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Le danzimanie, un’introduzione

Appena ieri il mio consorte pubblicò questo post, dove svergognava se stesso riportando per intero l’introduzione della sua tesi abortita nel 2006. Lo stile è stucchevole e i contenuti ingenuotti. Non ho perso tempo a prenderlo in giro (nei commenti) e lui mi ha risposto saggiamente: “prova a rileggerti anche tu” ((anch’io ho abortito una tesi nel 2006)). Così mi sono riletta e, dato che mi voglio del male, ho deciso anch’io di esporre la mia introduzione al pubblico ludibrio. Buona lettura.

Tanzwuth: con questo termine il medico tedesco Hecker definiva nell’Ottocento le epidemie coreutiche, ovvero forme di esaltazione mentale che coinvolgevano intere collettività costringendole ad una danza sfrenata e disperata sino allo sfinimento del corpo. Le origini del fenomeno si perdono nella notte dei tempi, e la sua comparsa è documentata in varie parti del mondo tra cui America del sud e Africa. Anche nell’Occidente sorgono, nel corso dei secoli, una vasta gamma di danzimanie: mi soffermerò proprio su alcune di queste, e più precisamente sui balli di San Vito e di S. Giovanni e sul fenomeno del Tarantismo (non mancheranno ovviamente riferimenti alle Menadi e ai Coribanti), dato che possiedo maggiori strumenti per una ricostruzione del contesto culturale e sociale nel quale nacquero.
La prima cosa che viene da chiedersi di fronte ad una turba di ossessi danzanti è ovviamente : perché? cosa spinge gente comune, con un equilibrio mentale più o meno consolidato, ad abbandonare le proprie case, i propri ruoli sociali e a vestire i panni degli invasati? Cercherò a questo proposito di dimostrare che una danzimania si presenta ogniqualvolta viene spezzato il legame fra gli uomini e la natura, fra gli individui e la vita vera; quando costrizioni sociali e culturali o avvenimenti particolarmente drammatici vietano all’uomo di manifestare la propria spontaneità.

Un esempio per tutti l’epidemia coreutica che sconvolse l’Europa settentrionale nella seconda metà del Trecento in seguito alla peste nera che spazzò via metà della popolazione europea: con la morte ancora negli occhi e la Chiesa che predicava la fine del mondo e di conseguenza la mortificazione del corpo, la gente si diede istintivamente alle danze affermando la vita sulla morte.
La seconda indispensabile questione per chiarire il fenomeno delle danzimanie è quella della danza, utilizzata per esprimere angosce e sofferenze in un contesto spesso povero di confidenze e comprensioni- pensiamo ad esempio alle contadine del Salento. Ciò che trovo più interessante è però la sua dimensione catartica: non solo la danza è un mezzo d’espressione ma, assieme alla musica, essa può guarire dal “male”. La pena che affligge il danzatore coatto non è riducibile ad una malattia somatica, né ad un disordine psichico, è piuttosto un supplizio che investe indistintamente corpo e psiche e che solo la terapia coreutico-musicale può risolvere. A tale proposito Platone sosteneva che i movimenti ritmici della musica e della danza avessero una potenza ordinatrice sui movimenti interiori dei coribanti che erano di phobos e mania.

Altro elemento su cui ho voluto porre attenzione è la commistio di Paganesimo e Cristianesimo che accomuna le forme di danzimanie che analizzerò: basti pensare alla confusa relazione, all’interno del Tarantismo, fra la tarantola e San Paolo, per cui a volte è la tarantola che porta il male col morso e il santo che guarisce, a volte è il santo che manda per punizione la tarantola a mozzicare, altre volte ancora è la tarantola-S.Paolo che “pizzica le caruse ‘nmezz’ all’anche” facendole sante (!?).
Dietro a tale macedonia di simboli pagani e cristiani stanno due fattori: l’atteggiamento della Chiesa che s’impegnò, sembra con scarso successo, a estirpare dalla sua comunità cristiana i residui di paganesimo, soppiantando feste e riti pagani con rituali cristiani, (a questo proposito possiamo anticipare che proprio l’abolizione delle feste danzanti stagionali di matrice pagana, operata dalla Chiesa, fu una delle motivazioni che portò all’esplosione delle danzimanie nell’età medievale); E e la reazione del popolo che pur di non smarrire le proprie tradizioni preferì cristianizzarle.
Concluderò con uno sguardo al presente, nessuna tarantolata fa più visita alla cappella di San Paolo a Galatina, certo è però che la necessità di evadere dagli affanni quotidiani e dalle oppressioni di vario genere è tuttora presente, e la danza si rivela ancora un ottimo strumento di catarsi. Accennerò al movimento del neotarantismo come forma di evasione alternativa allo svago preconfezionato offerto dai mass-media e al diktat del sabato sera.

