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Le mezze verità

Il lavoro di doposcuolista (precettrice privata se volessimo darci un tono) porta con sé non solo angustie e angosce quando l’alunno (il discepolo) non vuole collaborare o quando col faccino candido ti porta voti di merda dopo ore e ore di lezioni. Per fortuna ci sono anche dei vantaggi come ad esempio riprendere e leggere (seriamente come mai si è fatto) i Promessi Sposi, e trovarli addirittura piacevoli; oppure riscoprire la bellezza di uno scrittore che non leggevi da tempo come Calvino. Della sua trilogia sugli aristocratici decaduti avevo letto solo Il barone rampante; accolsi quindi con piacere la notizia che ero costretta a leggere Il visconte dimezzato perché lo avevano assegnato ad una mia fanciulla per le vacanze di Pasqua.
Il piacere si tramutò in entusiasmo quando cominciai a leggere il romanzo breve (o racconto lungo). Il primo capitolo è un capolavoro, poche pagine dense di descrizioni crude e amare ma pure ironiche, di un campo di battaglia.

mortenera

Menandro (il visconte poi dimezzato) sta per arrivare all’accampamento cristiano dove si arruolerà nella guerra contro i turchi. Il suo cavallo cammina in mezzo a resti di uomini e animali, prodotti di scarto della guerra e della peste appena passate da lì; la descrizione è cruda e spietata:
In groppi di carcasse, sparsi per la brulla pianura, si vedevano corpi d’uomo e donna, nudi, sfigurati dai bubboni, e cosa dapprincipio inspiegabile, pennuti: come se da quelle loro macilente braccia e costole fossero cresciute nere penne e ali. Erano le carogne d’avvoltoio mischiate ai loro resti.” ((Il visconte dimezzato in Calvino, Romanzi e racconti vol. 1, Mondadori, p. 368 (Meridiani da dodici euro). Un po’ prima spiega che gli avvoltoi e i corvi erano quasi tutti spariti perché mangiando le carni infette degli appestati morivano anch’essi di peste.))
Poco più avanti la guida di Menandro spiega come mai le carcasse dei cavalli sono quasi più di quelle umane: “le scimitarre turche sembrano fatte apposta per fendere d’un colpo i loro ventri” e descrive nei particolari il momento dello sventramento: “quando il cavallo sente di essere sventrato cerca di trattenere le sue viscere. Alcuni posano la pancia a terra, altri si rovesciano sul dorso per non farle penzolare. Ma la morte non tarda a coglierli ugualmente.” ((Stessa pagina.))
Menandro nota poi che ogni tanto qualche dito indica loro la strada, la sua guida gli spiega che i vivi mozzano le dita ai morti per portare via gli anelli, e passando davanti al padiglione delle cortigiane lo mette in guardia: “Attento signore, sono tanto sozze e impestate che non le vorrebbero neppure i turchi come preda d’un saccheggio. Ormai non sono più soltanto cariche di piattole, cimici e zecche, ma indosso a loro fanno il nido gli scorpioni e i ramarri.” ((P. 370.))
Ma la battuta di gran lunga migliore è: “Di molti valorosi, lo sterco d’ieri è ancora in terra, e loro sono già in cielo.” ((P. 369.))
Il resto del romanzo è poi uno zuccherino, immerso in quella atmosfera fiabesca che solo Calvino sa creare: i luoghi sembrano incantati, affascinanti e inquietanti insieme, come il villaggio dei lebbrosi dove si fa baldoria di giorno e di notte; i personaggi sono eccentrici e buffi, come il dottore che passa le notti nei cimiteri per catturare i fuochi fatui, o la ragazza furba che parla con gli animali. E a condire il tutto, cosa che non guasta mai, uno spunto filosofico: il relativismo critico contro l’assolutismo dogmatico; il visconte è mezzo, e grazie a questo ha acquisito una profondità di pensiero che gli interi, immersi come sono nella loro “ottusa e ignorante interezza”, neanche si immaginano.

Numeri e vaghe idee

279 morti è il bilancio purtroppo ancora provvisorio. Quando ho detto “come si può morire di terremoto oggi come nel Medioevo?” qualcuno mi ha risposto “va be’, 300 morti su 17000 sfollati è una percentuale ridicola!”. Una percentuale ridicola? Ok, statisticamente rappresentano solo 1,7%, ma abbiamo idea di quanti siano 300 morti? 300 è soltanto un numero che non ci dice molto, bisogna spazializzarlo. Come diceva Camus da qualche parte nella Peste, per rendersi conto effettivamente del numero dei morti bisognerebbe vederli concentrati tutti su una piazza. E allora spazializziamo: se sistemassimo uno accanto all’altro 300 morti otterremmo un macabro corteo di 150 metri ovvero un campo di calcio e mezzo. Se li impilassimo uno sopra l’altro formeremmo una colonna malferma di almeno 90 metri, cioè 3 palazzi di 10 piani.
Adesso forse abbiamo un’idea più precisa di quanti siano 300 morti.
Altra cosa di cui abbiamo solo un’idea vaga, che cerchiamo di rimuovere, è cosa significhi morire spiaccicati dalla propria casa, dalle tue affezionatissime pareti portanti dove hai attaccato quadri e mensolette.

