Numeri e vaghe idee

279 morti è il bilancio purtroppo ancora provvisorio. Quando ho detto “come si può morire di terremoto oggi come nel Medioevo?” qualcuno mi ha risposto “va be’, 300 morti su 17000 sfollati è una percentuale ridicola!”. Una percentuale ridicola? Ok, statisticamente rappresentano solo 1,7%, ma abbiamo idea di quanti siano 300 morti? 300 è soltanto un numero che non ci dice molto, bisogna spazializzarlo. Come diceva Camus da qualche parte nella Peste, per rendersi conto effettivamente del numero dei morti bisognerebbe vederli concentrati tutti su una piazza. E allora spazializziamo: se sistemassimo uno accanto all’altro 300 morti otterremmo un macabro corteo di 150 metri ovvero un campo di calcio e mezzo. Se li impilassimo uno sopra l’altro formeremmo una colonna malferma di almeno 90 metri, cioè 3 palazzi di 10 piani.
Adesso forse abbiamo un’idea più precisa di quanti siano 300 morti.
Altra cosa di cui abbiamo solo un’idea vaga, che cerchiamo di rimuovere, è cosa significhi morire spiaccicati dalla propria casa, dalle tue affezionatissime pareti portanti dove hai attaccato quadri e mensolette.

mortiterremoto

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A febbraio

Febbraio è un mese insignificante, il picco del letargo invernale, in cui si dorme, in cui si svolgono le basilari funzioni vitali rimandando il resto al mese dopo. È il mese in cui la pelle raggiunge il livello minimo di melanina e appare bianchiccia e malata; in cui i sensi sono intorpiditi dall’assenza di Sole e di verde, e il cervello, di conseguenza, tocca il livello minimo di serotonina sparsa tra i suoi neuroni; non si può essere felici a febbraio come non si può essere tristi a maggio, non si possono fare progetti, figuriamoci iniziarli, si può solo aspettare. Febbraio è il mese dell’attesa.

carra

A rendermi ancor più odioso il già odiato mese di febbraio, quest’anno si sono aggiunti una serie di avvenimenti funesti e fastidiosi; una manciata di esperienze inedite che, ammaccandomi le ossa e fiaccandomi lo spirito, mi hanno messo davanti alla mia profonda ignoranza (che penso di condividere con la maggior parte del genere umano) in materia di: corpo, sofferenza e morte. Ma andiamo con ordine.

Sul corpo nascosto
Osservando la radiografia della mia mano destra mi sono quasi stupita di avere delle ossa, eppure quei bastoncini affusolati e un po’ mortiferi erano lì, proprio sotto (o dentro) la mia mano così familiare. Non abbiamo coscienza delle nostre ossa, eppure sono la parte di noi che più a lungo resterà su questa terra. Ancora più sconcertante è l’ignoranza riguardo alle nostre viscere: ok, sappiamo di avere un fegato, uno stomaco e un intestino lunghissimo, ma non abbiamo idea della loro precisa posizione, della loro consistenza, dei loro movimenti. E non vogliamo averla perché la cosa ci schifa alquanto; come mai? Perché rimaniamo sconcertati al solo pensiero di avere un contatto diretto con le nostre interiora1? Quelle stesse interiora che sono parte essenziale di noi, che rappresentano forse la maggior parte di noi stessi?

schiele

Sul Dolore
Fissando il solco profondo che mia madre ha avuto al posto della bocca per le prime 24 ore dopo l’intervento (normali dolori post-operatori li definivano), ho capito di non sapere che cos’è il dolore, anzi il Dolore, quello che riduce l’uomo ad un fascio di nervi contratti. Io che porto sempre con me una nimesulide perché non si sa mai, e che mi angoscio alla minima sofferenza fisica, come potrei affrontare il Dolore? È giusto essere impreparati al dolore ed evitarlo ogni volta che si può o dobbiamo dare retta ai cattolici secondo cui la sofferenza va coltivata perché importante mezzo di espiazione (io lo dicevo in quei giorni a mia madre: “mammina consolati, stai espiando tutti i tuoi peccati” ma lei non sembrava rincuorarsi e la signora del letto accanto, una cattolica dichiarata, mi guardava stranita)?

