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Viva S. Agata

Raffaele Lombardo, il nostro amatissimo presidente della regione, eletto – non fa male ricordarlo – con quasi il 70% dei voti, la scorsa settimana ha sacrificato la festa della sua Patrona (di cui si riconosce devotissimo) per presenziare l’inaugurazione della nuova ala del Guzzardi, l’ospedale di Vittoria.
Come scrive il Corriere di Ragusa: “per un medico, nonché politico di alto rango, aprire un nuovo ospedale, è sempre evento sanitario d’eccezione e straordinario”. ((Mi piacerebbe sapere chi scrive i pezzi per questo giornale.))

Durante l’evento sanitario d’eccezione e straordinario, Lombardo s’è fatto i complimenti da solo per la sua scaltra politica in materia di sanità. Per ridurre le spese faraoniche ((8.436000 euri solo nel 2008 fonte “l’Espresso”)) del servizio sanitario siciliano, il saggio Raffaele ha pensato di cominciare risparmiando sui posti letto. ((Nella sola provincia di Ragusa ne sono saltati 72, fonte qui)) “Chi ha detto che più posti letto fanno una buona sanità?” è stato il suo sbeffeggiante commento e poi come se non bastasse ha aggiunto “Che ne facciamo di tanti posti letto se la gente va a farsi curare al nord o all’estero?” (( Fonte qui))
Giusto no? I siciliani preferiscono l’estero quando si tratta di cure. Anche la mia vicina di casa novantenne, quando ha bisogno di un ricovero si prenota un volo per la Francia, per non parlare del mio dirimpettaio operaio padre di quattro figli. I reparti poi sono semideserti, non si vedono pazienti manco a pagarli.
Non c’è da preoccuparsi comunque, Lombardo ha promesso che quando avrà spremuto gli ospedali fino all’ultimo centesimo, quando il paziente dovrà portarsi da casa le lenzuola, la carta igienica e perché no anche il medico, comincerà a risparmiare anche sugli appalti e sugli stipendi del personale, che rappresentano solamente il 60% della spesa sanitaria. (( Stando ai dati del 2008, fonte “l’Espresso”))

Ragusa provincia…

Ragusa è sempre stata una città di destra. Dall’alto del suo altopiano ha sempre guardato con aria di sufficienza le città che le stavano attorno: Modica, Comiso, Vittoria, Scicli; tutte città con una forte tradizione socialista; tutti paesi pervasi e contaminati dalle utopie del popolino, dai sogni rivoluzionari dei contadini e degli operai. Ma Ragusa no, è sempre stata una città “per bene” dove a contare è l’idea del borghese, la volontà del ricco: prima i nobili, il clero e i latifondisti; adesso l’alta borghesia dei Lions, e forse ancora il clero. Come ciò sia potuto accadere, come Ragusa sia diventata la pecora nera del territorio ibleo, non è facile capirlo. Certo è che questa fedeltà agli ideali di destra ha portato alla città parecchi vantaggi, non ultimo quello di diventare capoluogo di provincia.

L’episodio della nascita della provincia di Ragusa è magistralmente sintetizzato nel famoso (almeno dalle nostre parti) detto “ Rausa provincia e Muorica ‘sta mincia”.
Modica era già stata capitale dell’omonima contea e, sotto i Borboni, capoluogo del Distretto della Valle di Siracusa. Sembrava normale quindi che la nascita di una nuova provincia trovasse in Modica il capoluogo ideale. E invece nel 1926 è Ragusa a diventare capoluogo.

provole

Tutto cominciò nel lontano 1919, quando un ragazzino di 17 anni, Totò Giurato, tornò dall’esaltante esperienza di Fiume con la testa mangiata dagli ideali facisti, e decise di fondare a Ragusa il primo fascio di combattimento della Sicilia. Il movimento ebbe rapida presa fra i ragusani, dapprima solo tra i giovani, ma poi fu guardato con interesse anche dai proprietari terrieri e dagli appartenenti al circolo dei gentiluomini. Uno di loro, Filippo Pennavaria, entrò a far parte del movimento con tutti gli onori – dato che era il presidente della Banca Agricola Popolare di Ragusa, e che era disposto a finanziare lautamente il partito.
Pennavaria Filippo

In cambio delle sue caritatevoli donazioni Pippo – così veniva chiamato dai camerati – si ritrovò ben presto alla guida del movimento. Iniziò così per il fascismo ragusano un periodo di intensa azione “politica” che aveva il chiaro scopo di ripulire la terra di Sicilia dalla “immonda feccia rossa”. Gli squadristi di Pennavaria disseminarono il terrore in tutta la provincia devastando le sedi socialiste, sparando tra la folla durante comizi e riunioni di protesta, defenestrando i sindaci socialisti. Un elenco dettagliato delle più celebri azioni dal ‘20 al ‘22 lo trovate nei commenti. (Leggetelo).

