Spigolatrici

Mia nonna oggi ha visto alla tv un servizio sulle spigolatrici (le donne che dopo la mietitura del grano ripassavano i campi raccattando le spighe dimenticate) e ha cominciato a saltellare di gioia (mia nonna è un personaggio buffo, saltella di gioia per ogni sciocchezza) dicendo: “talìa talìa chissu u facieumu macari niautri!!!” (guarda guarda quello lo facevamo anche noi) e cominciò a raccontare pressapoco così: “siccome erano tempi di canimìa (ristrettezze economiche), dopo la raccolta del grano tornavamo nei campi con un sacco appeso alla vita che pendeva da dietro, e lo riempivamo di spicuzze. Dopo aver raccolto fino all’ultima spicuzza buttavamo il contenuto dei sacchi nell’aia e gli uomini vi passavano sopra col carretto prima e con le bestie poi per pisari il frumento (operazione che serviva a separare i chicchi di grano dalla paglia) e poi aspettavamo la misericordia del Signore che facesse arrivare il vento e non facesse piovere, quando il vento era arrivato spagghiavamo il frumento con il tridente (si sollevava il frumento da terra in modo che la paglia volasse via e i chicchi di grano ricadessero a terra) e lo portavamo a macinare”.

 

Ecco, inizio a sentirmi in colpa per tutte quelle volte che ho criticato mia nonna perché si ostinava a non buttare il pane vecchio di settimane; comincio a percepire l’abisso fra la mia concezione del pane e la sua. Vivendo in prima persona il lungo ed estenuante processo che dalla spiga di grano ti porta alla cuddura (forma di pane ragusano) non porti a tavola un semplice alimento, ma un oggetto sacro: ecco perché il segno della croce prima di impastare o la formuletta propiziatoria per una buona cottura del pane (“signuri fici iu ora fai tu”); ecco perché il pane non si posa mai a “pancia in giù” figuriamoci buttarlo… un sacrilegio!

 

Del resto, non penso che ci sia mai stato un dio Pane ma il pane è spesso mandato da dio: Demetra fa conoscere la spiga di grano ai greci, e i cristiani pregano il loro dio dicendo “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e se lo mangiano pure come corpo di Cristo.

Beh, vado a farmi una zuppa di pane cotto, in fondo si lascia mangiare nonostante la consistenza viscidina.

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Beghe familiari

In ogni buona famiglia che si rispetti arriva sempre il momento delle sciarrie. Il fenomeno si presenta ogni volta simile, tanto che è possibile tracciarne una evoluzione pressapoco standard partendo da alcune condizioni necessarie e sufficienti:
1. Almeno due figli entrambi sposati (il numero dei figli e l’intensità della lite sono direttamente proporzionali).
2. Genitori possidenti non necessariamente di una grande ricchezza.
3. Vita a stretto contatto, possibilmente nello stesso condominio.
La prima tappa è caratterizzata spesso da facciolismo ovvero ipocrisia dalle belle facce; ci si impegna in una vita in comune, c’è collaborazione, partecipazione, simpatia; si pranza assieme la domenica, si fanno enormi nfurnate di pane e focacce e così via. Ed è in questo momento, per pochi attimi, che si crede quasi sinceramente nella possibilità che la Famiglia sia un’entità solida (rubando un’espressione tanto cara a Bauman), un luogo dove trovare conforto, appoggio e sane abitudini.
Ma pian piano tutto si scioglie (ora che ci penso, Zigy non l’ha ancora scritto un libro sulla famiglia liquida…): gli entusiasmi lasciano posto alle amarezze, crescono in maniera esponenziale le lagne borbottate la sera in camera da letto, le facce sono sempre più tese, i sorrisi più tirati, finché arriva il giorno dell’esplosione (l’intensità della quale è direttamente proporzionale al periodo di incubazione). La fase dell’esplosione è la più comica e teatrale; essa degenera spesso in performance grottesche ed eccessive (un esempio lodevole ce lo dà Germi in alcune scene di “Sedotta e abbandonata”). In questa fase si tira fuori tutta la melma che si teneva dentro a fermentare; si vomitano ingiustizie e mancanze (vere o presunte) subite dagli altri membri della famiglia: perlopiù si accusano i genitori di “fare la differenza” tra i figli. A prendere la parola sono spesso le donne (figlie e nuore): “ca certu a idda a iutasti a farisi a casa e iu mi l’appa fari che ma sordi”, “a chida – ma non era la tua nuora preferita?! – ci paiasti a bulletta ro telefenu ppi n’annu sanu!!!!”, “l’annu scursu a pasqua a mia mi rasti na mpanata e a idda tri”. Potete rendervi conto da soli della profonda e sconcertante miseria di questo meschino spettacolo.

E se volessimo trovare una risposta a tutto questo? Potremmo servirci ancora di Bauman e dire che in una società individualista come la nostra non c’è spazio per gli affetti familiari: se consideriamo vera l’equazione individuo = consumatore, il Danaro diventa valore fondamentale perché è attraverso questo che consumiamo e quindi diventiamo individui; in quest’ottica i legami familiari perderebbero importanza o potrebbero persino essere d’impaccio per la realizzazione di noi stessi.
Ma senza tirare in ballo tesi sfacciatamente anticapitalistiche (che rimangono comunque le mie preferite) basterebbe constatare che la rivoluzione culturale degli ultimi decenni ha portato la gente ad avere più rispetto di sé e della propria felicità (basta fare il confronto fra me e mia nonna: lei non ha scelto che vita condurre, che uomo sposarsi e quanti figli avere, io posso farlo) anche a costo di entrare in conflitto col prossimo. Certo questo non giustifica la meschinità di considerare fondamentale per la propria felicità grandi quantità di impanate e telefonate gratuite.
Se volete una visione più chiara ed eloquente della questione vi consiglio la visione di “Parenti serpenti” di Monicelli… ah dimenticavo: l’impanata è un tipico piatto pasquale ragusano costituito da una focaccia tonda ripiena di carne di agnello o tacchino (gnammy).

P.S.: Tommy pretende u ringrazziu per il tempo perso a montare le foto.

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