.2
Menandro nota poi che ogni tanto qualche dito indica loro la strada, la sua guida gli spiega che i vivi mozzano le dita ai morti per portare via gli anelli, e passando davanti al padiglione delle cortigiane lo mette in guardia: “Attento signore, sono tanto sozze e impestate che non le vorrebbero neppure i turchi come preda d’un saccheggio. Ormai non sono più soltanto cariche di piattole, cimici e zecche, ma indosso a loro fanno il nido gli scorpioni e i ramarri.3
Ma la battuta di gran lunga migliore è: “Di molti valorosi, lo sterco d’ieri è ancora in terra, e loro sono già in cielo.4
Il resto del romanzo è poi uno zuccherino, immerso in quella atmosfera fiabesca che solo Calvino sa creare: i luoghi sembrano incantati, affascinanti e inquietanti insieme, come il villaggio dei lebbrosi dove si fa baldoria di giorno e di notte; i personaggi sono eccentrici e buffi, come il dottore che passa le notti nei cimiteri per catturare i fuochi fatui, o la ragazza furba che parla con gli animali. E a condire il tutto, cosa che non guasta mai, uno spunto filosofico: il relativismo critico contro l’assolutismo dogmatico; il visconte è mezzo, e grazie a questo ha acquisito una profondità di pensiero che gli interi, immersi come sono nella loro “ottusa e ignorante interezza”, neanche si immaginano.

  1. Il visconte dimezzato in Calvino, Romanzi e racconti vol. 1, Mondadori, p. 368 (Meridiani da dodici euro). Un po’ prima spiega che gli avvoltoi e i corvi erano quasi tutti spariti perché mangiando le carni infette degli appestati morivano anch’essi di peste. []
  2. Stessa pagina. []
  3. P. 370. []
  4. P. 369. []
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Sembra talco ma non è…

I mie ultimi due post sono lievemente macabri, lo ammetto. Per recuperare oggi parleremo di felicità, un argomento trito e ritrito, fritto e rifritto, masticato e rimasticato così tanto che non ci sarebbe più nulla da dire se non che parlare di felicità è idiota quanto interessarsi con ardore alle piramidi d’Egitto o al Sacro Graal (opinione personale).
E invece qualcosa da dire sulla felicità ancora c’è, forse.

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Contro tutti i miei pregiudizi più radicati ho letto un libro di uno psicologo americano, Jonathan Haidt, dal prudente titolo Felicità: un’ipotesi. È un testo che vi consiglio di leggere perché non sarò in grado di darne una visione completa e soddisfacente qui (né altrove), tanti sono gli spunti interessanti che stimolano riflessioni illuminanti. Così mi limiterò a farne un minisuntino scarno.

Il punto di partenza di Haidt è la divisione, grossolana ma efficiente, della mente in meccanismi automatici, ovvero tutto ciò che la nostra mente fa senza il nostro consenso, e la coscienza: i primi risiedono nella parte più antica1 dell’encefalo e guidano le nostre emozioni, pulsioni, intuizioni; la seconda risiede nella parte più recente del cervello e consiste nel pensiero cosciente e controllato.
Rifacendosi ad una metafora orientale dell’io diviso fra ragione e istinto, Jon chiamerà i meccanismi automatici l’elefante, e il pensiero cosciente il portatore, cioè il tizio che sta sopra l’elefante e che cerca di dirigerlo domando la sua forza (dell’elefante).

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Jon sostiene che l’elefante regola una parte notevole della nostra vita mentale: ci fa commuovere davanti ad una scena patetica; ci fa schifare davanti alla vista di cadaveri o viscere2; ci suggerisce intuizioni brillanti mentre cerchiamo di essere creativi; guida la maggior parte delle nostre decisioni (prese perlopiù a naso e non dopo attente riflessioni); e cosa che ha dell’incredibile, influenzerebbe pure la nostra visione del mondo. La nostra morale, la distinzione tra bene e male sarebbero dettate da intuizioni automatiche (effettivamente capita di sentire che una cosa è sbagliata anche se non sappiamo bene il perché); la ragione interverrebbe solo in un secondo momento per giustificare, “fare da avvocato” ai nostri istinti morali3.

Come se non bastasse anche la felicità rientra nella giurisdizione dell’elefante. Tutti ci siamo accorti che, per essere felici, non basta volerlo, non basta alzarsi una mattina e dire “da oggi in poi la mia vita sarà appagante e luminosa”. Contro la nostra volontà di essere felici non stanno soltanto i fattori esterni come terremoti o catastrofi varie, ma anche i nostri meccanismi automatici che sembrano mettercela tutta per far sì che i nostri momenti di giubilo durino solo pochi istanti.

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Ma perché mai il nostro elefante dovrebbe ostacolare il nostro desiderio di felicità? Perché a quanto pare essere felici non è un fattore indispensabile per la sopravvivenza, almeno non quanto essere prudenti, cioè sfuggire ai pericoli, ed avere successo tra i nostri simili; entrambi gli atteggiamenti – in cui il nostro elefante si è specializzato attraverso migliaia di anni di selezione – cozzano con l’essere felici: il primo perché ci porta a sopravvalutare gli aspetti negativi della nostra quotidianità (solo mostrando più sensibilità verso questi e non verso i fattori positivi possiamo prevedere e quindi evitare i pericoli); il secondo, essere apprezzati dagli altri (la timè), spesso ci porta a sacrificare il nostro benessere per guadagnare un buon nome.

Ma non tutto è perduto, anzi: una volta appresa la grande Verità, e cioè che la felicità è una questione di istinti, possiamo lavorare su questi per cambiarne (lievemente) l’inclinazione. Jon è ottimista e pensa che l’elefante può essere educato dal portatore a dedicarsi di più al benessere personale, e siccome non è solo un filosofo4, propone tre metodi pratici per migliorare la nostra vita: la meditazione orientale, la terapia cognitiva e il Prozac. Tutti e tre i metodi dovrebbero permettere di pensare meno alle sbintùre quotidiane e di concentrarsi di più sulle cose positive. I primi due esigono pazienza, costanza e cambiamento delle abitudini di vita. Il terzo è molto più rapido e meno faticoso (Haidt assicura che dopo tre settimane di trattamento la vita comincerà a sorriderti). Io opterei per quest’ultimo, se non fosse per i possibili effetti collaterali e per la diffidenza verso questo genere di farmaci (magari dettata solo da ignoranza). Potrei darmi alla meditazione orientale, se non fosse che mi sembra così viscidamente new age. Andare da uno psicologo proprio non se ne parla, così penso proprio che mi terrò il mio elefante anti-felicità, cercando almeno di reprimere la sua smania di successo sociale.

  1. Parlando in termini di evoluzione. []
  2. Lo schifo per le viscere è un comportamento vincente a livello evolutivo, perché ha permesso a chi lo possedeva di evitare infezioni possibilmente mortali. E con ciò si potrebbe rispondere a una delle domande di questo post. []
  3. Per saperne di più su questa stramba (e succulenta) teoria dell’istinto morale potremmo leggere Menti morali di Marc Hauser. []
  4. Haidt ha una laurea in filosofia e una in psicologia. []
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