Andres Serrano, "Fatal Meningitis, II"

Sul lutto
Ascoltando la drammatica storia di un’amica di famiglia alle prese con la morte della madre ho ripensato a come la nostra cara società non ci fornisca alcun valido strumento per affrontare un momento così sconcertante e doloroso, al di là dei servizi di onoranze funebri sempre più patinati e onerosi. Come se l’unica consolazione fosse sborsare quantità sconsiderate di quattrini per dare al caro defunto una degna sepoltura. Per il lutto vero e proprio, la dolorosa presa di coscienza della perdita definitiva di un affetto, non c’è spazio né tempo, almeno fino a che c’è da organizzare, scegliere, gestire e poi sorbire, sorbire una quantità folle di lontani parenti e amici, accorsi più per giudicare, con vorace curiosità, la tua sofferenza che per l’estremo saluto. Sarà questo il modo migliore per affrontare un lutto?

  1. Il discorso ovviamente non vale per i medici che si sono esercitati per anni sui cadaveri, penso non senza qualche riluttanza iniziale. []
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Zà Pippina

La faccia è una maschera tragica solcata da rughe profonde e concentriche: gli occhi piccoli e spenti dietro un enorme paio di occhiali che stentano a stargli sul naso sottile e appuntito; la bocca quasi priva di labbra sempre contratta in smorfie varie di sofferenza; la pelle secca, pallida e appiccicata alle ossa, la prima cosa che noti guardando la sua figura: un mucchio d’ossa doloranti che si trascina dentro un vestito nero, che più che indossato sembra appeso ad un manico di scopa. Questo è il ritratto (generoso) della zia Pippina, la donna più angosciante ed angosciata che abbia mai incontrato in vita mia, un memento mori ambulante.

"Tod und Leben", Klimt (particolare)

Da perfetta rappresentante della sua stirpe, i comisani, la zia Pippina è una donna che esterna tutte le sue emozioni fino allo spettacolo; così, nei momenti “normali” la vedrai lamentarsi e sospirare; in quelli tragici urlare, gemere, sbattere le mani ossute sulla gonna, e oscillare il busto a destra e sinistra o in avanti e indietro.
Ma la zia Pippina non è sempre stata così. Sembra difficile a credersi, ma anche lei è stata una ragazzina con la testa piena di sogni e speranze, almeno fino al suo ventesimo anno di età, quando le si attaccò addosso un certo male che non l’ha più abbandonata.

"La bambina malata", Munch

Fu proprio a vent’anni che Pippina conobbe Biagio, un ragazzo alto e bruno che faceva il muratore. I due cominciarono a frequentarsi di nascosto: Pippina trovava una scusa qualunque per uscire di casa, senza dimenticare mai, ci mancherebbe, di portare con sé la sorellina Nunziatina (mia nonna); e Biagio la aspettava a casa di sua cognata, che abitava dall’altra parte della strada. Trascorrevano così lieti e spensierati pomeriggi lontani dagli occhi molto indiscreti dei comisani, e alla fine, appoggiati dalla sorella di Biagio che approvava questa unione, decisero di uscire allo scoperto e chiedere alla famiglia di lei il permesso di sposarsi. Mai l’avessero fatto: non appena i genitori di Pippina vennero a sapere che Biagio era figlio di un cameriere, vietarono categoricamente alla figlia di frequentare quel morto di fame. Le inculcarono questo divieto a colpi di sedia; e, davanti alle resistenze di Pippina, fu invocata persino l’autorità dello zio d’America.

"Comiso panoramica", Biagio Castilletti

Cominciò così per i due ragazzi un periodo di lontananza forzata, interrotto solo da fugaci incontri, lettere stucchevoli e pomeriggi passati a guardarsi da dietro i vetri delle finestre. Ma si sa, l’amore giovanile divampa all’improvviso e si spegne con la stessa velocità; e Biagio si dedicò presto a nuove avventure. Di lì a poco Pippina cadde malata di un male indefinibile che la faceva sentire molto debole e apatica, tanto da costringerla a letto per intere settimane. La famiglia e i conoscenti intuirono subito che quel male era collegato a Biagio e presto si diffuse l’idea che il ragazzo, per ripicca, avesse fatto una fattura a Pippina utilizzando un fazzoletto, un guanto, qualcosa appartenente alla ragazza. I genitori sentirono il parere di molti maghi finché non consultarono un fattucchiere molto stimato che confermò la teoria della fattura: essa non era mortale ma non si poteva sciogliere perché era stata buttata a mare. Fu così che Pippina non si riprese mai più dalla sua malattia.

