A proposito di questo, m’è capitato tra le mani un libro che parla di fascismo e antifascismo in Sicilia1 in cui è riportata una testimonianza che meglio può chiarire la figura del mio stimatissimo concittadino (cambiereicittàsubito) Filippo Pennavaria. La storia è tratta da “Fascismo: inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”; un’inchiesta pubblicata nel 1921 che porta il nome del tristemente noto Giacomo Matteotti. È un elenco minuzioso degli orrori delle squadracce fasciste, compiuti in varie città d’Italia. Il documento presenta una “faccia” socialista di Ragusa che mi ha felicemente sorpreso.
L’eccidio di Ragusa
Ragusa è una città di 40 mila abitanti conquistata anch’essa dal Partito socialista nelle passate elezioni amministrative2 con oltre 3 mila voti.
Il 3 Aprile avviene a Ragusa una concentrazione di fascisti da tutta l’isola. Ne vengono fin da Messina e da Palermo, distante oltre 12 ore di treno! Se ne raccolgono un migliaio e sfilano in parata militare con moschetti e armi varie. Il sindaco, avuta richiesta la musica, l’aveva concessa. Discorsi provocatori. Ma la massa operaia disserta la cerimonia che si svolge così senza incidenti.
Il 10 aprile i socialisti indicono un comizio elettorale3. La sera del 9, con una vettura, proveniente da Modica arriva L’on. Vacirca4. Ai molti lavoratori andati ad incontrarlo egli dice poche parole in piazza, volto soprattutto ad un gruppetto di avversari, che, addossati in un loro club, ascoltano in silenzio. L’oratore parla dell’inutilità e della bestialità della violenza e ricordando il contegno sereno dei nostri alla cerimonia fascista della domenica precedente, s’augura che al comizio socialista del giorno dopo nulla di doloroso abbia a succedere. Appena cessano gli applausi una scarica terribile di revolverate parte dal gruppo5 verso l’oratore. Tre lavoratori cadono fulminati ai piedi del Varica rimasto incolume; una sessantina i feriti. I carabinieri, 25, a dieci passi dagli sparatori, circondano il locale da cui sparavano, poi li mandano tutti a casa, senza arrestarne uno solo. A capo del gruppo è il giovane banchiere Filippo Pennavaria, poi portato candidato non ancora trentenne e… riuscito eletto.
La notte giungono gruppi di delinquenti da Vittoria e da Comiso, armati di moschetto che hanno ricevuto dai carabinieri dei loro paesi, terrorizzano con spari la città, saccheggiano e minacciano le sedi socialiste e operaie, cantano sui nostri morti e tentano, il giorno dopo, di inscenare una dimostrazione di giubilo a suon di musica, mancata per l’assenza dei manifestanti.
Anche a Ragusa da quella notte si organizza il terrore ufficiale. Sindaco, assessori e chiunque coprisse cariche pubbliche obbligati a dimettersi sotto le canne di rivoltelle e le lame di pugnali.
Pochi giorni prima le elezioni vengono dai fascisti scoperte le schede socialiste e bruciate. Si spara contro il bimbo di tre anni Pilieri perché si chiama Lenin.
Il sabato, 14 maggio, fu impedito ai socialisti, l’accesso al palazzo comunale per presentare la scheda tipo.
Il giorno delle elezioni gruppi armati custodiscono l’entrata delle sezioni elettorali. Anche qui6 si votava a scheda aperta. Non solo gli operai e i contadini dissertarono le urne, ma anche molti borghesi intimoriti. Si calcola che non votarono più di 1500 elettori effettivi, ma vennero fuori oltre 10 mila voti per il “blocco” e per il banchiere Pennavaria e nessuno per i socialisti. Ci furono ragazzi imberbi che votarono sino a 20 volte facendo il giro di tutte le sezioni7.