I Turchi e l’Ate

Quando qualcuno si mostra confuso, agitato e turbato, dalle mie parti si dice che “è pigghiatu re turchi”. È un modo di dire curioso che ha sempre stimolato la mia immaginazione, e dato che nessuno dei ragusani a cui lo sento dire continuamente ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente sull’origine di questa espressione, un giorno decido di uscire momentaneamente dalla mia pigrizia perenne e comincio a fare ricerche su questi turchi che pigliano i ragusani. Scopro così che è un modo di dire conosciuto anche nell’agrigentino (Camilleri lo usa molto) e che i turchi in questione sarebbero i pirati barbareschi che fino al 1800 tormentavano, tra le altre, le coste della Sicilia con assalti improvvisi e non certo cortesi, e che dagli abitanti delle zone colpite venivano chiamati turchi. Scopro anche che la bella Scala dei Turchi (in provincia di Agrigento) deve il nome proprio a questi pirati che lì trovavano riparo durante le tempeste. Una leggenda narra che furono gli abitanti di Porto Empedocle a scacciare definitivamente i turchi dalle coste siciliane (almeno da quelle meridionali).

Dopo tre minuti di intensa felicità per aver risolto un mistero che mi punzecchiava da tempo comincio, adesso che ci vedo più chiaro, a riflettere sull’espressione: la metafora è calzante – come le città venivano improvvisamente invase dai temuti turchi che portavano panico e scompiglio tra la gente, così una persona viene colta di colpo da uno stato di confusione che fa perdere momentaneamente la testa, e che per analogia è associato ai turchi. Ma le sorprese non finiscono qui: è facile infatti fare un paragone tra i siciliani pigliati dai turchi e i Greci di Omero pigliati dall’ate. Pare infatti che anche gli omerici fossero soliti attribuire i comportamenti fuori dalla norma ad un agente esterno (un dio, un demone, le Erinni) che gettava nella testa di un povero malcapitato l’ate, appunto, facendolo momentaneamente uscire di senno. L’esempio più celebre è quello di Agamennone che giustifica l’affronto fatto ad Achille dicendo:

“Pure non io son colpevole ma Zeus e la Moira e l’Erinni che nella nebbia cammina; essi nell’assemblea gettarono contro di me stolto errore quel giorno che tolsi il suo dono ad Achille. Ma che potevo fare? I Numi tutto compiscono.
Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha piedi molli; perciò non su suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani un dopo l’altro li impania” (Iliade, XIX, 86 sgg.).

Dodds parla di ate nel primo capitolo del suo libro, definendola una sorta di “infatuazione” divina che, offuscando momentaneamente la condotta normale e quindi la ragione, impone al personaggio che ne è vittima delle azioni sconsiderate e riprovevoli, che verranno ripudiate dallo stesso autore una volta ritrovato il senno. Secondo il Nostro (brrr) la credenza nell’ate si è tanto diffusa in età omerica perché aveva una sua utilità sociale che cercherò di spiegarvi brevemente. Sappiamo che nella società omerica l’unica autorità riconosciuta è quella dell’eroe che è anche capo famiglia, re di un oikos. Questa autorità non è però tutelata da nessuna legge, quindi può decadere in qualsiasi momento se l’eroe non riesce più a dare mostra del suo valore e se quindi non è stimato più eroe dai suoi pari. La pubblica stima (timé) è quindi indispensabile per la conservazione dell’autorità. Davanti ad un comportamento sconsiderato l’eroe potrebbe perdere credibilità, ma scaricando la responsabilità di questo gesto su un dio o una qualsiasi entità esterna la timé è salva.
Capisco che può sembrare una spiegazione riduttiva, ma Dodds privilegia le interpretazioni che hanno a che fare con il contesto sociale; siccome però era un uomo onesto e sapeva che ogni fenomeno più che una sola causa ha un insieme di concause, ammette che la sua interpretazione va completata. E allora per comprendere meglio l’origine e la diffusione della credenza nell’ate bisogna tirare in ballo anche il problema dell’io in Omero, ma per adesso è meglio fermarsi qui.