P.S. Alla fine la zia Pippina sposò lo zio Paolino, un noto commerciante.

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Decresco

La mia ultima lettura serale è stata il Breve trattato sulla decrescita serena di Serge Latouche.
Serge, attraverso un linguaggio un po’ retorico (non mancano termini come “Megamacchina” per indicare il sistema capitalistico o espressioni del tipo: “bisogna sconfiggere il totalitarismo economicista, sviluppista e progressista”), mi annuncia che da qualche anno esiste un movimento per la decrescita che propone uno stile di vita al di fuori della mentalità della crescita a tutti i costi e dell’esasperata ricerca di profitto (soddi) in ogni dove.
Chi sostiene la decrescita ha in mente una società dove si vive meglio perché si lavora meno e si consuma meno. Un mondo fatato dove ogni uomo è libero di gestire il proprio tempo in maniera autonoma lavorando solo ed esclusivamente per la realizzazione di sé; dove i consumi sono ridotti all’indispensabile perché nessuna pubblicità crea bisogni fittizi e insaziabili e buona parte di ciò che serve viene prodotto in casa, senza spese; dove si recupera il rapporto con la terra e si ritrova il piacere di stare assieme, di costruire assieme, di scambiare, e dove è possibile contare sull’aiuto del vicino come ai tempi delle nonne. Insomma la società auspicata dalla decrescita (e anche da me) è quella di David gnomo.

davidgnomo

E così tutto torna: la mia smania bio-eco-sostenibile di una vita semplice e schietta non è altro che la razionalizzazione di un mio desiderio infantile represso dal contatto con la società capitalista, il desidero di far parte del meraviglioso mondo di David.

Latouche è ben speranzoso, e pensa che per realizzare il progetto basti convincere i capi di stato dell’Occidente ad uscire dalla mentalità produttivista (mentalità nata assieme all’occidente e che ne costituisce la sostanza prima). E poi cambiare la testa di qualche miliardo di persone convincendole che maniare1 più soldi non significa essere persone migliori.
Io invece che sono pessimista (dato che un altro cartone che ha caratterizzato la mia infanzia è Sara, una bambina a cui ne combinavano di tutti i colori) sono certa che il mondo folletto della decrescita resterà per sempre solo un mondo folletto. In alternativa al progetto megalomane di Latouche vi propongo la formazione di una comune dove rifugiarci dall’orrore del mondo seguendo i dettami di David gnomo, ma di questo parleremo l’anno prossimo con più calma; per adesso sorbitevi i miei auguri di natale in puro stile decrescita.

rilassatevi

(Aggiungo pure un regalino: “Wardi Queen” dei Radio Dervish, canzone che contiene, nei suoi 2 minuti e 22, tutta la tristezza e la speranza del mondo.)

  1. Avere tra le mani, maneggiare. []
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La maschera

L’ultimo post di Tommy, anche se un po’ sconnesso, contiene due fondamentali verità (o, se vogliamo evitare di essere dogmatici, due affermazioni che mi trovano concorde).

La prima è che “la vita nel mondo necessita degli altri”. Calato nella nostra situazione attuale ciò significa che per fare due lire siamo costretti a relazionarci con gente di cui mai mai ci sarebbe fregata una cippa. Il che per due persone che non hanno una decente maschera e non sanno quindi ingannare la gente (ed ecco la seconda affermazione tommiana) risulta alquanto penoso. Anzi direi proprio che risulta assai penoso tanto da coinvolgere le viscere che si ritrovano stritolate ogni qualvolta ci si presta a dover inscenare una farsa.

Devo ammettere però di essere un po’ più tollerante del nostro amico sconnesso e anchilosato: dove lui reagirebbe con espressioni di disgusto e orrore – tanto per fare un esempio, davanti ad una luunga discussione priva di argomentazione sull’importanza del guardare tutti assieme la televisione per tenere unita la famiglia – io rispondo con un mezzo sorriso mesto che però ho l’impressione non convinca molto il mio interlocutore, il quale, appena pensa di non avere più la mia attenzione sulla sua faccia, congela il sorriso di cordialità che sfoggiava un attimo prima in un ghigno schifato.

Il non saper fingere, oltre a ostacolarci nella conquista della stima altrui, ci rende spesso ingenui e sprovveduti davanti a gente che invece finge benissimo, avendo fatto della farsa il proprio pane quotidiano, e che quindi riesce a metterci nel sacco con nonchalance.