mortiterremoto

A febbraio

Febbraio è un mese insignificante, il picco del letargo invernale, in cui si dorme, in cui si svolgono le basilari funzioni vitali rimandando il resto al mese dopo. È il mese in cui la pelle raggiunge il livello minimo di melanina e appare bianchiccia e malata; in cui i sensi sono intorpiditi dall’assenza di Sole e di verde, e il cervello, di conseguenza, tocca il livello minimo di serotonina sparsa tra i suoi neuroni; non si può essere felici a febbraio come non si può essere tristi a maggio, non si possono fare progetti, figuriamoci iniziarli, si può solo aspettare. Febbraio è il mese dell’attesa.

carra

A rendermi ancor più odioso il già odiato mese di febbraio, quest’anno si sono aggiunti una serie di avvenimenti funesti e fastidiosi; una manciata di esperienze inedite che, ammaccandomi le ossa e fiaccandomi lo spirito, mi hanno messo davanti alla mia profonda ignoranza (che penso di condividere con la maggior parte del genere umano) in materia di: corpo, sofferenza e morte. Ma andiamo con ordine.

Sul corpo nascosto
Osservando la radiografia della mia mano destra mi sono quasi stupita di avere delle ossa, eppure quei bastoncini affusolati e un po’ mortiferi erano lì, proprio sotto (o dentro) la mia mano così familiare. Non abbiamo coscienza delle nostre ossa, eppure sono la parte di noi che più a lungo resterà su questa terra. Ancora più sconcertante è l’ignoranza riguardo alle nostre viscere: ok, sappiamo di avere un fegato, uno stomaco e un intestino lunghissimo, ma non abbiamo idea della loro precisa posizione, della loro consistenza, dei loro movimenti. E non vogliamo averla perché la cosa ci schifa alquanto; come mai? Perché rimaniamo sconcertati al solo pensiero di avere un contatto diretto con le nostre interiora ((Il discorso ovviamente non vale per i medici che si sono esercitati per anni sui cadaveri, penso non senza qualche riluttanza iniziale.))? Quelle stesse interiora che sono parte essenziale di noi, che rappresentano forse la maggior parte di noi stessi?

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Sul Dolore
Fissando il solco profondo che mia madre ha avuto al posto della bocca per le prime 24 ore dopo l’intervento (normali dolori post-operatori li definivano), ho capito di non sapere che cos’è il dolore, anzi il Dolore, quello che riduce l’uomo ad un fascio di nervi contratti. Io che porto sempre con me una nimesulide perché non si sa mai, e che mi angoscio alla minima sofferenza fisica, come potrei affrontare il Dolore? È giusto essere impreparati al dolore ed evitarlo ogni volta che si può o dobbiamo dare retta ai cattolici secondo cui la sofferenza va coltivata perché importante mezzo di espiazione (io lo dicevo in quei giorni a mia madre: “mammina consolati, stai espiando tutti i tuoi peccati” ma lei non sembrava rincuorarsi e la signora del letto accanto, una cattolica dichiarata, mi guardava stranita)?

Andres Serrano, "Fatal Meningitis, II"

Sul lutto
Ascoltando la drammatica storia di un’amica di famiglia alle prese con la morte della madre ho ripensato a come la nostra cara società non ci fornisca alcun valido strumento per affrontare un momento così sconcertante e doloroso, al di là dei servizi di onoranze funebri sempre più patinati e onerosi. Come se l’unica consolazione fosse sborsare quantità sconsiderate di quattrini per dare al caro defunto una degna sepoltura. Per il lutto vero e proprio, la dolorosa presa di coscienza della perdita definitiva di un affetto, non c’è spazio né tempo, almeno fino a che c’è da organizzare, scegliere, gestire e poi sorbire, sorbire una quantità folle di lontani parenti e amici, accorsi più per giudicare, con vorace curiosità, la tua sofferenza che per l’estremo saluto. Sarà questo il modo migliore per affrontare un lutto?

Zà Pippina

La faccia è una maschera tragica solcata da rughe profonde e concentriche: gli occhi piccoli e spenti dietro un enorme paio di occhiali che stentano a stargli sul naso sottile e appuntito; la bocca quasi priva di labbra sempre contratta in smorfie varie di sofferenza; la pelle secca, pallida e appiccicata alle ossa, la prima cosa che noti guardando la sua figura: un mucchio d’ossa doloranti che si trascina dentro un vestito nero, che più che indossato sembra appeso ad un manico di scopa. Questo è il ritratto (generoso) della zia Pippina, la donna più angosciante ed angosciata che abbia mai incontrato in vita mia, un memento mori ambulante.

