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	<title>Ossidia &#187; pirati</title>
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		<title>I Turchi e l&#8217;Ate</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 20:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ossidia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando qualcuno si mostra confuso, agitato e turbato, dalle mie parti si dice che “<strong>è pigghiatu re turchi</strong>”. È un modo di dire curioso che ha sempre stimolato la mia immaginazione, e dato che nessuno dei ragusani a cui lo sento dire continuamente ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente sull’origine di questa espressione, un giorno decido di uscire momentaneamente dalla mia pigrizia perenne e comincio a fare ricerche su questi turchi che pigliano i ragusani. Scopro così che è un modo di dire conosciuto anche nell’agrigentino (Camilleri lo usa molto) e che i turchi in questione sarebbero i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pirati_barbareschi" target="_blank">pirati barbareschi</a> che fino al 1800 tormentavano, tra le altre, le coste della Sicilia con assalti improvvisi e non certo cortesi, e che dagli abitanti delle zone colpite venivano chiamati turchi. Scopro anche che la bella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scala_dei_Turchi" target="_blank">Scala dei Turchi</a> (in provincia di Agrigento) deve il nome proprio a questi pirati che lì trovavano riparo durante le tempeste. Una leggenda narra che furono gli abitanti di Porto Empedocle a scacciare definitivamente i turchi dalle coste siciliane (almeno da quelle meridionali).</p>
<p><a href="http://www.gianlucapavarini.com/photography/nature.html"><img src="http://www.ossidia.it/wp-content/uploads/2008/08/IMG_3853-Edit-300x199.jpg" alt="" title="IMG_3853-Edit" width="300" height="199" class="aligncenter size-medium wp-image-613" /></a></p>
<p>Dopo tre minuti di intensa felicità per aver risolto un mistero che mi punzecchiava da tempo comincio, adesso che ci vedo più chiaro, a riflettere sull’espressione: la metafora è calzante – come le città venivano improvvisamente invase dai temuti turchi che portavano panico e scompiglio tra la gente, così una persona viene colta di colpo da uno <strong>stato di confusione che fa perdere momentaneamente la testa</strong>, e che per analogia è associato ai turchi. Ma le sorprese non finiscono qui: è facile infatti fare un paragone tra i siciliani pigliati dai turchi e i Greci di Omero pigliati dall’ate. Pare infatti che <strong>anche gli omerici fossero soliti attribuire i comportamenti fuori dalla norma ad un agente esterno</strong> (un dio, un demone, le Erinni) che gettava nella testa di un povero malcapitato l’ate, appunto, facendolo momentaneamente uscire di senno. L’esempio più celebre è quello di Agamennone che giustifica l’affronto fatto ad Achille dicendo:</p>
<blockquote><p>“Pure non io son colpevole ma Zeus e la Moira e l’Erinni che nella nebbia cammina; essi nell’assemblea gettarono contro di me stolto errore quel giorno che tolsi il suo dono ad Achille. Ma che potevo fare? I Numi tutto compiscono.<br />
Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha piedi molli; perciò non su suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani un dopo l’altro li impania” (Iliade, XIX, 86 sgg.).</p></blockquote>
<p><strong>Dodds</strong> parla di <em>ate</em> nel primo capitolo del suo libro, definendola una sorta di <strong>“infatuazione” divina</strong> che, offuscando momentaneamente la condotta normale e quindi la ragione, impone al personaggio che ne è vittima delle azioni sconsiderate e riprovevoli, che verranno ripudiate dallo stesso autore una volta ritrovato il senno. Secondo il Nostro (brrr) la credenza nell’ate si è tanto diffusa in età omerica perché aveva una sua utilità sociale che cercherò di spiegarvi brevemente. Sappiamo che nella società omerica l’unica autorità riconosciuta è quella dell’eroe che è anche capo famiglia, re di un <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Oikos" target="_blank">oikos</a>. Questa autorità non è però tutelata da nessuna legge, quindi può decadere in qualsiasi momento se l’eroe non riesce più a dare mostra del suo valore e se quindi non è stimato più eroe dai suoi pari. La pubblica stima (<em>timé</em>) è quindi indispensabile per la conservazione dell’autorità. Davanti ad un comportamento sconsiderato l’eroe potrebbe perdere credibilità, ma <strong>scaricando la responsabilità di questo gesto su un dio o una qualsiasi entità esterna la timé è salva</strong>.<br />
Capisco che può sembrare una spiegazione riduttiva, ma Dodds privilegia le interpretazioni che hanno a che fare con il contesto sociale; siccome però era un uomo onesto e sapeva che ogni fenomeno più che una sola causa ha un insieme di concause, ammette che la sua interpretazione va completata. E allora per comprendere meglio l’origine e la diffusione della credenza nell’ate bisogna tirare in ballo anche il problema dell’io in Omero, ma per adesso è meglio fermarsi qui.</p>
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