Ma il nostro problema è uno soltanto: siamo viziati da anni di selezioni drastiche per ciò che riguarda la vita sociale, siamo abituati ad avere attorno poca e buona gente con cui non ci siamo mai posti il problema di dover nascondere chi siamo. Adesso che dovremmo risultare più “performanti” forse è meglio non parlare del nostro ateismo (figuriamoci dello sbattezzo), o del fatto che preferiamo (in realtà preferisco) non mangiare carne, o che a casa non abbiamo televisione né detersivi; forse è meglio sembrare un po’ più “normali”.

E così siamo costretti a tacere… Ce la faranno i nostri eroi a sopravvivere in questo spietato mondo rimanendo coerenti con se stessi almeno un po’?

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Pulsioni sociali

L’uomo si sa, è un animale sociale – è cioè un animale che vive e sopravvive solo all’interno di un gruppo. Per una buona convivenza sociale, è necessario controllare efficacemente l’aggressività degli individui che fanno parte del gruppo, e un buon metodo per fare ciò è l’istituzione di una gerarchia; ecco perché le comunità dei primati come quelle degli uomini presentano una struttura gerarchica in cui ogni individuo controlla i suoi sottoposti ed è controllato dai suoi superiori.
Per realizzare ciò lo sviluppo filogenetico (l’evoluzione) ha dotato gli animali sociali di due predisposizioni: una permette loro di sottomettersi a chi viene reputato superiore e l’altra li porta ad aspirare ad una posizione di prestigio nella gerarchia.
Alcuni primati, tra cui i macachi giapponesi e le scimmie rhesus, ottengono un buono status all’interno del loro gruppo, più che con la forza e l’aggressività, tramite modi affabili e socievoli, dimostrandosi tolleranti e disposti alla protezione del gruppo. Solo in questo modo essi potranno guadagnarsi il rispetto e il riconoscimento della comunità (fattore indispensabile per il raggiungimento di una posizione di prestigio).


Anche nell’animale uomo notiamo atteggiamenti simili: ogni arrampicatore sociale degno di questo nome è cosciente di quanto sia necessario, per raggiungere i propri obbiettivi di prestigio e potere, circondarsi di congeneri pieni di stima e ammirazione, di yesmen sempre pronti all’adulazione; riconosce altresì l’importanza di mostrarsi gentile, cortese e sempre disponibile.


Altro tipico atteggiamento dell’uomo affamato di rango è la scimmiottatura dello stile di vita e dei comportamenti di chi ricopre uno status più alto: «l’appello allo status è un efficace fattore di pubblicità perché, quando uno non ha ancora raggiunto un alto livello di rango, ne mima volentieri i contrassegni, vestendosi come gli appartenenti al livello superiore, procurandosi gli stessi tipi di auto, portando gli stessi ornamenti»1. Questi semplici accorgimenti danno all’uomo medio, a colui che non ha potuto soddisfare pienamente la sua pulsione di arrivismo sociale, l’illusione di possedere almeno in parte lo status tanto agognato. Ecco spiegato il motivo, apparentemente incomprensibile, per cui una semplice commessa veste Cesare Paciotti; un meccanico si reca all’officina con la sua Audi; un liceale sniffa coca. Ecco perché ogni neonato ha diritto al suo corredino 1ª Classe di Alviero Martini – ok è parecchio squallido, lo farà pure sembrare un 40enne, ma è un biglietto d’ingresso per il meraviglioso mondo del Successo (reale o presunto).


Questo approccio etologico alle gerarchie sociali umane suggeritoci da Eibl-Eibesfeldt potrebbe darci qualche suggerimento per spiegare lo strano enigma della fame (folle) di finanziamenti che, in questi ultimi anni, ha interessato gli occidentali fino alle tragiche conseguenze finanziarie a cui assistiamo in questi giorni: sembra infatti che la pulsione di arrivismo sociale sia così radicata nell’uomo da sfidare l’istinto di sopravvivenza stesso; non importa se domani ti ritroveranno morto di freddo in una roulotte scassata, ciò che conta è dimostrare ora che tu vali, che la tua vita è degna di essere vissuta perché ricopri un ottimo status sociale.