Mussolini non poté che gradire l’attività di Pennavaria e dei suoi mazzieri e nel 1924 scese in Sicilia per la sua prima visita alla città fedele. Venne accolto in pompa magna e parlò dalla cima della torre Littoria, costruita in piazza Impero (oggi piazza Libertà), dove fu incisa la scritta:
Fascismo ibleo Tu primo a sorgere nella generosa terra di Sicilia.

torre littoria

La simpatia di Benito per Ragusa non si spiega semplicemente con la riconoscenza verso una città a lui fedele. Ciò che interessava al “grande statista” era il ruolo di controllo e contenimento che Ragusa poteva svolgere contro l’avanzata socialista nella Sicilia sud-orientale.
Fu così che Pennavaria, in riconoscimento dei suoi meriti, ottenne un titolo nobiliare e il sottosegretariato alle Comunicazioni, e Ragusa divenne capoluogo di provincia.

Ragusa è una città per bene e non dimentica i suoi benefattori: nel 2001 il sindaco Mimmo Arezzo – sicuro di esaudire il desiderio della maggioranza dei ragusani – commissionò allo scultore Nunzio Dipasquale una statua di Pennavaria da esporre in bella mostra nel centro storico della città, così da ricevere gli onori perpetui della popolazione. Il Pennavaria bronzeo non l’ha ancora visto nessuno, si vocifera però che esista già: alto 7 metri e costato alle tasche del Comune 250 milioni di lire. Nessuno però sembra avere il coraggio di tirarlo via da quella imprecisata fonderia del nord in cui si troverebbe attualmente, forse perché si temono le reazioni dei comuni di Modica, Scicli e Vittoria che hanno accolto la notizia della statua con disgusto, e del comitato anti-statua sorto, con mia grande sorpresa, a Ragusa stessa.

Lia a buttana

Adesso che faccio la ragusana a tempo pieno, mi capita spesso di ascoltare le storie di mia nonna, la sera, davanti ad una tazza di canarino; sono tipiche storie da nonna che raccontano fatti e vicende di gente ormai per lo più morta, e che sono degne, per l’intreccio spesso assai complicato e non privo di colpi di scena, delle migliori telenovelas venezuelane. Alcune sono comiche, altre tragiche e altre ancora assurde e simili a leggende metropolitane – come quella della signorina che essendosi “intrattenuta” con un cane ha dato alla luce un’allegra cucciolata. Sono scorci di esistenza passata e dimenticata che riprendono vita per qualche momento, e che mostrano amori e affanni gioie e drammi di gente comune.

Per evitare che queste storie ricadano nuovamente e per sempre nell’oblio le riporterò qui (ok, magari non tutte), creando una nuova categoria, “Racconti di nonna”. Ecco a voi la prima.

Lia “a buttana”

Questa è la vaneda ((Vicolo.)) dove mia nonna, mia madre e in parte pure io abbiamo trascorso l’infanzia. Si trova poco sotto la cattedrale di S. Giovanni, in pieno centro storico. È una via stretta e umida dove il sole non entra mai e dove si respirano miscele allucinogene composte per lo più da frittura e detersivo da bucato usato in maniera selvaggia. In fondo alla vaneda c’è una casa in avanzato stato di abbandono che non dice nulla al passante distratto che le butta un occhio. Ma se provi a chiedere a chi in quella viuzza ci ha passato (ci ha consumato) tutta la vita ti diranno subito che quella è la casa di Lia. Una donna morta ormai non si sa da quanto ma che ha lasciato, ben marcato, il suo ricordo nella memoria di chi l’ha conosciuta. Tra questi c’è anche mia nonna che era ancora una bambina quando Lia venne a stare in quella casa.

I primi tempi non furono certo facili per Lia: il quartiere l’accolse con molta freddezza e con una punta di disprezzo, tanto che inizialmente i vicini erano soliti muntuarla ((Chiamarla, nominarla.)) “a buttana”, e i più ignoravano il suo vero nome. Questo perché Lia era diversa dalle altre donne: aveva superato da un po’ l’età da marito e non era sposata; era forestiera e non afferrava subito quello che le veniva detto; si vociferava che avesse una figlia lontana – forse a lei arrivavano quei voluminosi pacchi che Lia ogni tanto spediva. E come se non bastasse questa donna non lavorava, faceva la mantenuta a spese del ricco Tano Di Franco, appartenente ad una famiglia possidente e impiegato alle Poste [un lavoro da favola nella Sicilia degli anni Trenta (si, purtroppo anche nella Sicilia di adesso)]. Una persona per bene quel Tano, un figghiu i maria ((Espressione con cui si indicavano quelli che, uomini e donne, erano votati alla castità per questioni di fede.)) dedito solo alla famiglia (le sorelle, conosciute da tutte come I bizzocchi ((Bigotte.))) e al lavoro. L’unico capriccio che osava permettersi era la giocatina a carte nell’albergo vicino le poste, appena uscito dal lavoro. E proprio qui Tano si innamorò follemente (per la prima volta nella sua vita da casto servitore di Maria) della cameriera che lo serviva con un occhio di riguardo, Lia appunto. Di lì a poco Tano non riuscì a tollerare che la sua donna facesse un lavoro così umile e umiliante, sempre stuziniata ((Importunata.)) dagli altri clienti dell’albergo: decise così di farla vivere a sue spese e le affittò la famosa casa nella vaneda;