"Tod und Leben", Klimt (particolare)

Da perfetta rappresentante della sua stirpe, i comisani, la zia Pippina è una donna che esterna tutte le sue emozioni fino allo spettacolo; così, nei momenti “normali” la vedrai lamentarsi e sospirare; in quelli tragici urlare, gemere, sbattere le mani ossute sulla gonna, e oscillare il busto a destra e sinistra o in avanti e indietro.
Ma la zia Pippina non è sempre stata così. Sembra difficile a credersi, ma anche lei è stata una ragazzina con la testa piena di sogni e speranze, almeno fino al suo ventesimo anno di età, quando le si attaccò addosso un certo male che non l’ha più abbandonata.

"La bambina malata", Munch

Fu proprio a vent’anni che Pippina conobbe Biagio, un ragazzo alto e bruno che faceva il muratore. I due cominciarono a frequentarsi di nascosto: Pippina trovava una scusa qualunque per uscire di casa, senza dimenticare mai, ci mancherebbe, di portare con sé la sorellina Nunziatina (mia nonna); e Biagio la aspettava a casa di sua cognata, che abitava dall’altra parte della strada. Trascorrevano così lieti e spensierati pomeriggi lontani dagli occhi molto indiscreti dei comisani, e alla fine, appoggiati dalla sorella di Biagio che approvava questa unione, decisero di uscire allo scoperto e chiedere alla famiglia di lei il permesso di sposarsi. Mai l’avessero fatto: non appena i genitori di Pippina vennero a sapere che Biagio era figlio di un cameriere, vietarono categoricamente alla figlia di frequentare quel morto di fame. Le inculcarono questo divieto a colpi di sedia; e, davanti alle resistenze di Pippina, fu invocata persino l’autorità dello zio d’America.

"Comiso panoramica", Biagio Castilletti

Cominciò così per i due ragazzi un periodo di lontananza forzata, interrotto solo da fugaci incontri, lettere stucchevoli e pomeriggi passati a guardarsi da dietro i vetri delle finestre. Ma si sa, l’amore giovanile divampa all’improvviso e si spegne con la stessa velocità; e Biagio si dedicò presto a nuove avventure. Di lì a poco Pippina cadde malata di un male indefinibile che la faceva sentire molto debole e apatica, tanto da costringerla a letto per intere settimane. La famiglia e i conoscenti intuirono subito che quel male era collegato a Biagio e presto si diffuse l’idea che il ragazzo, per ripicca, avesse fatto una fattura a Pippina utilizzando un fazzoletto, un guanto, qualcosa appartenente alla ragazza. I genitori sentirono il parere di molti maghi finché non consultarono un fattucchiere molto stimato che confermò la teoria della fattura: essa non era mortale ma non si poteva sciogliere perché era stata buttata a mare. Fu così che Pippina non si riprese mai più dalla sua malattia.

P.S. Alla fine la zia Pippina sposò lo zio Paolino, un noto commerciante.

Vomitofobia

Avvertenza: il post che segue è abbastanza disgustoso, soprattutto se sei emetofobo.

Internet è un’invenzione meravigliosa, non finirò mai di pensarlo. Oggi ad esempio ho scoperto di non essere l’unica pazza al mondo ad avere terrore del vomito, anzi, si tratta di una fobia comune e ben studiata: la emetofobia. L’emetofobo preferirebbe un intervento chirurgico ad una vomitata; a me basterebbe vomitare da un’altra parte del corpo… che so, dal ginocchio ad esempio: non mi spaventerebbe affatto vomitare dal ginocchio.

Gli emetofobi non vomitano mai (paradossale): io non ricordo (giuro!) l’ultima volta che m’è successo. A quanto pare riescono a trattenere i conati (mi pare assurdo a dire il vero) e non rimettono neanche nel caso in cui sarebbe consigliabile; secondo me più semplicemente non esagerano mai col cibo per evitare di stare male. Abbuffarmi equivale per me a una sorta di peccato mortale, uno scandalo, una violenza masochistica. Dopo aver visto la Grande abbuffata (in cui i protagonisti decidono di suicidarsi strafogandosi) sono stata male tre giorni: tutt’oggi ricordo quel film con angoscia di morte (brrrr).

 

ominovomito

Gli Emy (da non confondere con gli emo) hanno terrore di vomitare in pubblico, o in una situazione dalla quale non è facile svincolarsi. Io non posso prendere l’autobus o mezzi senza bagno a bordo, né stare in stanze strette piene di gente, né in mezzo alla folla tipo s. Agata.

Ma gli emy hanno anche terrore di vomitare soli. La paura del vomito mi si presenta spesso di notte (durante gli anni funesti della pubertà mi svegliavo ogni notte in preda al panicodavomito); da quando non dormo più sola la fobia notturna è praticamente scomparsa ma so che è sempre in agguato, e so che prima o poi ricapiterà di dormire sola [(brrr) non stiamo qui a pensare cosa mi comporterebbe vivere sola].

Gli emy non possono nemmeno venire a sapere che una persona vicina ha rimesso, altrimenti temono di venire contagiati: l’altro giorno mio padre ha vomitato, vi lascio immaginare che giornata ho passato.

Gli emy non riescono a parlare con facilità della loro fobia… sto per vomitare…