  1. I. Eibl-Eibesfeldt, Amore e odio, Adelphi, Milano 2007, p. 112. []
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L’Assurdo

Sono pazza. Alterno momenti di totale disperazione in cui percepisco la presenza ingombrante del nulla cosmico sulla mia faccia a momenti di iperattività immaginativa in cui questo nulla cosmico scompare per dar posto a un sacco di mini-tutto brulicanti. Per essere più comprensibile: passo da momenti di profonda depressione in cui penso (forse realizzo) di non riuscire a concludere più nulla nella mia vita e di trascinarmi in una esistenza misera e priva di senso fino alla morte, a momenti di eccitazione patologica in cui immagino per me milioni di possibili significati che la mia vita prenderà da domani in poi. Ma scendiamo ancora un po’ il livello di astrazione linguistica: un giorno mi deprimo pensando che nei prossimi mesi (e forse pure anni) le uniche attività che mi impegneranno saranno lavoretti frustranti che spaziano dalle lezioni private alle pulizie degli uffici; il giorno dopo, per tirarmi fuori dallo stato di angoscia comatoso causato dalle riflessioni del giorno prima, sparo duecento propositi e progetti su come posso ridare senso alla mia vita: “…mi piglio un’altra laurea… in lingue orientali, no, in biologia oppure antropologia… mi apro un agriturismo e vivo di natura… vado sulle Alpi e vedo se cercano personale per la tutela dei boschi… mi piglio il master in consulenza filosofica a Venezia…vado in Scandinavia a vendere arancini (ok questa non è proprio mia)… mi trasferisco in Spagna, no in Inghilterra o in America”.

Cosa sta dietro queste turbe mentali? Chiaro come un lago senza fango (così limpido come un cielo d’estate sempre blu): la ricerca di senso. In realtà è un problema vecchio come il mondo, o per meglio dire come l’uomo: strutturare, pianificare, progettare la nostra esistenza è un bisogno viscerale, un’esigenza che si scontra continuamente con una realtà che non ha nessuna intenzione di farsi imbrigliare. E allora? E allora l’Assurdo:

“Il senso dell’assurdo non nasce dal semplice esame di un fatto o di un’impressione, ma scaturisce dal paragone tra uno stato di fatto e una certa realtà, tra un’azione e il mondo che lo supera. L’assurdo è essenzialmente un divorzio… nella fattispecie posso dunque dire che l’Assurdo non è nell’uomo e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza… so ciò che vuole l’uomo e so ciò che gli offre il mondo.” (Da Il mito di Sisifo, di Camus).

Gerlst - Autoritratto

Il fatto è che il matrimonio fra me e il mondo (o almeno l’apparente connubio), il progetto che avrebbe dato senso alla mia vita, io c’è l’avevo: l’insegnamento. Ok, per molti di voi è un disegno misero ma a me andava a genio; immaginavo un’esistenza tranquilla da insegnante di filosofia che in mezzo a qualche difficoltà (quale mestiere ne è immune?) si pigliava pure le sue soddisfazioni, e il pomeriggio, tornando a casa (dato che avrebbe avuto un’abitazione di una stanza e zero figli), aveva pure il tempo di dedicarsi ai suoi studi. Nel giro di pochi mesi questo confortante progettino s’è totalmente disintegrato: prima la chiusura delle permanenti, poi della Sissis, poi i tagli all’istruzione di Prodi e di Berlusconi – per non parlare delle ultime parole di Bossi sugli insegnanti del meridione e i progetti della Gelmini che danno il colpo di grazia all’agonizzante scuola italiana. Ma bisogna essere comprensivi, le hanno dato dell’INCAPACE e lei s’è un attimino risentita: ha così deciso di lasciare il segno nella storia del ministero dell’istruzione stravolgendo la scuola italiana. Il fatto è che essendo veramente INCAPACE ha preso a modello, per le sue innovative riforme, la scuola del ventennio fascista…
E così l’insegnamento è andato, devo reinventarmi l’esistenza… Avete suggerimenti?