certo non poteva prometterle niente di più per via di quel suo voto che sembrava fatto più alle sorelle che alla madonna. Così Lia riceveva quotidianamente le visite del suo fidanzato, ma la sera si ritrovava sola perché Tano alle otto, puntuale come un orologio, se ne correva a casa dalle sorelle. Le cose andarono così per qualche tempo fino a quando Tano fu improvvisamente arrestato dalle guardie e spedito “o Priolu” perché era un comunista. A quel punto la povera Lia sarebbe finita in mezzo a una strada se non fosse stato per le sorelle Di Franco che, per non addolorare ulteriormente il fratello sciagurato, se la portarono a casa trattandola come una figlia (si diceva che addirittura le facessero le trecce ai capelli). Quando finalmente tornò dalla prigionia Tano decise senza esitazione che era arrivato il momento di stare con Lia, certo magari non sposarla per non dispiacere alle sorelle (avidamente attaccate al patrimonio come a Dio), ma andare a vivere con lei, questo sì. Così Lia tornò nella vaneda. Fu stavolta un ritorno trionfale: le vicine non osavano certo chiamare buttana la compagna ufficiale di un Di Franco, e pian piano Lia si guadagnò la stima di tutti – a questo proposito mia nonna ricorda che la nascita di mia madre andò a buon fine anche grazie alla sua valente collaborazione.

La vita di Lia sembrava adesso stabilizzarsi dopo decenni di precarietà; a completare il quadro mancava quella figlia che aveva lasciato col padre, un maresciallo, a Pordenone – in realtà della piccola, di nome Elsa, si era occupata la nonna paterna – e adesso che erano passati 18 anni dalla separazione Lia mandò una lettera a Elsa dove la pregava di raggiungere in Sicilia la madre e il nuovo papà. Elsa si precipitò in Sicilia e la nuova famiglia iniziò così anni felici.

In seguito Elsa riuscì nientedimeno che a convincere Tano a sposare sua madre; le sorelle ormai affezionatesi alla cognata e alla nipote acconsentirono. Così Lia ottenne finalmente la sua ricompensa dopo anni di paziente attesa: essere chiamata Signora. Ed Elsa ereditò un ottimo nome e un bel po’ di denaro.

Perversioni culinarie

Avvertenza: il post che segue è lievemente pulp.

La Pasqua si sa, è la festa del sangue, della carne, del corpo martoriato e immolato.

Cristo alla colonna

La cucina pasquale non può certo essere da meno: ecco che allora la mia veranda si trasforma in una specie di tèmenos con tanto di: altare sacrificale (un tavolo di legno protetto da tovaglia di plastica a quadri blubianchi), sacerdote (mio padre e il suo ghigno compiaciuto ma un po’ schifato) addetto allo smembramento e svisceramento dell’animale (un mezzo agnello), assistenti premurose, vago odore dolciastro e appiccicaticcio e pittoreschi coli di sangue.
Ogni buon sacrificio prevede poi la spartizione e la consumazione delle carni dell’immolato (per gli antichi una delle poche occasioni per strafogarsi di carne, per i moderni una delle infinite occasioni per strafogarsi di carne): ecco che allora il ragusano ti inventa una ricetta golosa (perversa) per rendere più appetibili le interiora di agnello: i “turciniuna”
Il turciniune è il prodotto di un assemblaggio di interiora (una sorta di involtino); gli ingredienti che lo compongono sono in ordine:

    calia (tessuto grassoso che riveste lo stomaco);
    panza;
    cuore;
    polmoni;
    fegato;
    cipolla, cacio, prezzemolo.

Come spago per tenerlo chiuso si usa poi il budello (ci mancherebbe) che viene avvolto ripetutamente attorno al turciniune (da qui il nome, penso).
Se siete tanto curiosi (e avete lo stomaco forte) ho filmato il procedimento (clicca sull’immagine per vederlo).

Turciniuna

Noto con dispiacere che la tradizione dei turciniuna sta perdendo colpi: sempre meno giovani apprezzano la pietanza, ma io non lascerò che questo accada: trasmetterò ai miei pronipoti la storia dei turciniuna, magari quando avranno voglia di un racconto terrificante.