Sulla Tesi

L’entusiasmo post laurea che mi ha permesso, per pochi attimi, di sfiorare stati d’animo per me assurdi come l’orgoglio, la stima di sé, la fierezza, ha lasciato dietro di sé strascichi di buon umore veramente inconsueti e un atteggiamento stranamente positivo nei confronti della vita. E in questo periodo fatto di festeggini regalini e tanti auguri, oltre a scervellarmi per trovare una maniera di far soldi, anche pochi, senza lavorare fino al prosciugamento dei neuroni, cerco di tirare le somme di questi anni universitari in modo da riporli ben sistemati, dentro un cassettino della memoria, da riaprire così ogni tanto, forse. Ma non voglio tediarvi con le riflessioni su se e quanto è cresciuto il mio cervellino in questi anni, o su che ne sarebbe stato di me se avessi scelto scienze della comunicazione o biologia anziché filosofia – in breve sul confronto della Simona di ora con la Simona di allora e con tutte le Simone possibili tra quella di ora e quella di allora. Vi annoierò invece parlandovi un po’ della mia tesi. Perché faccio questo? Perché prima di gettare il mio lavoro nell’angolo più oscuro e muffoso di questa casa (e della mia memoria), devo concedergli l’ultimo momento di gloria; lo devo alla mia tesi e lo devo alla Simona che si è tanto affannata per partorirla.

Come qualcuno di voi saprà l’argomento della mia tesi è un libro: I Greci e l’irrazionale di Eric Dodds, un libro che nei mesi (pochi) dedicati alla stesura della tesi è stato una mia appendice: lo portavo ovunque andassi, ci mangiavo o dormivo sopra, ci uccidevo gli insetti poco graditi ecc ecc. Questo perché è un testo complesso e denso, non tanto per l’incomprensibilità dei suoi concetti ma per la grande quantità di questi. In 400 pagine sono concentrate così tante nozioni che per svilupparle tutte ci vorrebbe un’enciclopedia. Questo perché l’intento di Dodds era quello di scrivere una (breve e accessibile pure ai non specialisti) storia alternativa della cultura greca, una storia che tenesse conto di una categoria spesso maltrattata dai filologi che studiano la classicità: l’irrazionale.

Tipica espressione di chi si è imbattuto nell'irrazionale.

Tipica espressione di chi si è imbattuto nell'irrazionale.

Sì, perché col tanto insistere con i Greci padri del razionalismo occidentale, creatori del Bello universalmente valido (vallo a dire ad un africano), fondatori della democrazia, ci si è scordati di quanto essi fossero miseri umani come noi, e – cosa che li rende migliori di noi – coscienti di tale miseria. Anche le esistenze dei Greci erano impregnate di irrazionale: l’incoscienza, il delirio, la paura guidavano le loro esperienze tanto quanto la ragione, l’equilibrio e la serenità. Dodds ci mostra come ogni età di cui è costituita la storia dei Greci sia zeppa e zuppa di credenze e usanze irrazionali sorte, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca, per soddisfare il bisogno di unità, di chiarezza, di senso che caratterizza da sempre l’umanità, Greci inclusi. Nei prossimi post vi parlerò (speriamo) di alcune di tali credenze, del contesto in cui nascono e si sviluppano e delle esigenze psicologiche che tentano di soddisfare. Chi ha trovato noioso questo post troverà gli altri ancora più soporiferi è autorizzato quindi a boicottare questo blog per una ventina di giorni, ma non preoccupatevi, tornerò presto a scrivere delle mie paturnie.