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I Turchi e l’Ate

Quando qualcuno si mostra confuso, agitato e turbato, dalle mie parti si dice che “è pigghiatu re turchi”. È un modo di dire curioso che ha sempre stimolato la mia immaginazione, e dato che nessuno dei ragusani a cui lo sento dire continuamente ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente sull’origine di questa espressione, un giorno decido di uscire momentaneamente dalla mia pigrizia perenne e comincio a fare ricerche su questi turchi che pigliano i ragusani. Scopro così che è un modo di dire conosciuto anche nell’agrigentino (Camilleri lo usa molto) e che i turchi in questione sarebbero i pirati barbareschi che fino al 1800 tormentavano, tra le altre, le coste della Sicilia con assalti improvvisi e non certo cortesi, e che dagli abitanti delle zone colpite venivano chiamati turchi. Scopro anche che la bella Scala dei Turchi (in provincia di Agrigento) deve il nome proprio a questi pirati che lì trovavano riparo durante le tempeste. Una leggenda narra che furono gli abitanti di Porto Empedocle a scacciare definitivamente i turchi dalle coste siciliane (almeno da quelle meridionali).

Dopo tre minuti di intensa felicità per aver risolto un mistero che mi punzecchiava da tempo comincio, adesso che ci vedo più chiaro, a riflettere sull’espressione: la metafora è calzante – come le città venivano improvvisamente invase dai temuti turchi che portavano panico e scompiglio tra la gente, così una persona viene colta di colpo da uno stato di confusione che fa perdere momentaneamente la testa, e che per analogia è associato ai turchi. Ma le sorprese non finiscono qui: è facile infatti fare un paragone tra i siciliani pigliati dai turchi e i Greci di Omero pigliati dall’ate. Pare infatti che anche gli omerici fossero soliti attribuire i comportamenti fuori dalla norma ad un agente esterno (un dio, un demone, le Erinni) che gettava nella testa di un povero malcapitato l’ate, appunto, facendolo momentaneamente uscire di senno. L’esempio più celebre è quello di Agamennone che giustifica l’affronto fatto ad Achille dicendo:

“Pure non io son colpevole ma Zeus e la Moira e l’Erinni che nella nebbia cammina; essi nell’assemblea gettarono contro di me stolto errore quel giorno che tolsi il suo dono ad Achille. Ma che potevo fare? I Numi tutto compiscono.
Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha piedi molli; perciò non su suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani un dopo l’altro li impania” (Iliade, XIX, 86 sgg.).

Dodds parla di ate nel primo capitolo del suo libro, definendola una sorta di “infatuazione” divina che, offuscando momentaneamente la condotta normale e quindi la ragione, impone al personaggio che ne è vittima delle azioni sconsiderate e riprovevoli, che verranno ripudiate dallo stesso autore una volta ritrovato il senno. Secondo il Nostro (brrr) la credenza nell’ate si è tanto diffusa in età omerica perché aveva una sua utilità sociale che cercherò di spiegarvi brevemente. Sappiamo che nella società omerica l’unica autorità riconosciuta è quella dell’eroe che è anche capo famiglia, re di un oikos. Questa autorità non è però tutelata da nessuna legge, quindi può decadere in qualsiasi momento se l’eroe non riesce più a dare mostra del suo valore e se quindi non è stimato più eroe dai suoi pari. La pubblica stima (timé) è quindi indispensabile per la conservazione dell’autorità. Davanti ad un comportamento sconsiderato l’eroe potrebbe perdere credibilità, ma scaricando la responsabilità di questo gesto su un dio o una qualsiasi entità esterna la timé è salva.
Capisco che può sembrare una spiegazione riduttiva, ma Dodds privilegia le interpretazioni che hanno a che fare con il contesto sociale; siccome però era un uomo onesto e sapeva che ogni fenomeno più che una sola causa ha un insieme di concause, ammette che la sua interpretazione va completata. E allora per comprendere meglio l’origine e la diffusione della credenza nell’ate bisogna tirare in ballo anche il problema dell’io in Omero, ma per adesso è meglio fermarsi qui.

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Sulla Tesi

L’entusiasmo post laurea che mi ha permesso, per pochi attimi, di sfiorare stati d’animo per me assurdi come l’orgoglio, la stima di sé, la fierezza, ha lasciato dietro di sé strascichi di buon umore veramente inconsueti e un atteggiamento stranamente positivo nei confronti della vita. E in questo periodo fatto di festeggini regalini e tanti auguri, oltre a scervellarmi per trovare una maniera di far soldi, anche pochi, senza lavorare fino al prosciugamento dei neuroni, cerco di tirare le somme di questi anni universitari in modo da riporli ben sistemati, dentro un cassettino della memoria, da riaprire così ogni tanto, forse. Ma non voglio tediarvi con le riflessioni su se e quanto è cresciuto il mio cervellino in questi anni, o su che ne sarebbe stato di me se avessi scelto scienze della comunicazione o biologia anziché filosofia – in breve sul confronto della Simona di ora con la Simona di allora e con tutte le Simone possibili tra quella di ora e quella di allora. Vi annoierò invece parlandovi un po’ della mia tesi. Perché faccio questo? Perché prima di gettare il mio lavoro nell’angolo più oscuro e muffoso di questa casa (e della mia memoria), devo concedergli l’ultimo momento di gloria; lo devo alla mia tesi e lo devo alla Simona che si è tanto affannata per partorirla.

