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I Turchi e l’Ate

Quando qualcuno si mostra confuso, agitato e turbato, dalle mie parti si dice che “è pigghiatu re turchi”. È un modo di dire curioso che ha sempre stimolato la mia immaginazione, e dato che nessuno dei ragusani a cui lo sento dire continuamente ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente sull’origine di questa espressione, un giorno decido di uscire momentaneamente dalla mia pigrizia perenne e comincio a fare ricerche su questi turchi che pigliano i ragusani. Scopro così che è un modo di dire conosciuto anche nell’agrigentino (Camilleri lo usa molto) e che i turchi in questione sarebbero i pirati barbareschi che fino al 1800 tormentavano, tra le altre, le coste della Sicilia con assalti improvvisi e non certo cortesi, e che dagli abitanti delle zone colpite venivano chiamati turchi. Scopro anche che la bella Scala dei Turchi (in provincia di Agrigento) deve il nome proprio a questi pirati che lì trovavano riparo durante le tempeste. Una leggenda narra che furono gli abitanti di Porto Empedocle a scacciare definitivamente i turchi dalle coste siciliane (almeno da quelle meridionali).

Dopo tre minuti di intensa felicità per aver risolto un mistero che mi punzecchiava da tempo comincio, adesso che ci vedo più chiaro, a riflettere sull’espressione: la metafora è calzante – come le città venivano improvvisamente invase dai temuti turchi che portavano panico e scompiglio tra la gente, così una persona viene colta di colpo da uno stato di confusione che fa perdere momentaneamente la testa, e che per analogia è associato ai turchi. Ma le sorprese non finiscono qui: è facile infatti fare un paragone tra i siciliani pigliati dai turchi e i Greci di Omero pigliati dall’ate. Pare infatti che anche gli omerici fossero soliti attribuire i comportamenti fuori dalla norma ad un agente esterno (un dio, un demone, le Erinni) che gettava nella testa di un povero malcapitato l’ate, appunto, facendolo momentaneamente uscire di senno. L’esempio più celebre è quello di Agamennone che giustifica l’affronto fatto ad Achille dicendo:

“Pure non io son colpevole ma Zeus e la Moira e l’Erinni che nella nebbia cammina; essi nell’assemblea gettarono contro di me stolto errore quel giorno che tolsi il suo dono ad Achille. Ma che potevo fare? I Numi tutto compiscono.
Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha piedi molli; perciò non su suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani un dopo l’altro li impania” (Iliade, XIX, 86 sgg.).

Dodds parla di ate nel primo capitolo del suo libro, definendola una sorta di “infatuazione” divina che, offuscando momentaneamente la condotta normale e quindi la ragione, impone al personaggio che ne è vittima delle azioni sconsiderate e riprovevoli, che verranno ripudiate dallo stesso autore una volta ritrovato il senno. Secondo il Nostro (brrr) la credenza nell’ate si è tanto diffusa in età omerica perché aveva una sua utilità sociale che cercherò di spiegarvi brevemente. Sappiamo che nella società omerica l’unica autorità riconosciuta è quella dell’eroe che è anche capo famiglia, re di un oikos. Questa autorità non è però tutelata da nessuna legge, quindi può decadere in qualsiasi momento se l’eroe non riesce più a dare mostra del suo valore e se quindi non è stimato più eroe dai suoi pari. La pubblica stima (timé) è quindi indispensabile per la conservazione dell’autorità. Davanti ad un comportamento sconsiderato l’eroe potrebbe perdere credibilità, ma scaricando la responsabilità di questo gesto su un dio o una qualsiasi entità esterna la timé è salva.
Capisco che può sembrare una spiegazione riduttiva, ma Dodds privilegia le interpretazioni che hanno a che fare con il contesto sociale; siccome però era un uomo onesto e sapeva che ogni fenomeno più che una sola causa ha un insieme di concause, ammette che la sua interpretazione va completata. E allora per comprendere meglio l’origine e la diffusione della credenza nell’ate bisogna tirare in ballo anche il problema dell’io in Omero, ma per adesso è meglio fermarsi qui.