Come qualcuno di voi saprà l’argomento della mia tesi è un libro: I Greci e l’irrazionale di Eric Dodds, un libro che nei mesi (pochi) dedicati alla stesura della tesi è stato una mia appendice: lo portavo ovunque andassi, ci mangiavo o dormivo sopra, ci uccidevo gli insetti poco graditi ecc ecc. Questo perché è un testo complesso e denso, non tanto per l’incomprensibilità dei suoi concetti ma per la grande quantità di questi. In 400 pagine sono concentrate così tante nozioni che per svilupparle tutte ci vorrebbe un’enciclopedia. Questo perché l’intento di Dodds era quello di scrivere una (breve e accessibile pure ai non specialisti) storia alternativa della cultura greca, una storia che tenesse conto di una categoria spesso maltrattata dai filologi che studiano la classicità: l’irrazionale.

Sì, perché col tanto insistere con i Greci padri del razionalismo occidentale, creatori del Bello universalmente valido (vallo a dire ad un africano), fondatori della democrazia, ci si è scordati di quanto essi fossero miseri umani come noi, e – cosa che li rende migliori di noi – coscienti di tale miseria. Anche le esistenze dei Greci erano impregnate di irrazionale: l’incoscienza, il delirio, la paura guidavano le loro esperienze tanto quanto la ragione, l’equilibrio e la serenità. Dodds ci mostra come ogni età di cui è costituita la storia dei Greci sia zeppa e zuppa di credenze e usanze irrazionali sorte, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca, per soddisfare il bisogno di unità, di chiarezza, di senso che caratterizza da sempre l’umanità, Greci inclusi. Nei prossimi post vi parlerò (speriamo) di alcune di tali credenze, del contesto in cui nascono e si sviluppano e delle esigenze psicologiche che tentano di soddisfare. Chi ha trovato noioso questo post troverà gli altri ancora più soporiferi è autorizzato quindi a boicottare questo blog per una ventina di giorni, ma non preoccupatevi, tornerò presto a scrivere delle mie paturnie.

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Perversioni culinarie

La Pasqua si sa, è la festa del sangue e della carne, del corpo martoriato e immolato.


La cucina pasquale non può certo essere da meno: ecco che allora la mia veranda si trasforma in una specie di tèmenos con tanto di: altare sacrificale (un tavolo di legno protetto da tovaglia di plastica a quadri blubianchi), sacerdote (mio padre e il suo ghigno compiaciuto ma un po’ schifato) addetto allo smembramento e svisceramento dell’animale (un mezzo agnello), assistenti premurose, vago odore dolciastro e appiccicaticcio e pittoreschi coli di sangue.
Ogni buon sacrificio prevede poi la spartizione e la consumazione delle carni dell’immolato (per gli antichi una delle poche occasioni per strafogarsi di carne, per i moderni una delle infinite occasioni per strafogarsi di carne): ecco che allora il ragusano ti inventa una ricetta golosa (perversa) per rendere più appetibili le interiora di agnello: i “turciniuna”
Il turciniune è il prodotto di un assemblaggio di interiora (una sorta di involtino); gli ingredienti che lo compongono sono in ordine:

    calia (tessuto grassoso che riveste lo stomaco);
    panza;
    cuore;
    polmoni;
    fegato;
    cipolla, cacio, prezzemolo.

Come spago per tenerlo chiuso si usa poi il budello (ci mancherebbe) che viene avvolto ripetutamente attorno al turciniune (da qui il nome, penso).
Se siete tanto curiosi (e avete lo stomaco forte) ho filmato il procedimento (clicca sull’immagine per vederlo).

Noto con dispiacere che la tradizione dei turciniuna sta perdendo colpi: sempre meno giovani apprezzano la pietanza, ma io non lascerò che questo accada: trasmetterò ai miei pronipoti la storia dei turciniuna, magari quando avranno voglia di un racconto terrificante.

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